Lasciami andare al cinema

Sabato sera, mascherina sul volto ed il momento tanto atteso è arrivato: torno al cinema. Sono perfino un poco emozionato di oltrepassare quel varco, riattraverso le alte luci della hall della biglietteria fra i poster giganteschi dei film per andare ad acquistare il mio biglietto. Da quanto non vedo più un film al cinema? Forse l’ultimo è stato Parasite a febbraio, quindi sono otto mesi, sembra passata un’era geologica. L’atmosfera infatti è completamente cambiata, di sabato sera in autunno prima avrei trovato file chiassose al botteghino, gruppetti vocianti di amici che si apprestano ad entrare o che sostano all’ingresso, comunque tutti vicini, invece ora sembriamo dei pochi e timorosi superstiti, silenziosi, a coppie di due distanziati e silenziosi, attenti a non correre troppi rischi per riappropriarci di un vecchio rito. Davvero questa immagine mi dà il senso di quello che è accaduto e che ancora sta accadendo. Scelgo un posto fra le prime file, pago il biglietto e torno fuori, preferisco attendere all’aperto in questa serata che sa già di castagne e di freddo che stanno per venire, sono in anticipo per lo spettacolo.
In questi otto mesi ho visto una marea di film di belli e di brutti, su Prime, per tele, RaiPlay, e tanti altri supporti per film in streaming ma non era la stessa cosa, non potevo scrivere di film visti al computer, non significava recensire di cinema.
Infine entro, mancano cinque minuti all’inizio. In sala saremo massimo dieci, distanziati lontani su file distanti, tranne quelli a coppie tutti lontani. Posso levare la mascherina? Sì, mi pare si possa all’interno. Inizia.LasciamiAndare
Ho scelto di vedere “Lasciami andare” di Stefano Mordini, un film italiano, un noir. La scelta è stata fra questo ed altri due film italiani che mi incuriosivano (Padrenostro e Lacci) ma ho scelto questo perché ho preferito immergermi in un noir un po’ fantastico, un po’ thriller. Insomma eccomi qua. Film ambientato a Venezia, una Venezia allagata dall’alta marea, molto suggestiva, molto melò come sa essere questa città. Il soggetto è quello tipico di un giallo, con pezzetti della vicenda che si scoprono mano mano e si vanno ad incastrare per svelarci i segreti nascosti. La storia come un aereo inizia a rullare, prende l’abbrivio, decolla, prende il volo, sembra doverci portarci in alti orizzonti ma rimane a bassa quota a mostrarci visuali che non ci scuotono tanto, non ci sono picchiate vertiginose né ascese che ci diano il buco dello stomaco, l’epilogo finale alla fine ce lo saremmo aspettato più emozionante, un viaggio senza scossoni, non noioso ma non particolarmente emozionante. Ci sono tutti gli elementi di un buon giallo: il mistero, la tensione, la dualità di certi personaggi, il dolore, la gioia ma tutto ci faceva sperare in un finale sconvolgente, un colpo di scena inaspettato, che non c’è stato. Gli attori son bravi. Maya Sansa è perfetta, riesce ad interpretare in maniera ineccepibile la madre del bimbo scomparso, ci rappresenta il lutto, la fragilità, lo sgomento, la speranza, perfino la nevrosi di una donna terribilmente segnata. Anche Stefano Accorsi è bravo, sa essere misurato nella interpretazione del padre, sofferente ma positivo, sempre in bilico fra il rialzarsi e lo sprofondarsi, fra la razionalità ed il mistero. Valeria Golino con la consueta bravura sa impersonare la donna del mistero. Serena Rossi è jazz nella sua interpretazione, e non solo perché canta, sa alternare stati d’animo, è il futuro in una storia molto aggrovigliata sul passato. Venezia poi è Venezia. Venezia dei misteri, Venezia della malinconia, Venezia che affonda, Venezia che muore, Venezia che nasce. Insomma tutto quello che (ahimè) abbiamo già visto di questa citta al cinema.

