Ottobre

In Bolivia non conoscono l’ottobre che conosciamo noi che viviamo sopra il Tropico del Cancro, non hanno mai visto i tramonti farsi più miti, le albe nella nebbia. Chissà come è l’alba a Quebrada del Yuro ad ottobre? Immagino calda e torrida come la morte violenta.
Ottobre era l’inizio di scuola, le cartelle colorate, il ritrovarsi, i corridoi rumorosi, la malinconia di settembre ormai faceva parte dell’anno passato, il primo di ottobre era l’inizio di un anno nuovo, i tuffi dalla scogliera solo un ricordo offuscato dal presente che erano le tette più grandi di Anna ora in 2B.
Ottobre è l’autunno senza se e senza ma, è l’odore marcio della vinaccia, è consapevolezza,  ottobre è un mese maschio, non è frocio come lo svenevole settembre, è mese di funghi e boscaioli, di cose da fare senza indugiare come seminare fave per aprile femmina.
Così mi godo questa mattina di sole al primo caffè al tavolino del bar, sfoglio il giornale: Pisapia inchiappetta Bersani, sai che novità! Faccio il paternalista con la giovane barista ma la piccola ha l’occhio acuto di chi mi sa decriptare. 6 ottobre, forse l’ultimo giorno di vacanza, penso un paio di cazzate, ne riempirò un post: questo.

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C’era una volta una zucca …

zuccaMa non c’era la fata madrina e neppure la matrigna e le sorelle cattive, solo la zucca. Una zucca arancione che solo a guardarla già sembra un frutto di fiaba nato d’autunno e col cuore d’arancio, come certe donne, dalla scorza scura e coriacea ma che se sai guardare dentro sono di questo colore, che poi diresti è impossibile sia nata d’autunno. Ma così capita, per le zucche capita così. Ed a noi non resta che dire: “C’era una volta una zucca”. Sì, l’avrete capito, qua non facciamo cucina molecolare, qui tentiamo di colorare una domenica autunnale cucinando una zucca di stagione per trasformarla in una vellutata coi colori dell’estate con cui condire un piatto di pasta. Procediamo con la ricetta.
“Se ti tagliassero a pezzetti, il vento li rapezzizucca.jpgccoglierebbe ed il regno dei ragni li ricucirebbe” … mi pare facesse così la canzone che mi viene in mente, che adesso c’entra poco con la ricetta, solo che ora mi suona in testa. Qui invece abbiamo un tagliere marcato dal mega-mercato svedese su cui tagliare a pezzetti la polpa arancione della zucca dopo averla sbucciata e privata dei semi. In una padella prepareremo un letto di olio di oliva e cipolla tagliata a ricciolini bianchi che inizieremo a soffriggere per poi accogliere la zucca e sarà il caldo e passionale connubio tra la cipozuccacipollella e la zucca convolati a giuste nozze. Aggiungeremo sale e dell’acqua q.b. (mi piace dire quanto basta perché  ancora rappresenta la demarcazione fra la ricetta per un un cuoco in carne ed ossa e quella per un robot da cucina, ma ancora per poco). Il matrimonio tra zucca e cipolla sarà felice è ben amalgamato solo se c’è un terzo, è legge di cucina, spesso è il segreto di un piatto riuscito. Il terzo ingrediente è in questo caso una patata.jpgpiccola patata, la taglieremo a pezzettini anche essa per poi aggiungerla a cuocere lentamente insieme alla zucca e le cipolle. Così il terzo ingrediente, seppure rimarrà incognito ai più saprà essere l’artefice della giusta amalgama tra zucca e cipolla, saprà smorzare gli ardori della cipolla, saprà ammorbidire la tempra della zucca e saranno prezzemolotutti felici e contenti. Naturalmente aggiungeremo anche del prezzimg_20170930_142621.jpgemolo tagliuzzato fine per arricchire la crema che stiamo cucinando di un ulteriore  profumo. Il tutto dovrà cuocere lentamente e rimescolato con un cucchiaio di legno finché non assumerà la consistenza di una crema vellutata.
Io ci ho condito delle linguine ma ognuno può scegliersi la pasta che preferisce.

