Tre piani

Vado al cinema a mente sgombra. Non leggo recensioni sul film se non dopo averlo visto, un po’ per non guastarmi la visione di un film di cui non devo sapere niente, un po’ per non crearmi un pre-giudizio sul film da dover poi assecondare o confutare. Poi dopo magari leggo le recensioni, per confontare il mio giudizio con quello di altri, per approfondire aspetti del film che non ho saputo cogliere e che critici professionisti mi sanno spiegare. Ma dopo la visione, non prima. Così sabato sera, avevo già in conto di vedere l’ultimo di Moretti acclamato a Venezia, passo davanti al cinema cittadino a consultare gli orari e scopro che sta per iniziare.

Il tempo di comprare il biglietto, il controllo del green-pass e sono catapultato nella saletta piccola, già al buio, il film inizia di lì a poco, ed io sono fra altri, non molti, nella sala piccola del cinema in cui mancavo da prima del lockdown.

Inizia con scena drammatica, un prologo d’urto e siamo subito nella storia e nel suo clima greve. Le strade, il rione anonimo, le inquadrature, i silenzi che raccontano. Sì, sono in un film di Moretti. Tre piani: quattro nuclei familiari, le vite dei condomini che si intersecano e che si allacciano sotto l’effetto dell’evento drammatico. E’ l’evento dammatico che sa mettere in crisi la vita di tutti e poi a catena da crisi nasce crisi, dove per crisi intendo mutamenti, sovversioni, spesso radicali nella vita dei personaggi. La storia del condominio si svolge nel corso di dieci anni, in due step, di cinque in cinque. Così ritroviamo bambine adolescenti, poi giovani donne, genitori che maturano forse, che si imbiancano, qualcuno che scompare. Relazioni interpersonali acruirsi, risolversi, troncarsi, nell’intreccio che la vita sa costruire. La vita in questo piccolo caseggiato, abitato da famiglie della piccola borghesia (si può usare ancora questo termine?), che sembravano per scelta volersi isolare come in un’anonima rocca dalla vita della città fuori, inesorabilmente tracimano verso la vita esterna, verso la vita fuori. Ed è un processo doloroso, come tutte le metamorfosi, ma comunque positivo, una evoluzione che tutti i personaggi si trovano a percorrere, almeno quelli che rimangono, e che si apriranno al “fuori”, agli altri. Le faccende private diventano pubbliche, talvolta addirittura attraversando le aule dei tribunali, e devono uscire fal guscio famigliare per diventare condomiali, cittadine, pubbliche. Al piano alto vivono due austeri coniugi, due giudici ed il loro figlio adolescente interpretati da Nanni Moretti, Margherita Buy, Alessandro Sperduti. Al piano sotto una giovane coppia. Lei prima incinta, poi madre sola alle prese con la neonata, impersonata da Alba Rochnwatcher. Lui ingegnere lontano, lavoro in trasferta, presente in skype ma non abbastanza, impersonato da Adriano Giannini. Piano terreno giovane coppia di professionisti con bimba (poi ragazzina) spesso affidata ad una anziana coppia di vicini. Elena Lietti e Riccardo Scamarcio, la giovane coppia e Gea dell’Orto la figliola ragazzina. Anna Bonaiuto e Paolo Graziosi, gli anziani vicini, Denise Tantucci la loro giovane nipote. Visto che ho citato gran parte del cast va anche menzionato anche Tommaso Ragno, che non interpreta un condomino ma un personaggio che si svelerà di raccordo importante per la vita della famiglia dei giudici. E’ una storia ben raccontata, una storia tratta da un romanzo dallo stesso titolo che non ho letto. Ben raccontata, perchè raccontata senza eccessi, senza eccessi nel recitato e nel mostrato. Si tratta di storie di grande carica drammatica ma non colorate ulteriormente, la macchina da presa di Moretti sa restare quella di sempre, da documentarista di storie cittadine. Lascia a noi l’emozione e la riflessione intima da condurre, dopo, usciti dal cinema, tutti siamo coinvolti, i temi trattati son quelle delle famiglie, delle relazioni all’interno di queste, ci sanno prendere senza suggerirci una morale. Per questo ci è piaciuto. Gli attori sono impeccabili. Scamarcio, a mio parere diventa sempre più bravo. Margherita Buy, forse un po’ prigioniera del suo personaggio, come tanti attori famosi, è sempre sè stessa, che piaccia o meno. Strepitosi i giovani attori, tutti. Incantevole e complessa l’interpretazione del personaggio Charlotte affitato Denise Tantucci, che ricordavo Sirena nel telefilm televisivo.