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Anna e Bruno

Bruno è primario al Policlinico. Ha ricevuto l’incarico poco dopo aver compiuto i cinquanta anni, ma la cosa non lo ha emozionato più di tanto, solo un passo dovuto della sua vita che da sempre viaggia su un binario ferrato senza sorprese e col percorso prefissato. Fa lo lo stesso lavoro di suo padre, sapeva già che avrebbe fatto il medico fin da quando era bambino, i suoi studi si sono succeduti fluidi e nei tempi canonici, senza intoppi, senza sforzi eccessivi. Per lui sarebbe stata una sorpresa scoprire in gioventù di avere altre vocazioni ma così non è stato e già appena laureato sapeva che sarebbe stato primario. Bruno lavora sodo ed apparentemente senza sforzi, pago e convinto del suo impegno quotidiano. Arriva presto in ospedale ogni mattina,  parcheggia la sua auto nel posto riservato, raggiunge il suo studio al decimo piano, indossa il suo camice, il suo distintivo ed inizia ogni giorno che cade in terra con la consultazione delle cartelle cliniche, poi il giro in corsia alle 9:00, le visite, le accettazioni, le dimissioni, i giorni dispari gli interventi. Non torna a casa per pranzo, preferisce mangiare qualcosa di veloce col gruppo dei soliti pochi colleghi nel bar-ristorante all’interno del policlinico. Dopo pranzo prima di riprendere l’attività del pomeriggio si concedeva un quarto d’ora di completa solitudine seduto ad una panchina all’ombra nel parco all’interno dell’area ospedaliera a fumare una sigaretta guardando le torri dei diversi distretti, e poi di nuovo al lavoro. Finito il lavoro in ospedale nei giorni pari raggiunge il suo studio privato, un poliambulatorio che tiene insieme a Stefania, sua collega e sua compagna di studi e di carriera da sempre. Bruno e Stefania hanno una intesa professionale perfetta, si intendono e si coadiuvano in maniera cronometrica sia sul piano organizzativo che clinico nel gestire il lavoro allo studio. Stefania non è sposata e Bruno non ricorda di averla mai vista in una relazione duratura, così gli è sembrato naturale scoparla tutti i giovedì sera al termine del lavoro in studio e ciò non ha pregiudicato il loro rapporto amicale e professionale, anzi lo ha consolidato. Bruno è sposato con Anna e la ama, questo basta a fargli pensare che quello con Stefania non ha niente a che fare con l’amore. Bruno ed Anna si sono conosciuti venti anni fa, entrambi al termine dei loro studi universitari. Anna non viveva le certezze di Bruno allora, la sua vita era a quell’epoca una continua sorpresa, un turbinio fatto di interessi nuovi da scoprire e da vivere ma quando conobbe Bruno non ebbe dubbi, era l’uomo della sua vita. ed erano stati subito insieme. Anna ora  insegna francese alle scuole medie ed  il più bel momento della sua giornata è quando si chiude la porta della classe e lei rimane con il suo gruppo di giovani preadolescenti, lei unica adulta: la Prof. Quando conobbe Bruno Anna provò una felicità strana con una punta di rammarico, uno strano pensiero la attraversò, cioè che Bruno fosse arrivato troppo presto, non metteva assolutamente in dubbio che sarebbe arrivato ma forse avrebbe preferito fosse arrivato un poco più tardi, avrebbe continuato per un po’ a vivere le sue illusioni giovanili, ma così non era stato. Bruno fu per lei felicità, ma non sorpresa, sapeva che Bruno sarebbe stato esattamente così come era: alto, spalle larghe, scuro, estroverso, sempre sicuro sul da farsi, protettivo, rassicurante. Anna e Bruno hanno due figli adolescenti: Marco e Michele, ora sono alla casa al mare dei nonni paterni, Anna ha preferito rimanere in città ed aspettare le ferie di Bruno ad agosto per fare finalmente le vacanze tutti insieme. Bruno come ogni anno ha provato a consigliarle di andare anche lei al mare con loro, ma già sapeva che non avrebbe acconsentito. Anna ci tiene al suo mese di luglio da trascorrere in solitudine ma in piena libertà, lontana dal chiasso della scuola e dei figli, fra i suoi libri, i suoi film, i suoi pensieri, le sue passeggiate, come a disintossicarsi dell’anno scolastico terminato, e a celebrare così la nuova estate che inizia. Anna è una donna piccola di statura, da giovane molto esile, ora ha messo qualche rotondità ma la sua figura rimane esile. Di sicuro rimane lieve e mite la sua indole, le piace ascoltare, interviene nelle conversazioni solo se deve e con un tono di voce basso, osserva la vita che le scorre intorno con grande attenzione in ogni suo particolare e sembra sempre immersa in sue riflessioni intime. Formano una bella coppia lei e Bruno perché diversi, lui grande e grosso, lei piccola, lui gran conversatore e leader in qualsiasi contesto, lei schiva ma attenta. Anna e Bruno  ogni giorno da quindici anni a questa parte fanno l’amore fra le 4 e le 6 del mattino, prima dell’alba. E’ una specie di rituale, Anna sopratutto ha bisogno che sia così:  a quell’ora ed ogni giorno, perché questo la rassicura che tutto esista davvero, ha bisogno di esserne rassicurata ogni mattino. Le capita di svegliarsi madida di sudore in un incubo nel quale non c’è  più Bruno, non ci sono più i suoi splendidi ragazzi, la sua casa confortevole, la sua vita senza problemi e  lei si ritrova sola, sprofondata nel suo pantano di disperazione e si sveglia urlando dal suo incubo ricorrente. Bruno la attira a sé: “Anna, sono qui”. La abbraccia, la rassicura. Anna allora sprofonda la sua faccia nel suo petto villoso, si aggrappa ai suoi fianchi, fanno l’amore, ripetutamente, con impeto e passione in quella atmosfera onirica che le ore che anticipano il nuovo giorno sanno creare, si amano in quella realtà che sembra un sogno, in un sogno che è realtà. Ed infine Anna si riaddormenta nel suo ultimo orgasmo, rassicurata e serena e le luci del nuovo giorno la trovano così, ancora addormentata, sola e mezza avvolta nelle lenzuola, con il sorriso sulle labbra immersa nel suo sogno in cui c’è Bruno il primario, i suoi splendidi ragazzi, i suoceri amorevoli, la sua bella casa, gli agi della sua vita splendida. 

