On sale

Son finiti i bambini, risucchiati negli smartphone, trasportati sulla Luna, la parte nascosta. C’è un essere strano a fargli compagnia, ha la faccia di Samantha Cristoforetti, tre poppe gonfie sulla schiena, di giorno gli racconta le favole, di notte li divora.
Son finiti i gelati, quelli al limone, solo gelati al gusto puffo, il mercato è per i Gargamella da quando il Grande Puffo ha sodomizzato la Puffina.
Son finite le alici mangiate dalle sarde, da Cagliari ad Olbia, non ci sono più gatti da guardare nel sole.
Son finite le lacrime, possiamo solo ridere, sorridere, ammiccare, sottintendere, i più bravi sanno ancora ringhiare.
Son finite le femmine, son finiti i maschi, tatuaggi e happy hour a reinventare cazzi e fighe. Gli spacciatori agli angoli nascosti delle strade buie vendono gli assorbenti alle vecchie signore, se li nascondono furtive nelle tasche dei grossi cappotti.
Son finite le parole, sono state rubate, sottintese, sottolineate, iconizzate, ingoiate dai tuoi “quant’altro”.
Son finiti i “non mi ricordo”.

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L’estate

borsaL’estate è una borsa di paglia piena di niente, si gonfia dei raggi del sole e brilla rossiccia traslucida. L’estate è il riverbero accecante del mare, è l’odore della crema solare, il bastoncino del cremino, l’amore sudati, la notte ubriachi, il footing di prima mattina. L’estate è Hemingway, è delle canzoni di Battisti. L’estate è tempo da perdere che rendi infinito solo sperperandolo come i milionari al casinò. E’ l’ultimo bagno al tramonto, il silenzio dei grilli, il buio delle lucciole, il  bacio con il chewing-gum, la notte della luna.  L’estate non ha un tempo suo, l’estate è il tempo che fu, è la stagione che si autogenera, è l’araba fenice, non è mai questa estate, ma è già quella estate L’estate non ha parole nuove,  l’estate non ha niente da dire, è una bancarella di panni usati dai colori sgargianti. L’estate è una bottiglietta di vetro colorato, è il vuoto a perdere, da conservare in fondo ad un cassetto, oppure da fracassare sulla spiaggia perché diventi gemme preziose per bambini ancora non nati in altre estati.