Bello il Cinema che emoziona.

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La piscina

Adele guarda la superficie dell’acqua. Il crepuscolo la rende metallica, densa, blu. Al centro della piscina un’increspatura si irradia concentrica, forse un insetto, forse una piccola foglia. Guarda le grosse gocce d’acqua che le imperlano il corpo. Indossa un costume a pezzo unico, blu, di quelli da nuoto agonistico, si lascia asciugare ai raggi lunghi del sole oramai imbelle. Si piace così adagiata, bagnata e semidistesa sul bordo della piscina, dopo la fatica delle venti vasche. Le piace nuotare quando inizia la sera, quando muore il giorno ed il sole non scotta più. Le piace nuotare nell’acqua dolce che si fa scura. Le piace vedere i lampioni che si accendono oltre il cinto di mura mentre il sole rosseggia tra la foschia oltre i monti. Non le piace quando il sole sarà tramontato, quel momento angosciante in cui cala il freddo e la luce rossiccia del tramonto viene sostituita dalla luce gialla dei lampioni, quel momento lo teme e vorrebbe posporlo ma lo attende con un leggero fremito. Sta finendo un’altra estate e non è ancora andata in vacanza. Ci andrà che sarà finita, a fare le sue venti vasche prima che la sorprenda l’autunno.

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Ci siete mancati

Dietro casa, uno spiazzo e poi la grande distesa illimitata del deserto, in fondo la catena delle Montagne rocciose. Un paesaggio che conforta, accompagna, per anni. Poi tutto cambia e ciò che sembrava immutabile diventa effimero, le aziende chiudono, l’economia prende un nuovo corso e comunità si dissolvono, ciò che era stabile diventa in moto, la vita nomade. “Ci siete mancati” recitava lo slogan all’ingresso della multisala, eravamo sparuti ma allegri dietro le mascherine, contenti di sprofondare ancora nel ventre accogliente di una sala cinematografica, ad immergerci nella storia di Fern che diventa una nomade, per cui un furgone diventa casa. Nomade non per scelta ma forse per natura. E l’America dei grandi spazi quella che attraversa Fern con la sua casa mobile, dai grandi freddi dell’inverno del Nevada a cercare un clima un po’ più mite un po’ più a Sud. E’ sola Fern, ma incontra tante altre solitudini, e tante solitudini diventano una comunità, una comunità errante, di uccelli migratori che si incrociano, si raggruppano, si separano e si ritrovano. C’è tanta solidarietà nel film della giovane regista dal nome cinese, ed è la solidarietà degli ultimi, degli ottimisti. Nomandland narra di questa comunità e ci dà una speranza, è crudo come sa essere la natura che è il narratore della storia di questo popolo di nomadi non per scelta, ma anche terribilmente poetica. L’acqua fredda di un affluente del Colorado, i silenzi maestosi di montagne di granito, l’urlo del Pacifico, lo stridio di migliaglia di rondini che ti volano attorno così serrate che ti sembra di starci dentro. Ed infine sei nomade per scelta perchè il viaggio è diventato il tuo modo di essere libera Fern. E gli addii sono sempre arrividerci: “Ci si vede più in là nel viaggio.”

Da vedere.