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L’apocalisse

Il vento diventa impetuoso, scende da San Martino prendendo forza, urla imboccando la strada dei Quartieri, muggisce e trascina, ombrelli, addobbi, abeti colorati, lampade, alberi, e fa della pioggia proiettili liquidi e poi torrenti increspati che scendono,tracimano e si fondono in un unico grosso fiume che vuole raggiungere il mare. Il mare che preso dallo stesso impeto salta su di onde di più metri, bianche ed agitate dalla stessa forza dello stesso Libeccio, inesorabile. E’ un universo che diventa acqua, ed una città che vi si annega. Clacson prima, poi grida di gente che corre cercando riparo, clamori umani che si uniscono a clamori naturali, a cose che si spaccano. Sono addossato sotto l’androne di un vecchio portone nel vano tentativo di trovar riparo e guardo l’Apocalisse. C’è qualcosa di drammaticamente divertente nella fuga di tanti colti dall’improvviso temporale mentre facevano gli acquisti natalizi. Fino a qualche minuto prima per via Toledo suonava una rassicurante musichetta natalizia, rassicurante e statunitense come Babbo Natale, ma poi è stata sovrastata dal rumore del vento, lo scroscio dell’acqua, dal rumori delle cose scaraventate via, poi deve essersi definitivamente zittita, forse inevitabilmente strappati gli altoparlanti. Ed ora siamo tutti fradici, con i nostri pacchetti infiocchettati da giovani commesse, privi degli ombrelli violentati e resi inservibili dal temporale. Attraverso la strada a balzi lunghi cercando di atterrare sulle pietre larghe del selciato non immerse nelle pozzanghere, raggiungo l’ingresso della metropolitana. Siamo salvi, la scala mobile lentamente ci sprofonda e metro dopo metro più in basso, ci sentiamo più sicuri nelle viscere del sottosuolo. Giù in fondo, alla seconda rampa di scale mobili non si sente più il rumore del vento, né quello della pioggia, siamo sotto il mare, ed il mare negli abissi è sempre calmo. Cerco di ricompormi, l’ombrello è oramai uno groviglio di stecchi metallici con attaccato uno straccio colorato, lo abbandono in un cestino. Mi sciolgo la scarpa, la uso per asciugarmi un poco la testa senza grandi risultati, controllo i pacchetti, mi guardo intorno. Siamo una moltitudine, ma relativamente più silenziosa, qualcuno sorride, i ragazzini ridono, si abbracciano. La banchina è pienissima, non salgo sul primo convoglio, non mi va di accalcarmi in una folla umida così decido di aspettare il successivo. Ed infatti la gran folla sciama in quel primo treno e rimaniamo in pochi rarefatti sul rettilineo della banchina metropolitana, al di qua della linea gialla. Si fa silenzio, quel ronzo elettrico del silenzio nelle gallerie della metro, saremo rimasti in quattro, forse cinque, tutti distanti l’uno dall’altro, muti, potremmo essere in una cattedrale vuota e silenziosa. Sentiamo da lontano, un canto, una specie di litania monotona che si avvicina, volgiamo lo sguardo verso il corridoio d’ingresso alla banchina da cui proviene il suono che si fa più vicino. Compare una donna, una donna africana, giovane, alta, ha in testa un foulard arancione avvolto stretto intorno a capelli che devono essere tanti a giudicare dal volume del turbante che si forma. Ha una giacca a vento nera stretta dalla quale fuoriescono i lembi di una maglia lunga grigia che svolazzano a mo’ di gonnellino su dei pantaloni di cotone pesante colorati di una trama rossa. Ai piedi scarpe da ginnastica, legato intorno al collo una magia di lana di color vinaccia, sulla schiena un minuscolo zainetto rosa. Incede verso di noi con un passo lungo, monotono e non smette mai di recitare la sua nenia incomprensibile, come se stesse predicando una verità al mondo. E’ completamente asciutta, a differenza di noi non è bagnata, è sicuramente una ragazza giovane ma sembra una vecchia, ha qualcosa di austero che la rende raccapricciante, ha una voce basse e profonda, ed il suo discorso ripetitivo sembra cantato. Oltrepassa il primo che discosta lo sguardo imbarazzato, poi il secondo che seduto alla panchina la guarda di sottecchi spaurito. Arriva di fronte a me e si ferma, mi fissa negli occhi. Ora mi sembra che gridi, ma forse è solo la prossimità che mi fa questo effetto. Ha due grossi occhi neri profondi e spiritati, continua a cantarmi la sua nenia che mi avvolge, mi abbraccia, mi prende. Sento il clang, delle porte della metro che si aprono, non l’avevo vista sopraggiungere, un attimo, un flash bianco e liquido mi offusca la vista, e non vedo il momento in cui il treno è ripartito, ne sento solo il rumore, poi niente. Quando torno a vedere sono solo, sulla faccia mi cola il suo sputo, denso, caldo, fra gli occhi, sulle guance.