*) La foto è di Sherazade

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Duetto

Ha due ginocchia tonde e lisce, due cosce da Venere di Milo in gran forma: tornite, lisce ed infinite, che il resto sotto la minigonna riesco pure ad immaginarlo. Te ne stai seduta di fronte a me sul divanetto, ti sei portata le mani al viso e singhiozzi. I singhiozzi ti fanno sobbalzare le poppe sotto la maglietta rossa e mi distraggono atrocemente, non trovo le parole adatta al momento.
“Scusami lo sfogo.” – mi fai, riprendendoti dai singhiozzi- “Sto attraversando un momento tristissimo, tu mi sei di gran conforto perché mi ascolti, sai stare in silenzio quando le parole non servono.”
Già. – riesco a biascicare – Lo sapevo che c’hai la sbornia triste, forse avrei fatto meglio a non ordinare quell’ultimo giro di birre al pub. Sono quasi ossessionato, hai delle poppe a pera che mi fanno impazzire, me le immagino oblunghe, asimmetriche, con due grandi areole ed i capezzoli due grosse giuggiole vermiglie. Meglio che non ci penso, però.
Ti passi le mani sul viso asciugandolo dalle lacrime, fai un sorriso larghissimo per ricomporti e ti raccogli i lunghi capelli castani dietro la testa. Come mi eccita quella zona candida sotto l’orecchio, nell’incavo della mascella. Ragazza, sei una gran figa, ma stasera mi sa che non vado a meta, forse meglio optare per una ritirata signorile. Mi alzo: “Bene, forse meglio che vada”
“No, no, ti prego rimani” mi dici allungando una mano e sfiorandomi nel gesto a rimanere. “Comunque non riuscirei a dormire, mi fa meglio rimanere a parlare con te, tu sei un amico che sa ascoltare.”
Già, questa storia che so ascoltare, io semplicemente quando non so che dire sto zitto, faccio un’aria interessata a quello che ascolto e spesso mi perdo nei miei di pensieri. Tutti interpretano il mio atteggiamento come di grande coinvolgimento. Figliola quando son salito da te a fine serata immaginavo tutto un altro sviluppo. A quest’ora mi immaginavo di stare qui, nello stesso divanetto,  a confrontarmi con i bottoncini del tuo reggiseno, non con i tuoi turbamenti esistenziali. E’ andata così, con le donne non si è mai sicuri di niente. Poi, chissà, la speranza è l’ultima ad andare a dormire, e quel tuo sfioramento … Ora hai voglia di raccontarmi la tua vita disgraziata, o meglio, tu la racconterai ma hai bisogno che qualcuno la giudichi disgraziata perché sei un essere troppo sensibile, ed io sono l’interlocutore scelto all’uopo, ho esperienze in serate del genere.
“Ti va se vediamo un film?” -ovviamente non aspetti nemmeno la mia risposta- “Scegli fra i dvd, vado a prendere qualcosa di fresco.” Ritorni con patatine e Coca Cola, bene se interrompiamo con l’alcol magari la serata prende un altra piega. Io avrei scelto “Pulp fiction”, c’è la scena del ballo a piedi nudi tra Uma Thurman e John Travolta che rappresenta una delle ragioni dell’esistenza del Cinema, ma tu invece dinieghi la mia scelta e decisa opti  per “Come eravamo”, scelta che ovviamente avevi già maturato nel passaggio in cucina. Scelta che ovviamente per me è una didascalia a caratteri lampeggianti, tipo: “Ho visto la mia fine sul tuo viso”, perché se  esiste un film capace di indirizzare inderogabilmente una serata verso il “bianco che più bianco non si può” tu l’hai appena scelto. Era come mi avessi passato un contratto da firmare in calce su cui c’era scritto: “Serata da terminarsi con bacino sulla guancia sull’uscio come buonanotte”. Ti vieni a sedere accanto a me e appoggi la tua testa sulla spalla ed iniziamo in religioso silenzio a vedere le prime scene del film, io trangugio Coca Cola sperando in un refrigerio intimo, tu hai un bell’odore, sai di miele, ed io ho voglia di un pompino.  Al secondo attacco di “The way we were” (ce ne saranno almeno sette durante tutto il film) io sono veramente convinto che quello a cui sto pensando avrebbe completamente risolto la storia di Hubbel e Katie, anzi sto andando oltre fantasticando un possibile slogan: “solo un pompino può vincere il maccartismo”. Sto anche pensando di esporti la mia tesi ma noto che a te invece scende una lacrima ed inizi a raccontarmi come vi eravate conosciuti con il tuo ex, poi si passa ad i tuoi sogni da ragazza, i viaggi all’estero etc. etc. Quando Kate infine sta accennando agli occhi della figlia ad Hubbel su una colonna musicale che potete indovinare, io sono diventato  il tuo biografo ufficiale, so tutto di te anche se non ho esplorato niente di quello che mi piacerebbe conoscere di te. Non trovo parole adatte, ma quelle non contano, tu mi abbracci sull’uscio, mi dai la buonanotte come previsto e mi dici: “Si sta bene con te, parlarti fa bene al cuore”. Scendo le scale pensieroso, forse il problema è di organi, forse anche noi, altra parte dell’altra parte del cielo, crediamo di andare dove ci porta il cuore ma in realtà il capitano di rotta è la prostata.