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Lasciami andare al cinema

Sabato sera, mascherina sul volto ed il momento tanto atteso è arrivato: torno al cinema. Sono perfino un poco emozionato di oltrepassare quel varco, riattraverso le alte luci della hall della biglietteria fra i poster giganteschi dei film per andare ad acquistare il mio biglietto. Da quanto non vedo più un film al cinema? Forse l’ultimo è stato Parasite a febbraio, quindi sono otto mesi, sembra passata un’era geologica. L’atmosfera infatti è completamente cambiata, di sabato sera in autunno prima avrei trovato file chiassose al botteghino, gruppetti vocianti di amici che si apprestano ad entrare o che sostano all’ingresso, comunque tutti vicini, invece ora sembriamo dei pochi e timorosi superstiti, silenziosi, a coppie di due distanziati e silenziosi, attenti a non correre troppi rischi per riappropriarci di un vecchio rito. Davvero questa immagine mi dà il senso di quello che è accaduto e che ancora sta accadendo. Scelgo un posto fra le prime file, pago il biglietto e torno fuori, preferisco attendere all’aperto in questa serata che sa già di castagne e di freddo che stanno per venire, sono in anticipo per lo spettacolo.
In questi otto mesi ho visto una marea di film di belli e di brutti, su Prime, per tele, RaiPlay, e tanti altri supporti per film in streaming ma non era la stessa cosa, non potevo scrivere di film visti al computer, non significava recensire di cinema.
Infine entro, mancano cinque minuti all’inizio. In sala saremo massimo dieci, distanziati lontani su file distanti, tranne quelli a coppie tutti lontani. Posso levare la mascherina? Sì, mi pare si possa all’interno. Inizia.LasciamiAndare
Ho scelto di vedere “Lasciami andare” di Stefano Mordini, un film italiano, un noir. La scelta è stata fra questo ed altri due film italiani che mi incuriosivano (Padrenostro e Lacci) ma ho scelto questo perché ho preferito immergermi in un noir un po’ fantastico, un po’ thriller. Insomma eccomi qua. Film ambientato a Venezia, una Venezia allagata dall’alta marea, molto suggestiva, molto melò come sa essere questa città. Il soggetto è quello tipico di un giallo, con pezzetti della vicenda che si scoprono mano mano e si vanno ad incastrare per svelarci i segreti nascosti. La storia come un aereo inizia a rullare, prende l’abbrivio, decolla, prende il volo, sembra doverci portarci in alti orizzonti ma rimane a bassa quota a mostrarci visuali che non ci scuotono tanto, non ci sono picchiate vertiginose né ascese che ci diano il buco dello stomaco, l’epilogo finale alla fine ce lo saremmo aspettato più emozionante, un viaggio senza scossoni, non noioso ma non particolarmente emozionante. Ci sono tutti gli elementi di un buon giallo: il mistero, la tensione, la dualità di certi personaggi, il dolore, la gioia ma tutto ci faceva sperare in un finale sconvolgente, un colpo di scena inaspettato, che non c’è stato. Gli attori son bravi. Maya Sansa è perfetta, riesce ad interpretare in maniera ineccepibile la madre del bimbo scomparso, ci rappresenta il lutto, la fragilità, lo sgomento, la speranza, perfino la nevrosi di una donna terribilmente segnata. Anche Stefano Accorsi è bravo, sa essere misurato nella interpretazione del padre, sofferente ma positivo, sempre in bilico fra il rialzarsi e lo sprofondarsi, fra la razionalità ed il mistero. Valeria Golino con la consueta bravura sa impersonare la donna del mistero. Serena Rossi è jazz nella sua interpretazione, e non solo perché canta, sa alternare stati d’animo, è il futuro in una storia molto aggrovigliata sul passato. Venezia poi è Venezia. Venezia dei misteri, Venezia della malinconia, Venezia che affonda, Venezia che muore, Venezia che nasce. Insomma tutto quello che (ahimè) abbiamo già visto di questa citta al cinema.