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immagine rubata ad una amica perché si addiceva al mio sogno

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Simpatico

La plastica con la plastica, la carta con la carta, il vetro con il vetro, l’umido nell’umido. L’aria da respirare, l’acqua da bere, la luce per la luce, il buio nel buio, et fiat lux. Il lunedì dopo la domenica, poi il martedì, mercoledì, poi gnocchi. L’estate fa caldo, l’inverno fa freddo. I buoni in paradiso, i cattivi all’inferno. I poveri di spirito, i ricchi col cammello. Il numero perfetto è il tre, ma le tette sono due. I conti non tornano. La notte porta consiglio, o lo spettro di Amleto. Sei mediamente una gran figa, ma hai una grossa varianza. Non volevo essere volgare, è statistica. Una notte come questa ho visto un uomo vomitare pure l’anima, ma non era la sua anima, si vedeva da come stava bene dopo senza. Sim-pa-ti-co. Sono troppo simpatico. Che poi sta’ simpatia, che ci faccio? Volete un etto di simpatia? Ma andatevela a piglia ….

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Almarina

Almarina

Mi guardo attorno, guardo i premesopotamici. Penso che sono ignoranti, penso che per ogni figlio che fa una come Aurora loro ne fanno sette, penso che rovinano la mia città con la loro tracotanza, e il mio Paese con i loro voti bendati. Penso che sono preda dei furbi, preda dei violenti, di chi è forte ma non di chi ragiona. Penso che pensano che l’unica emancipazione possibile dalla merda che li attornia sia avere i soldi, e penso che alcuni non si accorgono nemmeno di stare nella merda. Penso che il Paese ne è pieno ma è pure colpa mia. Mia nel senso nostra, di noi. Penso che la responsabilità sociale sia grandissima e ce l’abbiamo proprio noi che buttiamo la carta della pizza fritta nel cestino. Penso che stanno in ogni città, ma nelle altre città si vedono poco perché i quartieri menano vite separate, e se i professori si vanno a mangiare una pizza fritta là  in mezzo ci vanno come fosse un safari, mentre noi viviamo tutti assieme sempre: il passaggio è aperto e lo attraversiamo continuamente. Stiamo seduti sullo stesso muretto a mangiare la stessa pizza e ci capiamo su poche semplici cose: i bambini, per esempio, o che se piove si devono tirare dentro i panni. Che fa caldo in estate. Io li temo un poco e un poco ne sono profondamente affascinata. Quando li osservo dal balcone, di notte, seduti sui motorini fino a tardi, a emettere suoni disarticolati, a non rendersi conto che è mezzanotte, capisco che loro non vedranno i murales che noi abbiamo dipinto proprio per loro al parchetto giallo, non vedranno nella matematica che abbiamo spiegato fino ad esaurirci l’aereo che li porterà lontano. Che non sentiranno mai musica jazz. E provo rabbia e pena, e allora me ne torno a letto e, nella notte, sono anche contenta di sentirli parlare. Perché se parlano non spacciano, finché parlano non si picchiano, dove stanno le parole non ci sono i coltelli. E se non parlano sotto casa mia dove possono parlare? Che alternativa hanno, visto che sono l’unica che non chiamerà i vigili  né li prenderà a secchiate dai balconi?”