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Nausica

nausica

La linea dell’orizzonte esiste. A scuola ti insegnano che è una linea immaginaria ma invece la vedeva distintamente al culmine della distesa d’acqua che le si srotolava davanti fino  a raggiungere il cielo. Una linea nitida e precisa a separare il blu del mare dal blu del cielo. A scuola ti insegnano un sacco di cose senza mai centrare l’obiettivo, la terra sferica, l’orizzonte ottico, ma non ti spiegano di tutte quelle sfumature che il blu possiede e che si vanno a fondere con quella striscia di azzurro che è l’inizio del cielo. Laggiù in fondo le sembrava anche di scorgere la terraferma, non sapeva dire se fosse l’effetto psico-ottico dovuto dalla fissità del suo sguardo che le faceva apparire quello che voleva vedere, oppure davvero vedeva le alture della Tunisia, in ogni caso le avevano detto che in giornate nitide come quella era possibile vederle. Stava così da minuti, immobile, i gomiti appoggiati sulla balaustra in pietra della terrazza della sua stanza da letto, il mento appuntito nella conca delle mani, i capelli neri che le svolazzavano intorno agitati dalla brezza mattutina, ipnotizzata guardava lontano, le folte sopracciglia aggrottate le corrucciavano lo sguardo rendendolo cupo.  Infine si drizzò, si girò ed attraversò la terrazza verso l’ingresso della stanza, le piastrelle del pavimento al sole cominciavano ad esser calde sotto le piante dei piedi. Rientrò nella sua stanza, la sua graziosa prigione, come le piaceva chiamarla, tutta arredata in abete chiaro come la stanza di una nave:  il parquet, lo scrittoio, il letto sulle cui lenzuola bianche spiccava ora come un monticello colorato il piumino in una fodera di patchwork a colori residuo del suo risveglio.  Poi giù per la scala, le cui assi di legno scricchiolavano familiari sotto i suoi passi, giunse al piano terra, infilò un corto corridoio  ed infine entrò in  in una cucina illuminata in maniera accecante dalla luce del sole che entrava da ampi finestroni sulle pareti in alto sotto il tetto spiovente. C’era odore di caffè caldo.  – Naucy, sei tu? – sentì una voce da portico esterno alla cucina – No, nonna sono il serial killer dell’isola venuto a violentarti per poi ucciderti. – Ahahah, che spirito! Come stai? – Bene nonna, peggio di ieri ma meglio di domani. – Le rispose mentre  armeggiava alla cucina in pietra per scaldare il latte. Si versò del latte  e del caffè in una grande ciotola di porcellana bianca e con la faccia tuffataci dentro superò la porta a vetri che dava all’esterno per accomodarsi in una poltrona di vimini accanto alla vecchia signora che era in piedi impegnata a dipingere una tela appoggiata su un trespolo di fronte a sé all’ombra di una nodosa pergola di glicine in fiore.   Continua a leggere

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Faccia di pietra

“La vide accoccolata come la Sirenetta di Copenaghen, le gambe piegate sotto il busto, un braccio che poggiava a terra e l’altro impegnato a reggere una bottiglietta d’acqua. Fu colpito dal bisogno pratico, la sete, quando lui aveva ancora il sesso gonfio di piacere …