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Anna e Bruno

Bruno è primario al Policlinico. Ha ricevuto l’incarico poco dopo aver compiuto i cinquanta anni, ma la cosa non lo ha emozionato più di tanto, solo un passo dovuto della sua vita che da sempre viaggia su un binario ferrato senza sorprese e col percorso prefissato. Fa lo lo stesso lavoro di suo padre, sapeva già che avrebbe fatto il medico fin da quando era bambino, i suoi studi si sono succeduti fluidi e nei tempi canonici, senza intoppi, senza sforzi eccessivi. Per lui sarebbe stata una sorpresa scoprire in gioventù di avere altre vocazioni ma così non è stato e già appena laureato sapeva che sarebbe stato primario. Bruno lavora sodo ed apparentemente senza sforzi, pago e convinto del suo impegno quotidiano. Arriva presto in ospedale ogni mattina,  parcheggia la sua auto nel posto riservato, raggiunge il suo studio al decimo piano, indossa il suo camice, il suo distintivo ed inizia ogni giorno che cade in terra con la consultazione delle cartelle cliniche, poi il giro in corsia alle 9:00, le visite, le accettazioni, le dimissioni, i giorni dispari gli interventi. Non torna a casa per pranzo, preferisce mangiare qualcosa di veloce col gruppo dei soliti pochi colleghi nel bar-ristorante all’interno del policlinico. Dopo pranzo prima di riprendere l’attività del pomeriggio si concedeva un quarto d’ora di completa solitudine seduto ad una panchina all’ombra nel parco all’interno dell’area ospedaliera a fumare una sigaretta guardando le torri dei diversi distretti, e poi di nuovo al lavoro. Finito il lavoro in ospedale nei giorni pari raggiunge il suo studio privato, un poliambulatorio che tiene insieme a Stefania, sua collega e sua compagna di studi e di carriera da sempre. Bruno e Stefania hanno una intesa professionale perfetta, si intendono e si coadiuvano in maniera cronometrica sia sul piano organizzativo che clinico nel gestire il lavoro allo studio. Stefania non è sposata e Bruno non ricorda di averla mai vista in una relazione duratura, così gli è sembrato naturale scoparla tutti i giovedì sera al termine del lavoro in studio e ciò non ha pregiudicato il loro rapporto amicale e professionale, anzi lo ha consolidato. Bruno è sposato con Anna e la ama, questo basta a fargli pensare che quello con Stefania non ha niente a che fare con l’amore. Bruno ed Anna si sono conosciuti venti anni fa, entrambi al termine dei loro studi universitari. Anna non viveva le certezze di Bruno allora, la sua vita era a quell’epoca una continua sorpresa, un turbinio fatto di interessi nuovi da scoprire e da vivere ma quando conobbe Bruno non ebbe dubbi, era l’uomo della sua vita. ed erano stati subito insieme. Anna ora  insegna francese alle scuole medie ed  il più bel momento della sua giornata è quando si chiude la porta della classe e lei rimane con il suo gruppo di giovani preadolescenti, lei unica adulta: la Prof. Quando conobbe Bruno Anna provò una felicità strana con una punta di rammarico, uno strano pensiero