Raccontato con la voce intima di Elisabetta, professoressa di matematica, attraverso le immagini, i rumori, gli odori di Napoli vista da Nisida, l’isola che non c’è. Potrebbe essere un libro interiore, personale, invece è un libro politico. Almarina è la allieva, poco più che una bambina e l’incontro è prezioso per entrambe. Un libro sulla genitorialità sulla cura, sulla solitudine, sulla speranza che si fa futuro quando una bambina cresce mescolando i suoi panni da lavare con quelli della donna che li mette in lavatrice, i bianchi con i bianchi, i neri con i neri. 
 

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C’era una volta in America

La saletta era piccola, una novantina di posti al massimo, poltroncine foderate di rosso, riempite per circa metà della  capienza massima da culi caldi in pantaloni e gonne in fogge diverse. All’intervallo la sala si illuminò e sullo schermo una scritta avvertì che la pausa sarebbe durata tre minuti. Si guardò attorno, ora quella piccola comunità di uomini e donne disposti in file ordinate in lieve declino di fronte ad uno schermo, veniva illuminato.  Ora di quelli davanti vedeva le chieriche, le colorazioni delle signore che andavano sbiancandosi nelle righe della ricrescita,  gli occhiali di tartaruga, i sorrisi bonari di chi viene sottratto all’abbraccio materno dell’oscurità della sala di proiezione per tornare ad apparire. Erano a metà della sala, fila intermedie come Ines aveva scelto al botteghino, ed ora lei alla sua sinistra gli chiedeva un giudizio positivo da condividere sul film e fu rassicurata nel riceverlo, gli sorrise, poi gli si fece più accanto, sulla spalla,  per stipulare sottovoce un patto di evacuazione al termine del film: bisognava assolutamente evitare di rimanere invischiati in conversazione post-film con una coppia di suoi amici che aveva intravisto in sala non lontani da loro. Michele rise ed annui, lei gli strinse il braccio in segno di complicità e così avevano siglato il loro primo patto di comportamento sociale. Michele continuava a guardarsi intorno. Sarà stato l’esiguità del numero di posti, le dimensioni ristrette della sala, ma non gli sembrava di stare in un cinema, piuttosto in un club di amici. Ma forse non era per la sala ma era per gli spettatori. “Sono tutti vecchi”- pensò Michele, per poi correggersi subito: “Siamo tutti vecchi”. Mancava una coppia di ragazzi che fosse lì per baciarsi più che per vedere il film, e questa assenza rendeva impossibile definire quella sala un cinema. Michele si girò anche dietro per accertarsene, Ines lo guardava sottecchi sospettosa mentre analizzava il luogo, ma niente: erano tutti uguali. Tutti compiaciuti della metà del film che avevano visto, che avevano scelto, mitemente appagati dall’essere insieme a degli amici, ad una comunità anti-razzista, progressista, informata sulle attribuzioni degli Oscar. Si spensero le luci ed il film riprese il suo viaggio attraverso la cosiddetta America profonda, anni ’60, ancora segregazionista, un nero colto ed omosessuale, un italo-americano anzi addirittura italiano-napoletano un po’ bullo ma tanto simpatico,  combattevano la loro battaglia contro l’iniquità ed il pregiudizio per vincerla ovviamente la notte di Natale.