La letteratura erotica presenta un grosso problema per chi si cimenta a scriverne. Il soggetto da affrontare sembra richiedere descrizioni approfondite di passioni “carnali” a tinte molto marcate e quindi lo scrittore rischia ad ogni pagina di andare contro il principio base della buona letteratura che è l’arte del “togliere”.  Hemingway diceva che nella scrittura cercava sempre di seguire il “principio dell’iceberg”,  cioè riportare visibile (scritto) solo la settima parte di quello che si vuole comunicare al lettore, il resto deve rimanere sommerso nella stessa proporzione dell’iceberg emerso rispetto a quello sott’acqua. (lo dice bene la Deborah Donato qui). Capirete che nel romanzo erotico è difficile ottemperare ad un principio del genere, molto spesso un racconto erotico si traduce in un meticoloso quanto ridondante compendio manualistico estratto dal   Kamasutra che lo scrittore farcisce di didascalia e moralismo a piene mani giusto per rassicurare il lettore che non sta leggendo pornografia.   Tacchiaspillo invece, nel suo libricino “Faccia di pietra” riesce a dimostrare che un racconto erotico può essere un racconto di buona letteratura. Riesce a farlo perché sa essere introspettiva, romantica, leggermente nostalgica, divertente e sempre divertita senza mai abbandonare la spudoratezza nel linguaggio che un romanzo erotico richiede. La storia è semplice, racconta di un gruppo di giovani uomini in una notte goliardica basata sul sesso, il titolo richiama uno sberleffo in un gioco da bambini. La struttura narrativa fa riferimento a “I Racconti del Decamerone” ma con una variante originale. L’atmosfera notturna nella quale si svolge la storia, il gioco erotico, le storie dei vari personaggi sotto traccia richiamano più il sapore  del cinema di Pupi Avati che di quello di Tinto Brass. Dopo un prologo iniziale leggermente lento nella presentazione dei personaggi poi il libro carbura alla grande ed assume un ritmo jazz che ci accompagna ad un epilogo col sorriso sulle labbra e tante considerazioni interiorizzate. L’analisi approfondita dei diversi caratteri nei personaggi maschili per un attimo mi ha fatto sospettare che dietro lo pseudonimo si possa nascondere uno scrittore maschio ma invece poi c’è qualcosa d’altro che mi fa invece pensare che sia realmente una scrittrice. Altro pregio non banale e da sottolineare è che il libro è scritto in un italiano perfetto, fluente e senza pretese, mite ma efficace nella sua schiettezza cristallina. 
Ho letto il piccolo libro stamattina in un’ora seduto su una panchina all’ombra davanti ad un piccolo cimitero di campagna. Giuro che il posto non era stato scelto se non per il fresco e la tranquillità che offriva (anche se a ripensarci mi pare il posto più appropriato per leggere di eros). La lettura è stata veloce perchè piacevole e non perché stiamo parlando di libro di poche pagine, per me è stato piacevole fino all’ultima pagina “Guerra e pace” mentre ho abbandonato altri libri alla terza pagina.
Chi segue il mio blog sa che raramente mi cimento in recensione dei libri che leggo, chi mi conosce sa che altrettanto raramente mi capita di acquistare libri pubblicati da blogger. In questo caso non ho avuto esitazioni ad acquistare il libro per la semplice ragione che nel blog di Tacchiaspillo, che seguo da poco, mai avevo trovato pubblicità della sua pubblicazione, e così trovo giusto che la pubblicità che merita le sia fatta tramite il “passa parola” da lettori soddisfatti come me.
Dimenticavo un’ultima cosa che volevo dire sul libro: il genere dello scrittore. E’ un vecchio problema irrisolto se esiste una scrittura “maschile” ed una “femminile” riconoscibili e distinguibili. Ovviamente non so dare soluzione a tale problema però il finale “fucsia” (e non “rosa”) di questo libricino mi fa propendere per una calligrafia indubbiamente femminile. 🙂

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Fratelli

Vieni qui a raccontarmi la storiella del piccolo bar all’aeroporto, tu nel silenzio dell’alba, lo so, ora mi parlerai del crepitio delle patatine nella friggitrice. Ma ti conosco, so che questa è una storiella per fottermi, per prendermi come un animale, per cacciarmi in trappola. Louis, non mi freghi, so che giri in tondo per arrivare a dirmi quello per cui sei venuto qui. Non mi importa niente se sei stato all’aeroporto, dell’alba, delle patatine, del tempo che passa e modifica tutto. Non mi interessa nemmeno scoprire se è vera o è falsa questa storia del cazzo. Non devi parlare e non devi aggiungere niente…  La gente pensa che uno che non parla è uno che vuole ascoltare. Non è vero, a me non me ne frega un cazzo della gente perciò non parlo.”