la attraversò, cioè che Bruno fosse arrivato troppo presto, non metteva assolutamente in dubbio che sarebbe arrivato ma forse avrebbe preferito fosse arrivato un poco più tardi, avrebbe continuato per un po’ a vivere le sue illusioni giovanili, ma così non era stato. Bruno fu per lei felicità, ma non sorpresa, sapeva che Bruno sarebbe stato esattamente così come era: alto, spalle larghe, scuro, estroverso, sempre sicuro sul da farsi, protettivo, rassicurante. Anna e Bruno hanno due figli adolescenti: Marco e Michele, ora sono alla casa al mare dei nonni paterni, Anna ha preferito rimanere in città ed aspettare le ferie di Bruno ad agosto per fare finalmente le vacanze tutti insieme. Bruno come ogni anno ha provato a consigliarle di andare anche lei al mare con loro, ma già sapeva che non avrebbe acconsentito. Anna ci tiene al suo mese di luglio da trascorrere in solitudine ma in piena libertà, lontana dal chiasso della scuola e dei figli, fra i suoi libri, i suoi film, i suoi pensieri, le sue passeggiate, come a disintossicarsi dell’anno scolastico terminato, e a celebrare così la nuova estate che inizia. Anna è una donna piccola di statura, da giovane molto esile, ora ha messo qualche rotondità ma la sua figura rimane esile. Di sicuro rimane lieve e mite la sua indole, le piace ascoltare, interviene nelle conversazioni solo se deve e con un tono di voce basso, osserva la vita che le scorre intorno con grande attenzione in ogni suo particolare e sembra sempre immersa in sue riflessioni intime. Formano una bella coppia lei e Bruno perché diversi, lui grande e grosso, lei piccola, lui gran conversatore e leader in qualsiasi contesto, lei schiva ma attenta. Anna e Bruno  ogni giorno da quindici anni a questa parte fanno l’amore fra le 4 e le 6 del mattino, prima dell’alba. E’ una specie di rituale, Anna sopratutto ha bisogno che sia così:  a quell’ora ed ogni giorno, perché questo la rassicura che tutto esista davvero, ha bisogno di esserne rassicurata ogni mattino. Le capita di svegliarsi madida di sudore in un incubo nel quale non c’è  più Bruno, non ci sono più i suoi splendidi ragazzi, la sua casa confortevole, la sua vita senza problemi e  lei si ritrova sola, sprofondata nel suo pantano di disperazione e si sveglia urlando dal suo incubo ricorrente. Bruno la attira a sé: “Anna, sono qui”. La abbraccia, la rassicura. Anna allora sprofonda la sua faccia nel suo petto villoso, si aggrappa ai suoi fianchi, fanno l’amore, ripetutamente, con impeto e passione in quella atmosfera onirica che le ore che anticipano il nuovo giorno sanno creare, si amano in quella realtà che sembra un sogno, in un sogno che è realtà. Ed infine Anna si riaddormenta nel suo ultimo orgasmo, rassicurata e serena e le luci del nuovo giorno la trovano così, ancora addormentata, sola e mezza avvolta nelle lenzuola, con il sorriso sulle labbra immersa nel suo sogno in cui c’è Bruno il primario, i suoi splendidi ragazzi, i suoceri amorevoli, la sua bella casa, gli agi della sua vita splendida. 