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Che nevichi

Aspetto che nevichi. Per ora piove fitto, rumorosamente, ma nevicherà, è previsto. Se è previsto basta aspettare. La previsione è la preveggenza dei calcoli, la fede che l’effetto abbia a che fare con la causa. Ma in verità l’effetto ha bisogno di una madre e la causa ha un grande spirito materno, tutto il resto è idea. Ma intanto piove, ed io qua, in una notte qualunque, ad aspettare come un coglione, una neve qualunque. Un qualunque che diventi speciale. -Facciamo che il caso diventi destino- l’ho sentito in un film, ma se non mi ricordo il film che schifo di citazione è questa? Speciale è un qualunque che ci ricordiamo,  come quel pomeriggio di estate o come uno che si dondola su una sedia, a dondolo per l’appunto, e dice: questo me lo devo ricordare.  I ricordi mi fioccano addosso, leggeri e freddi, uno sciame bianco che distoglie e distrae, fisso la mia attenzione su uno, lo seguo nel suo volo e mi distraggo da tutti gli altri.  I ricordi sono la dimostrazione che tutto esiste, sono il bisogno che abbiamo che sia stato, e se è stato, esiste, o almeno esistette. Che brutto passato remoto “esistette”, non mi piace. Si può dire esisté? Mi piace di più. Sia benedetta la lingua che ci dà tante possibilità, tutte con l’accento finale. Benedico l’Ikea per questo piumone che mi tiene al caldo, mi ricordo quando lo comprai, il commesso gentile che mi consigliò di prendere quello in due pezzi, da abbinare con ciappe apposite. Così quando fa veramente freddo come adesso, ne hai uno doppio. Sia tu benedetto gentile commesso, dovunque tu sia adesso. Sei un fiocco di neve, un ricordo da custodire, da benedire. Benedico le tue cosce da contadina, calde ed accoglienti e benedico il ricordo che me ne rimane. Se me lo ricordo non sono un sogno di una notte fredda ad aspettare la neve. No, mi ricordo l’odore, dei sogni non si può ricordare l’odore. Mi ero distratto ed intanto fiocca, viene giù tanta ora nella luce gelida della luna,  la vedo venir giù oltre la finestra. Avrei voluto vederla iniziare questa nevicata ed invece mi sono distratto con i miei fiocchi di neve ed ora già viene giù fitto fitto. La neve fa il silenzio, ti coccola e ti manda in letargo, non c’è più alcun rumore. Se nevica abbastanza potrebbe ricoprire tutta la mia casa, bloccare la porta, serrare le finestre, tenermi al caldo. Sì, perché la neve tiene al caldo, come i cattivi propositi. Già mi immagino la Protezione Civile domani col sole che viene a scavare la mia casa per tirarmi fuori dalla neve, sento il rumore delle ruspe, la puzza del gasolio. Bisognerebbe chiedere il permesso prima di salvare uno.

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La pastorella e il ‘900

 

Forse vado al cinema per scrivere un post. Non ho niente altro da dire, niente da inventare, così aspetto, aspetto una storia raccontata da altri, una storia da suggere immerso in una grande sala buia, tra sconosciuti in silenzio, che come me fratelli della stessa cucciolata suggono alla stessa mammella calda e prodiga: il Cinema.

Così vi parlo di un film che mi ha emozionato. Lucia è una pastorella, pascola un piccolo gregge di capre nere, esce da un tugurio scuro di prima mattina ed è nella luce, nella luce accecante dell’Isola Azzurra, si inerpica tra le rocce, su dirupi a strapiombo su un mare celeste che sembra avvolgere tutto. Lucia ha una faccia caravaggesca, guida e talvolta tira via per le corna gli animali che governa, li richiama con versi brevi ed acuti, ha due profondi occhi scuri, il broncio duro delle adolescenti, avida esploratrice di un mondo da scoprire anche se è solo una selvatica isolana. Così viene raccontato questo personaggio, con il contrasto tra buio e luce che si alternano nelle sue giornate. E’ buio il suo ambiente domestico, in una casa che assomiglia ad una caverna, legata stretta da vincoli tradizionali che non sembrano farla respirare, che mal sopporta, anche se non sa ben in virtù di quale alternativa. E’ luminosa invece la sua giornata al pascolo, sembra di sentire l’odore soave delle erbe che brucano le sue capre, in un’isola paradisiaca: Capri.

Ed è in queste giornate vissute immersa in una natura benigna, lontana da una società che non sembra essere per lei ugualmente accogliente, è qui che fra tramonti liquidi ed arcobaleni nuvolosi, Lucia incontra gli alieni. Li spia da lontano, li osserva incuriosita, è fatalmente attratta da questa strana comunità di angeli. Così devono apparirle questi strani giovani biondi che parlano un’altra lingua, che praticano strani riti per adorare divinità che invece lei ben conosce: il sole, la luna, la pioggia, la Natura insomma.

Martone (il regista) ci racconta la storia di questa ragazzina che a Capri nel 1914 conosce una comunità di giovani artisti middle-europei che scelgono l’isola come sede della loro comunità. Una comunità nella quale sperimentano un modo rivoluzionario di stare insieme, pacifico, a stretto contatto con la natura ed ovviamente alternativo alla violenza di cui l’Europa sta per diventare inesorabilmente preda con l’inizio della Prima Guerra.