Stretta è la foglia, larga è la via, dite la vostra che io ho detto la mia.
Buon appetito. 🙂

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Il tocco di Soldini

il-colore-nascosto-delle-cose-posterCi sono dei venerdì che per finirli occorre annegare in una storia non tua, placidamente farsi sommergere fino a toccarne il fondo. Il mio venerdì, nato alla buon’ora del mattino e pasciuto poi ad oki e malumori necessitava di essere finito  così in una sala buia provvista di un potente dolby-stereo.  Sono terapie che anche un libro può fornire, ma un libro funziona attraverso un percorso diverso ed un po’ più lungo, la storia da un libro prima ti passa  attraverso  la mente e poi se riesce ti arriva alla pancia, un film invece se riesce ti arriva diritto alla pancia ed è questa la differenza tra cinema e letteratura, il mezzo più moderno agisce in maniera più primordiale. Stasera occorreva il cinema.
Caspita che prologo lungo per dirvi semplicemente che sono andato al cinema! Probabilmente vi ho già perduti tutti e quattro miei affezionati lettori. Veniamo allora al film. Occorreva scegliere il film adatto allo scopo prefissato ed occorreva quindi che questo fosse di una semplicità elementare. La scelta è caduta su: “Il colore nascosto delle cose” di Silvio Soldini. Via senza leggere recensioni per non essere influenzato, solo un’occhiata alla locandina, agli attori e via al primo spettacolo disponibile.
La sinossi del film: Teo, pubblicitario quarantenne, superficiale, bugiardo e donnaiolo incontra Emma, pranoterapista, sensibile donna cieca. Detto questo, detto tutto. La storia è di una banalità sconvolgente, la sceneggiatura pure, non ho bisogno di aggiungere niente. Vi siete già immaginato tutto il film: storia, implicazioni e sviluppo drammaturgico? E’ proprio quello! Vi posso aggiungere qualche ulteriore elemento. Emma è interpretata da Valeria Golino, intensa, afona, con i suoi occhi da cerbiatto e con tutta la sua arte ineccepibile. Teo è invece interpretato da Adriano Giannini, brillante, giogionesco, simpatica canaglia con dolori nascosti. Avete chiaro il quadro? Il film ve lo potete vedere in testa senza andare al cinema: è quello!
Ma c’è un ma, fortunatamente c’è un ma, se no stavo alla cassa del cinema per farmi restituire i soldi. Il film sceglie di rappresentare una storia semplice ma nel farlo riesce in un’operazione veramente sorprendente: riesce a rappresentare il tatto, il senso del toccarsi. La protagonista non ha la vista quindi occorreva rappresentare il suo mondo compensando con altre vie sensoriali. Il più grande errore sarebbe stato utilizzare il linguaggio verbale per compensare questa deficienza, il film invece usa fin dalle prime scene il linguaggio del corpo. Non solo Teo ed Emma si incontrano toccandosi, sfiorandosi, incrociandosi, scontrandosi ma tutti i personaggi nel film lo fanno. L’uso della inquadratura stretta, la telecamera fissa con i personaggi che si muovono nella scena, tutti espedienti per restituire immediatamente allo spettatore risucchiato nella storia la sensazione del “toccarsi” che è il mezzo più naturale, verosimile ed intimo per raccontare la storia di chi non ha la vista. Così che Emma sia pranoterapeuta è lo stratagemma nella sceneggiatura affinché la conoscenza con Teo si sviluppi attraverso il tatto immediatamente dopo la voce. Ma lo stesso accade anche per gli altri personaggi ipovedenti e non che continuano ad abbracciarsi, calpestarsi, urtarsi in una rete di rotte fisiche  che si attraversano. Questo è il grande merito di questo film che riesce a rappresentare il mondo di chi non ha la vista. Il film  sceglie di rimanere scarno nei dialoghi sempre essenziali, vivaci e colorati,   non fa uso di colonna sonora narrante  che lo renderebbero patetico ma preferisce riempire scene di rumori quotidiani oppure silenzi. E’ una bella sensazione quella che restituisce la pellicola, che risulta intima e verosimile nella sua basilarità. Soldini riesce a non incupirsi più di tanto, ma mantiene la leggerezza di una semplice storia d’amore in una Roma allegra e ricca. Poi c’è la bravura degli interpreti, la Golino non perde mai un colpo e tranne qualche piccolissima caduta melodrammatica inevitabile per il personaggio che interpreta rimane sempre perfettamente sul filo con questa figura femminile fragile e forte al tempo stesso. Giannini, uno dei pochi figli d’arte che non rimane schiacciato sotto il peso del padre, ha oramai maturato una sua personalità d’attore originale che gli consente sia la piroetta arlecchinesca che l’intensità intimista con grande naturalezza. Bravi tutti, anche i gli attori nei ruoli minori: Arianna Scommegna interpreta una simpaticissima Patti che strappa tanti sorrisi.
Poi ci sono i dettagli, ma quelli sono personali, ognuno se ne sceglie almeno uno in un film, non andrebbero nemmeno citati in una recensione perché non sappiamo nemmeno spiegarceli. Così uno può innamorarsi di Emma che sceglie il te annusandone la bustina, un altro può intenerirsi perché da ragazza aveva un grosso labrador, ma questi sono solo dettagli.