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L’apocalisse

Il vento diventa impetuoso, scende da San Martino prendendo forza, urla imboccando la strada dei Quartieri, muggisce e trascina, ombrelli, addobbi, abeti colorati, lampade, alberi, e fa della pioggia proiettili liquidi e poi torrenti increspati che scendono,tracimano e si fondono in un unico grosso fiume che vuole raggiungere il mare. Il mare che preso dallo stesso impeto salta su di onde di più metri, bianche ed agitate dalla stessa forza dello stesso Libeccio, inesorabile. E’ un universo che diventa acqua, ed una città che vi si annega. Clacson prima, poi grida di gente che corre cercando riparo, clamori umani che si uniscono a clamori naturali, a cose che si spaccano. Sono addossato sotto l’androne di un vecchio portone nel vano tentativo di trovar riparo e guardo l’Apocalisse. C’è qualcosa di drammaticamente divertente nella fuga di tanti colti dall’improvviso temporale mentre facevano gli acquisti natalizi. Fino a qualche minuto prima per via Toledo suonava una rassicurante musichetta natalizia, rassicurante e statunitense come Babbo Natale, ma poi è stata sovrastata dal rumore del vento, lo scroscio dell’acqua, dal rumori delle cose scaraventate via, poi deve essersi definitivamente zittita, forse inevitabilmente strappati gli altoparlanti. Ed ora siamo tutti fradici, con i nostri pacchetti infiocchettati da giovani commesse, privi degli ombrelli violentati e resi inservibili dal temporale. Attraverso la strada a balzi lunghi cercando di atterrare sulle pietre larghe del selciato non immerse nelle pozzanghere, raggiungo l’ingresso della metropolitana. Siamo salvi, la scala mobile lentamente ci sprofonda e metro dopo metro più in basso, ci sentiamo più sicuri nelle viscere del sottosuolo. Giù in fondo, alla seconda rampa di scale mobili non si sente più il rumore del vento, né quello della pioggia, siamo sotto il mare, ed il mare negli abissi è sempre calmo. Cerco di ricompormi, l’ombrello è oramai uno groviglio di stecchi metallici con attaccato uno straccio colorato, lo abbandono in un cestino. Mi sciolgo la scarpa, la uso per asciugarmi un poco la testa senza grandi risultati, controllo i pacchetti, mi guardo intorno. Siamo una moltitudine, ma relativamente più silenziosa, qualcuno sorride, i ragazzini ridono, si abbracciano. La banchina è pienissima, non salgo sul primo convoglio, non mi va di accalcarmi in una folla umida così decido di aspettare il successivo. Ed infatti la gran folla sciama in quel primo treno e rimaniamo in pochi rarefatti sul rettilineo della banchina metropolitana, al di qua della linea gialla. Si fa silenzio, quel ronzo elettrico del silenzio nelle gallerie della metro, saremo rimasti in quattro, forse cinque, tutti distanti l’uno dall’altro, muti, potremmo essere in una cattedrale vuota e silenziosa. Sentiamo da lontano, un canto, una specie di litania monotona che si avvicina, volgiamo lo sguardo verso il corridoio d’ingresso alla banchina da cui proviene il suono che si fa più vicino. Compare una donna, una donna africana, giovane, alta, ha in testa un foulard arancione avvolto stretto intorno a capelli che devono essere tanti a giudicare dal volume del turbante che si forma. Ha una giacca a vento nera stretta dalla quale fuoriescono i lembi di una maglia lunga grigia che svolazzano a mo’ di gonnellino su dei pantaloni di cotone pesante colorati di una trama rossa. Ai piedi scarpe da ginnastica, legato intorno al collo una magia di lana di color vinaccia, sulla schiena un minuscolo zainetto rosa. Incede verso di noi con un passo lungo, monotono e non smette mai di recitare la sua nenia incomprensibile, come se stesse predicando una verità al mondo. E’ completamente asciutta, a differenza di noi non è bagnata, è sicuramente una ragazza giovane ma sembra una vecchia, ha qualcosa di austero che la rende raccapricciante, ha una voce basse e profonda, ed il suo discorso ripetitivo sembra cantato. Oltrepassa il primo che discosta lo sguardo imbarazzato, poi il secondo che seduto alla panchina la guarda di sottecchi spaurito. Arriva di fronte a me e si ferma, mi fissa negli occhi. Ora mi sembra che gridi, ma forse è solo la prossimità che mi fa questo effetto. Ha due grossi occhi neri profondi e spiritati, continua a cantarmi la sua nenia che mi avvolge, mi abbraccia, mi prende. Sento il clang, delle porte della metro che si aprono, non l’avevo vista sopraggiungere, un attimo, un flash bianco e liquido mi offusca la vista, e non vedo il momento in cui il treno è ripartito, ne sento solo il rumore, poi niente. Quando torno a vedere sono solo, sulla faccia mi cola il suo sputo, denso, caldo, fra gli occhi, sulle guance.

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immagine rubata ad una amica perché si addiceva al mio sogno

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Simpatico

La plastica con la plastica, la carta con la carta, il vetro con il vetro, l’umido nell’umido. L’aria da respirare, l’acqua da bere, la luce per la luce, il buio nel buio, et fiat lux. Il lunedì dopo la domenica, poi il martedì, mercoledì, poi gnocchi. L’estate fa caldo, l’inverno fa freddo. I buoni in paradiso, i cattivi all’inferno. I poveri di spirito, i ricchi col cammello. Il numero perfetto è il tre, ma le tette sono due. I conti non tornano. La notte porta consiglio, o lo spettro di Amleto. Sei mediamente una gran figa, ma hai una grossa varianza. Non volevo essere volgare, è statistica. Una notte come questa ho visto un uomo vomitare pure l’anima, ma non era la sua anima, si vedeva da come stava bene dopo senza. Sim-pa-ti-co. Sono troppo simpatico. Che poi sta’ simpatia, che ci faccio? Volete un etto di simpatia? Ma andatevela a piglia ….