Così la storia di questa ragazzina, la sua personale evoluzione e crescita, diventa una metafora sulle grandi questioni del Secolo Corto: il militarismo, il socialismo, il pacifismo, la violenza, la compassione. Il film è un trattato di filosofia storica, affronta problemi che nascono in quegli anni, senza soluzione ancora attuali, e li sviluppa, li narra, senza mai però salire in cattedra, senza mai cadere nella didascalia, ma immergendoci in queste prospettive esistenziali contrapposte emozionandoci con la luce, come si può fare al cinema.

Una grande interpretazione di Marianna Fontana, una delle gemelle di Indivisibili, di cui già parlammo qui. Un bel film che emoziona, che fa pensare, che fa sperare.

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I fantasmi di Ismael

https://paracqua.files.wordpress.com/2018/11/locandinapg1.jpgUn uomo, due donne, Parigi, il mare, gli incubi, l’arte. Gli ingredienti ci son tutti, si mescolano un po’ nelle giuste dosi e viene fuori una bella storia, fatta di relazioni, di sparizioni,  riapparizioni, di amore, di perdita, di esistenze, di famiglia, di vivere.
Certo a raccontarla così la storia è banale, gli ingredienti sono quelli tradizionali, strausati e rimescolati in tutte le salse, ma si sa, il cinema è continua citazione di sé stesso. https://paracqua.files.wordpress.com/2018/11/ismael2.jpgIsmael è regista cinematografico, parigino di origini ebraiche, scrive di notte sorretto dall’alcol, perché il suo sonno sarebbe di incubi, e quindi vita senza mai dormire, stravizi e donne, bohemien di lusso (come da manuale: che ve lo dico a fa’).
Divide col suocero Henry Bloom, suo maestro, suo irraggiungibile mentore , la sofferenza per la scomparsa della moglie e la di lui figlia, misteriosamente sparita venti anni prima, ormai data per morta.
Poi c’è Sylvia, https://paracqua.files.wordpress.com/2018/11/sylvia.jpgastrofisica, timida, bella di una bellezza austera, che lo osserva da lontano come fa con le sue galassie, se ne innamora, e lui se ne innamora, si innamora della sua solitudine e diventano coppia, per certi versi, madre-figlio, per altri padre-figlia, come sempre accade (che ve lo dico a fa’). Ma con Sylvia Ismael sembra trovare approdo, si completano, si amano. Carlotta1Poi c’è Carlotta, l’amore irrazionale, la fragile follia da preservare, la donna di cui tutti si innamorano ed a tanti dei quali lei si aggrappa come se ogni amore le fosse indispensabile, per fuggire, forse da un rapporto col padre troppo pesante da sostenere. Ma Carlotta c’è perché ci fu, è il fantasma che ritorna, è una fiaba capace di portare indietro le lancette dell’orologio di venti anni. Ma un sortilegio troppo potente, Ismael rischia di impazzire come Enrico iV di Pirandello, Henry non regge ma  vi trova pace.
Questo il melodramma, poi c’è il cinema, il cinema nel cinema, come tanti hanno fatto mirabilmente, Fellini in primis. ArietteIvan.jpgSì, perchè Ismael sta girando un film sulla vita 
rocambolesca e misteriosa del fratello diplomatico, forse spia, Ivan, e le scene di questo film si invischiano a quelle di vita vissuta degli altri personaggi restituendo un suggestivo ed onirico vortice narrativo che lo spettatore tarda a risolvere.
Il film è di Arnaud Desplechin un regista che non conoscevo ma che ho molto apprezzato. Una regia molto attenta alla comunicazione per immagini quanto a quello per dialoghi, riesce a tirarci dentro una piesse teatrale dove recita molto anche la natura.
https://paracqua.files.wordpress.com/2018/11/attrici.jpgMe li son tenuti per ultimo, perché se ve l’avessi detto subito capivate la potenza del film: gli attori. Le attrici, confesso che non mi sarei potuto perdere questo film per la presenza di due attrici che adoro. Charlotte Gainsbourg è Sylvia, splendida interpretazione di questa donna sempre in difesa, incapace di aggredire il mondo, attenta, vero personaggio narrante della storia, sempre in attesa di riscatto, dolce ed austera. Marion Cottilard è Carlotta. Che aggettivi devo trovare per parlare di questa attrice radiosa e melanconica che qui dà vita ad una specie di ninfa fiabesca, eterna bambina, donna istintiva e pericolosa che non sai se amare o temere, che è prepotenza che le deriva dalla fusione di carnalità e fragilità, il fuoco ed il cristallo. Mathie Amalric è il tormentato Ismael, in preda ai suoi furiosi sensi di colpa ed alla voglia di vivere senza risparmiarsi. Bella la sua recitazione sempre agli eccessi, sussurrata o strillata, uniche corde che possono dar vita al suo personaggio.
Bravi anche gli altri, attori cosiddetti minori: Alba Rohrwacher è Faumia ed Arielle, ovvero l’attrice e la moglie di Ivan nel film che si gira nel film. Ivan, fratello di Ismael è l’altro fantasma ed è interpretato da Louis Garrel. Laszló Szábó è Bloom. E poi ancora altri.
Un grande cast, un bravo regista, una bella emozione il film.