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Non mi parlare d’amore

Non voglio parlarti d’amore voglio sapere del tempo. Voglio sapere la massima di Bolzano di oggi, ti prego. Voglio una discussione lunga ed articolata sull’emissione di CO2, del cambiamento di  clima, dello scioglimento dei ghiacciai che quando dici “cioè” raggruppi le labbra per un attimo e poi hai una pausa lunga per pigliar fiato che io ci rimarrei aggrappato per sempre su quel filo steso tra quel “cioè”  e quel filo di fiato che ti attraversa le labbra. Voglio di nuovo la ricetta delle zucchine alla scapece perché quando arrivi a “rondelle” fai un gesto con la mano che taglia sul tavolino, abbassi gli occhi per poi rialzarli immediatamente divertita ed arricci il naso come se ti stesse arrivando l’odore dell’aceto. Poi voglio che mi dici: “E tu ?”, che accavalli le gambe e ti stendi l’orlo della gonna sul ginocchio lucido. Ed io non ti parlerò d’amore, ti dirò del traffico in tangenziale e del Napoli che stava perdendo con l’Atalanta per rubarti quel silenzio che fai guardando altrove. Non voglio sentirti parlare d’amore, voglio che mi dici: “Vabbè”, scacciando una ipotesi inutile col  volteggio  della mano destra a mezz’aria  ed alzando un sopracciglio nel riverbero di quel “vabbè” che si spegne  come una sculacciata mi fissi dritto negli occhi.

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Al lupo, al lupo !