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Almarina

Almarina

Mi guardo attorno, guardo i premesopotamici. Penso che sono ignoranti, penso che per ogni figlio che fa una come Aurora loro ne fanno sette, penso che rovinano la mia città con la loro tracotanza, e il mio Paese con i loro voti bendati. Penso che sono preda dei furbi, preda dei violenti, di chi è forte ma non di chi ragiona. Penso che pensano che l’unica emancipazione possibile dalla merda che li attornia sia avere i soldi, e penso che alcuni non si accorgono nemmeno di stare nella merda. Penso che il Paese ne è pieno ma è pure colpa mia. Mia nel senso nostra, di noi. Penso che la responsabilità sociale sia grandissima e ce l’abbiamo proprio noi che buttiamo la carta della pizza fritta nel cestino. Penso che stanno in ogni città, ma nelle altre città si vedono poco perché i quartieri menano vite separate, e se i professori si vanno a mangiare una pizza fritta là  in mezzo ci vanno come fosse un safari, mentre noi viviamo tutti assieme sempre: il passaggio è aperto e lo attraversiamo continuamente. Stiamo seduti sullo stesso muretto a mangiare la stessa pizza e ci capiamo su poche semplici cose: i bambini, per esempio, o che se piove si devono tirare dentro i panni. Che fa caldo in estate. Io li temo un poco e un poco ne sono profondamente affascinata. Quando li osservo dal balcone, di notte, seduti sui motorini fino a tardi, a emettere suoni disarticolati, a non rendersi conto che è mezzanotte, capisco che loro non vedranno i murales che noi abbiamo dipinto proprio per loro al parchetto giallo, non vedranno nella matematica che abbiamo spiegato fino ad esaurirci l’aereo che li porterà lontano. Che non sentiranno mai musica jazz. E provo rabbia e pena, e allora me ne torno a letto e, nella notte, sono anche contenta di sentirli parlare. Perché se parlano non spacciano, finché parlano non si picchiano, dove stanno le parole non ci sono i coltelli. E se non parlano sotto casa mia dove possono parlare? Che alternativa hanno, visto che sono l’unica che non chiamerà i vigili  né li prenderà a secchiate dai balconi?”

Raccontato con la voce intima di Elisabetta, professoressa di matematica, attraverso le immagini, i rumori, gli odori di Napoli vista da Nisida, l’isola che non c’è. Potrebbe essere un libro interiore, personale, invece è un libro politico. Almarina è la allieva, poco più che una bambina e l’incontro è prezioso per entrambe. Un libro sulla genitorialità sulla cura, sulla solitudine, sulla speranza che si fa futuro quando una bambina cresce mescolando i suoi panni da lavare con quelli della donna che li mette in lavatrice, i bianchi con i bianchi, i neri con i neri. 
 

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C’era una volta in America

La saletta era piccola, una novantina di posti al massimo, poltroncine foderate di rosso, riempite per circa metà della  capienza massima da culi caldi in pantaloni e gonne in fogge diverse. All’intervallo la sala si illuminò e sullo schermo una scritta avvertì che la pausa sarebbe durata tre minuti. Si guardò attorno, ora quella piccola comunità di uomini e donne disposti in file ordinate in lieve declino di fronte ad uno schermo, veniva illuminato.  Ora di quelli davanti vedeva le chieriche, le colorazioni delle signore che andavano sbiancandosi nelle righe della ricrescita,  gli occhiali di tartaruga, i sorrisi bonari di chi viene sottratto all’abbraccio materno dell’oscurità della sala di proiezione per tornare ad apparire. Erano a metà della sala, fila intermedie come Ines aveva scelto al botteghino, ed ora lei alla sua sinistra gli chiedeva un giudizio positivo da condividere sul film e fu rassicurata nel riceverlo, gli sorrise, poi gli si fece più accanto, sulla spalla,  per stipulare sottovoce un patto di evacuazione al termine del film: bisognava assolutamente evitare di rimanere invischiati in conversazione post-film con una coppia di suoi amici che aveva intravisto in sala non lontani da loro. Michele rise ed annui, lei gli strinse il braccio in segno di complicità e così avevano siglato il loro primo patto di comportamento sociale. Michele continuava a guardarsi intorno. Sarà stato l’esiguità del numero di posti, le dimensioni ristrette della sala, ma non gli sembrava di stare in un cinema, piuttosto in un club di amici. Ma forse non era per la sala ma era per gli spettatori. “Sono tutti vecchi”- pensò Michele, per poi correggersi subito: “Siamo tutti vecchi”. Mancava una coppia di ragazzi che fosse lì per baciarsi più che per vedere il film, e questa assenza rendeva impossibile definire quella sala un cinema. Michele si girò anche dietro per accertarsene, Ines lo guardava sottecchi sospettosa mentre analizzava il luogo, ma niente: erano tutti uguali. Tutti compiaciuti della metà del film che avevano visto, che avevano scelto, mitemente appagati dall’essere insieme a degli amici, ad una comunità anti-razzista, progressista, informata sulle attribuzioni degli Oscar. Si spensero le luci ed il film riprese il suo viaggio attraverso la cosiddetta America profonda, anni ’60, ancora segregazionista, un nero colto ed omosessuale, un italo-americano anzi addirittura italiano-napoletano un po’ bullo ma tanto simpatico,  combattevano la loro battaglia contro l’iniquità ed il pregiudizio per vincerla ovviamente la notte di Natale.