https://paracqua.files.wordpress.com/2018/11/cast2.jpg

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I fiori blu


Vedevo la sua immagine riflessa nel finestrino, evanescente si sovrapponeva al paesaggio che correva veloce. Lo sguardo acuto, intenso, da prima della classe, rapita nel viaggio dentro il suo libro. Teneva la matita tra le dita come una abitudine consolidata, per poter annottare a bordo testo, per sottolineare, oppure solo per rassicurarsi di poterlo fare. Il collo lungo da primogenita, quel taglio che una volta si definiva da “maschietto” perché  terribilmente femminile. L’orecchino da zingara, unico esplicito segnale seduttivo faceva il paio con la manica del golf rosso tirato sulla mano in posa da “coccole”. Lo scollo ampio a V sui seni piccoli la rendeva irresistibile nel suo posto racchiuso tra la borsa della spesa e la campagna emiliana. Non alzò mai lo sguardo dal suo mondo, in quella dimensione parallela in cui ci trattiene un libro. Infine prese in fretta le sue cose giunta alla stazione di destinazione, corse via nel corridoio e fuori la vidi risucchiata da un sottopassaggio. Non so nemmeno che profumo avesse.
Non mi rimaneva che leggere quel libro:
Raymond Queneau – I Fiori blu – Traduzione di Italo Calvino – Einaudi.
Più di sette mesi per leggere un libro di poco più di 250 pagine sono veramente troppo. E’ vero però che questo libro mi ha accompagnato in un inverno impegnativo nel quale la lettura era relegata a poche righe a sera prima che il sonno mi finisse in maniera infida. Così le vicende dei due bizzarri personaggi: il Duca d’Auge che si reca a Parigi con i suoi servitori ed i due cavalli parlanti e Cidrolin che vive in una chiatta ormeggiata nella Senna alle prese con la sua vita da pensionato, le figlie, la cameriera e le sue non meno strambe vicende, mi hanno accompagnato per un inverno freddo fino al caldo di luglio. Ogni libro rimane nella memoria di un lettore ancorato al periodo in cui viene letto così le storie di questo romanzo rimarranno ancorate al mio inverno-estate 2017-2018. In ogni caso tanto tempo per leggere un libro non sono un buon segnale, inutile negare, il libro non mi ha mai preso veramente ma non l’ho mai lasciato perché una storia così surreale con personaggi così simpatici ti tiene comunque legato se non altro con l’obiettivo di sapere dove va a parare. Sì perché il Duca d’Auge vive nella Francia del 1264 mentre Cidrolin vive nella Parigi dei nostri giorni (qualche decennio fa) ma le loro storie comunque si intrecciano, i salti dalla storia dell’uno a quella dell’altro sono repentini e senza avvisi di fine capitolo o altro, così all’inizio nella lettura si rimane disorientati e si fatica a capire quando siamo passati dal Duca a Cidrolin e viceversa. Anche se in epoche tanto distanti le storie viaggiano parallele sullo stesso filo ironico fino ad intrecciarsi in un finale in cui tutti i personaggi delle due storie si incontrano, tutti insieme sulla chiatta sulla Senna a risolvere insieme le loro questioni bevendo amabilmente quel liquore al finocchietto tanto amato sia da Cidrolin che dal Duca .d’Auge Ed il dubbio irrisolto con cui  ci lascia il libro è se il Duca d’Auge sia un sogno di Cidrolin oppure sia il contrario ma anche assieme alla consapevolezza che stabilire questo non sia affatto importante. Io poi sono l’ultimo lettore che può porsi questo problema visto che su quel treno su cui la giovane donna leggeva questo libro non ci sono mai salito.

I Fiori Blu

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