Questo uno stralcio di dialogo, o per meglio dire è il monologo rabbioso, isterico, che Antonie, (interpretato da  Vincent Cassel), urla al fratello minore Louis (interpretato da Gaspard Uliel) tornato a casa dopo dodici anni di assenza. E’ una storia di fratelli, una storia di famiglia, una storia che sembra voler insegnarci che il tempo non ripara niente, non può che andare avanti e i legami spezzati, le giornate non passate insieme non potranno essere recuperate in nome di un legame di sangue che è solo ricordo per coloro i quali si trovano estranei perché è troppo il tempo non vissuto a separarli.  “E’ solo la fine del mondo” è il titolo di questo stupendo film di Xavier Dolan, un dramma in un solo atto di impostazione molto teatrale raccontato tutto con primissimi piani su cui ci si sofferma a lungo oltre i dialoghi a raccontarne i silenzi,  con sfocature soggettive, una famiglia che urla in continuazione perché gli egoismi di ognuno urlano per zittire l’altro, non per parlare, come è in tante famiglie. Louis, il secondo dei figli, torna a casa dopo dodici anni di assenza, è diventato un importante drammaturgo ed ora torna per rincontrare i suoi ma sopratutto per comunicare loro una terribile notizia. E’ accolto dalla madre eccitatissima per il ritorno del figliol prodigo (una bella interpretazione di Nathalie Baye), dalla giovane sorella Suzanne (Leya Seydoux), poco più che adolescente che vorrebbe conoscere quel fratello importante  con cui non è cresciuta, a cui rimane aggrappata fin dall’interminabile abbraccio iniziale. Poi c’è Antonie, il fratello maggiore,  frustrato e rancoroso verso tutti e tutto e sempre sul ciglio di un’esplosione violenta, poi c’è sua moglie Cristine (impeccabile come sempre Marion Cotillard), donna fragile ed imbarazzata, che mostra di percepire più di quanto vuole essere tenuta a risolvere. Tutto si svolge in una unica giornata, poco più del tempo di un pranzo domenicale e quello che dovrebbe essere un rito di riconciliazione si celebra in un clima di continua rissa verbale, nella tensione emotiva di lacerazioni profonde che possono tramutarsi in emorragie incontenibili. Si intravvede in filigrana l’amore che comunque lega i membri di questa famiglia, il loro tenersi stretti è solo nel ricordo delle “nostre domeniche” così come piace definirle alla madre che le celebra in un eterno rituale, quelle giornate di gioia che per ogni famiglia sono appunto quelle domeniche addolcite dal ricordo di quando i figli erano piccoli, i genitori giovani. Ma tutto è sovrastato da un’atmosfera isterica ed assordante nella quale si sviluppano i dialoghi inevitabilmente monchi tra i vari membri della famiglia ed il figlio che sarebbe ritornato per parlare ma è inevitabilmente condannato ad ascoltare. A tratti ritornano ricordi, carrellate di variopinti  flash-back al suono fragoroso di musica pop. Tutto è sopra le linee ma ci coinvolge emotivamente perché ci ritroviamo sprazzi di vita personali, la nostra famiglia che non è dissimile dalla famiglia di tutti. E’ una battaglia all’ultimo sangue, il vincitore è il Tempo che inesorabile sancisce l’irreversibilità dei processi di disgregamento fra le relazioni umane. Il regista vuole sancirla con una scena surreale, che avrebbe anche potuto strapparci un sorriso finale ma che invece, coinvolti come siamo nei fatti narrati, ci provoca un groppo in gola e così piangiamo  la morte dell’uccellino del cucù che aveva fino a quel momento scandito le ore di quella famiglia.

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Talvolta

Sulle rotatorie capita, talvolta. L’imbocchi, giri, e quando sei dentro non trovi quale è l’uscita  giusta. Ed è un attimo e tu potresti essere ovunque perché la rotazione ti ha privato dei riferimenti, guardi la prima uscita ma non la riconosci, poi la seconda la trovi uguale alla precedente, come la terza. Come ne esci? Speri che nessuno abbia notato il tuo smarrimento, forse l’auto dietro ti ha visto rallentare troppo. Fortuna che una rotatoria la puoi ruotare tutta e ti rassicura l’idea che potresti ruotarla per quanto tempo vuoi, fino a che ti torni in mente la via di uscita. Talvolta accade, non c’è da preoccuparsi troppo, è solo un attimo, un attimo di sconnessione, un attimo di oblio che ti prendi il lusso di regalare all’eternità. Ti accade talvolta. La prima volta ti impressionasti, il battito salì a mille, sudavi freddo, ora la cosa ti diverte anche un po’, sai che poi ritorna, ritorna la tua connessione col tempo, col luogo, perché in quel momento potresti non essere in nessun posto ed in nessun momento, hai imboccato la tua piega spazio-temporale, ora sei sotto la gonna della tua tata ed hai due anni, o in quella notte al buio in quella stanza che non riconoscevi. Stai tranquillo, sai che ritorni, vedrai che ritorni. Talvolta accade. Apro la porta, tu mi vieni incontro e io  ti guardo. Non ricordavo avessi un iride così chiaro e così profondo. Ci annego. E’ solo un attimo, forse è solo un attimo ma non lo so precisamente, leggo un’espressione di sgomento nei tuoi occhi, forse solo il mio riflesso nei tuoi occhi troppo grandi, oppure tu hai capito che non ci sono. Vorrei chiederti chi sei. Ma è solo un attimo,  poi ritorno, ti butto le braccia al collo, disperato: “Mi ero perso”. Ho un groppo in gola. Mi stringi: “Sono qui, non preoccuparti, capita, a volte”.

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