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Che nevichi

Aspetto che nevichi. Per ora piove fitto, rumorosamente, ma nevicherà, è previsto. Se è previsto basta aspettare. La previsione è la preveggenza dei calcoli, la fede che l’effetto abbia a che fare con la causa. Ma in verità l’effetto ha bisogno di una madre e la causa ha un grande spirito materno, tutto il resto è idea. Ma intanto piove, ed io qua, in una notte qualunque, ad aspettare come un coglione, una neve qualunque. Un qualunque che diventi speciale. -Facciamo che il caso diventi destino- l’ho sentito in un film, ma se non mi ricordo il film che schifo di citazione è questa? Speciale è un qualunque che ci ricordiamo,  come quel pomeriggio di estate o come uno che si dondola su una sedia, a dondolo per l’appunto, e dice: questo me lo devo ricordare.  I ricordi mi fioccano addosso, leggeri e freddi, uno sciame bianco che distoglie e distrae, fisso la mia attenzione su uno, lo seguo nel suo volo e mi distraggo da tutti gli altri.  I ricordi sono la dimostrazione che tutto esiste, sono il bisogno che abbiamo che sia stato, e se è stato, esiste, o almeno esistette. Che brutto passato remoto “esistette”, non mi piace. Si può dire esisté? Mi piace di più. Sia benedetta la lingua che ci dà tante possibilità, tutte con l’accento finale. Benedico l’Ikea per questo piumone che mi tiene al caldo, mi ricordo quando lo comprai, il commesso gentile che mi consigliò di prendere quello in due pezzi, da abbinare con ciappe apposite. Così quando fa veramente freddo come adesso, ne hai uno doppio. Sia tu benedetto gentile commesso, dovunque tu sia adesso. Sei un fiocco di neve, un ricordo da custodire, da benedire. Benedico le tue cosce da contadina, calde ed accoglienti e benedico il ricordo che me ne rimane. Se me lo ricordo non sono un sogno di una notte fredda ad aspettare la neve. No, mi ricordo l’odore, dei sogni non si può ricordare l’odore. Mi ero distratto ed intanto fiocca, viene giù tanta ora nella luce gelida della luna,  la vedo venir giù oltre la finestra. Avrei voluto vederla iniziare questa nevicata ed invece mi sono distratto con i miei fiocchi di neve ed ora già viene giù fitto fitto. La neve fa il silenzio, ti coccola e ti manda in letargo, non c’è più alcun rumore. Se nevica abbastanza potrebbe ricoprire tutta la mia casa, bloccare la porta, serrare le finestre, tenermi al caldo. Sì, perché la neve tiene al caldo, come i cattivi propositi. Già mi immagino la Protezione Civile domani col sole che viene a scavare la mia casa per tirarmi fuori dalla neve, sento il rumore delle ruspe, la puzza del gasolio. Bisognerebbe chiedere il permesso prima di salvare uno.

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