https://paracqua.files.wordpress.com/2017/08/78225d4c94d68e9ab01e53f558fc61d6.jpeg?w=284&h=284La porta di legno del recinto dell’alpeggio estivo è divelta, dentro lo scempio. E’ giorno nuovo da poco, i pastori si aggirano nel recinto congitabondi, a valutare i danni. Rimangono i segni della lotta, una giovane pecora agonizzante, gli altri animali si aggirano nervosi agitati, alcuni all’interno, altri all’esterno del recinto. Manca una grossa pecora, la capo gregge, una ampia striscia di sangue che inizia a rapprendersi segna una traccia curvilinea che dall’interno del pascolo degrada nella polvere nella direzione del sentiero che punta verso i monti. I pastori si radunano in piccoli gruppi, confabulano alcuni sommessi, altri alterati.
“Come può un animale da solo portarsi via una pecora da 50 chili ? Poi un animale non più giovane.”
“E’ la furia del lupo, che si fa energia.” – sentenzia qualcuno rassegnato.
La figlia del pastore, seduta su una grossa pietra, la testa incuneata fra le spalle ampie piange rabbiosa. Il padre le sfiora appena la criniera riccioluta con una mano passandole accanto.
La ragazza ha un balzo, a passo veloce si dirige verso il rifugio e ne riesce risoluta, la carabina a tracolla punta verso il sentiero spedita nei suoi calzari da montanara.
Il padre le si fa incontro, cerca di fermarla. La ragazza è più forte di un uomo e poi ora c’è la sua furia che è inarrestabile. Il padre lo sa, la conosce bene.
“Lo sai che non si può.” – tenta di farla ragionare.
“Specie protetta del cazzo!” – impreca la ragazza – “Lo stanerò.”
La vedono scomparire tra i faggi, poi l’intravvedono più su fra le rocce, vedono la sua chioma luccicare dorata al sole prima di scomparire nella gola rocciosa che porta in cima.
Su, in cima nel buio di una macchia di arbusti, nel sottobosco di un bosco di ontani sonnecchia, pingue, ha ancora il sapore del sangue fra le fauci che ripulisce con la lingua dai rimasugli di carne cruda. Drizza le orecchie, annusa il vento, ora è all’erta. Ora due fessure di fuoco brillano i suoi occhi nella boscaglia. Ha abbastanza vantaggio per dileguarsi, guadagnare una via di fuga, come un lupo fa, come ha sempre fatto per una vita. Ma rimane appostato, immobile. Vuole essere stanato, per placarsi.

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On sale

Son finiti i bambini, risucchiati negli smartphone, trasportati sulla Luna, la parte nascosta. C’è un essere strano a fargli compagnia, ha la faccia di Samantha Cristoforetti, tre poppe gonfie sulla schiena, di giorno gli racconta le favole, di notte li divora.
Son finiti i gelati, quelli al limone, solo gelati al gusto puffo, il mercato è per i Gargamella da quando il Grande Puffo ha sodomizzato la Puffina.
Son finite le alici mangiate dalle sarde, da Cagliari ad Olbia, non ci sono più gatti da guardare nel sole.
Son finite le lacrime, possiamo solo ridere, sorridere, ammiccare, sottintendere, i più bravi sanno ancora ringhiare.
Son finite le femmine, son finiti i maschi, tatuaggi e happy hour a reinventare cazzi e fighe. Gli spacciatori agli angoli nascosti delle strade buie vendono gli assorbenti alle vecchie signore, se li nascondono furtive nelle tasche dei grossi cappotti.
Son finite le parole, sono state rubate, sottintese, sottolineate, iconizzate, ingoiate dai tuoi “quant’altro”.
Son finiti i “non mi ricordo”.

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L’estate

borsaL’estate è una borsa di paglia piena di niente, si gonfia dei raggi del sole e brilla rossiccia traslucida. L’estate è il riverbero accecante del mare, è l’odore della crema solare, il bastoncino del cremino, l’amore sudati, la notte ubriachi, il footing di prima mattina. L’estate è Hemingway, è delle canzoni di Battisti. L’estate è tempo da perdere che rendi infinito solo sperperandolo come i milionari al casinò. E’ l’ultimo bagno al tramonto, il silenzio dei grilli, il buio delle lucciole, il  bacio con il chewing-gum, la notte della luna.  L’estate non ha un tempo suo, l’estate è il tempo che fu, è la stagione che si autogenera, è l’araba fenice, non è mai questa estate, ma è già quella estate L’estate non ha parole nuove,  l’estate non ha niente da dire, è una bancarella di panni usati dai colori sgargianti. L’estate è una bottiglietta di vetro colorato, è il vuoto a perdere, da conservare in fondo ad un cassetto, oppure da fracassare sulla spiaggia perché diventi gemme preziose per bambini ancora non nati in altre estati.

*) La foto è di Sherazade

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