La polvere

Cercavo le cuffiette del telefono ed ho scoperto la polvere sotto il letto. Ho preso la scopa e l’ho passata allungandomi sotto il letto. Ho tirato fuori ciocche grigie di polvere, leggere e sottile come fiocchi di lana.  Eppure mi sembrava di averci passato la scopa da poco. Che poco per me può significare mesi. Ho letto da qualche parte che la polvere sotto il letto è la deiezione degli acari. Immagino una popolazione numerosissima di questi piccoli esseri che popola i il mondo sotterraneo del mio letto. Li immagino microscopici, di forma rotondeggiante, ricoperti di un pelo di lanuggine grigio come la polvere che depositano, hanno piedi palmati ed un capoccione tondo come paperotti simpatici dagli occhi grandi e becco lungo e piatto ma al posto delle alucce hanno degli arti sottili che terminano con estremità uncinate che usano per tenersi agganciati al fondo del materasso di giorno, come adesso che sto passando la scopa sul pavimento sottostante. Nottetempo invece, mentre io dormo, si lasciano cadere sul pavimento, si rannicchiano e iniziano a cagare polvere sotto di me. Li immagino così, tutti accovacciati a depositare questi leggeri fiocchi di polvere. Si guardano l’un l’altro e ridono della buffa posizione che assumono impegnati in questa attività notturna, rannicchiati su sé stessi, contriti e divertiti. Poi sgattaiolano via, emettono risatine impercettibili, una specie di ciao e si vanno a nascondere nel materasso. Ma di che si nutrono? Si nutrono di scaglie della mia pelle. I microscopici residui di pelle morta che tutti noi lasciamo depositata nel ricambio vitale della nostra vita sono il pasto dei nostri acari domestici. Chissà che sapore ha la mia pelle? Chissà se ne sanno distinguere il gusto oppure la ingurgitano in maniera acritica. Mi piace pensare che ne distinguano il sapore che inevitabilmente cambia nelle fasi diverse della mia vita. Giorni più aspri, giorni più succosi, mesi aridi, momenti acidi, momenti insapori, giornate dolci, giornate amare. Tutte le giornate diverse che vivo si devono per forza ripercuotere sul sapore della mia pelle. Magari ne discutono. Magari qualcuno fugge disgustato da un sapore troppo intenso o al contrario troppo insipido. Magari si accorgono del sapore esotico di qualche mio ospite che saltuariamente può aver condiviso il mio letto mischiando il gusto della sua pelle con il mio. Forse gli acari ricordano quei giorni per il cambio di menù, magari i più tradizionalisti sono rimasti a digiuno per non cambiare il gusto cui sono abituati. Sarebbe interessante saperlo. Il pensiero di questi esseri che si cibano di me negli ultimi giorni mi ha creato problemi a prender sonno. Mi affaccio sotto al letto nella speranza illusoria di coglierli ma inutilmente. Non so se mi piace l’idea di esser giudicato per il sapore che ho. Ho anche cambiato bagnoschiuma, ora uso un sapone naturale, all’olio di oliva, non vorrei procurare malesseri ai miei coinquilini con sostanze urticanti. L’idea di trasformarmi in polvere grazie a loro però mi inebria. L’idea che la mia vecchia pelle opaca si trasformi grazie al loro metabolismo in leggera lanuggine grigia mi esalta. Mi sembra una meravigliosa scoperta della natura in cui tutto si trasforma. In meglio naturalmente.

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Sogno

La barca fluida manovra fra gli ormeggi. Non ha le vele, sono già ammainate. Con precisione si sposta di poppa e prende il suo posto fra le altre già ormeggiate. E solo allora compari tu in coperta. Ti muovi spedito sul ponte di mogano, i riccioli al vento, il tu sorriso beffardo. Raggiungi la gomena di prua e l’aggangi nella bizza apposita tirando la barca in avanti. Poi lesto corri a poppa per la stessa operazione, sistemi i sei parabordi sulle fiancate e la lunga imbarcazione in legno è finalmente ormeggiata e beccheggia placidamente. Tu ricompari sul ponte con un secchio e uno straccio all’estremità di un lungo manico e lucidi il ponte con vigore. Ti drizzi su, ti appoggi sul lungo manico, ora il mogano della coperta splende lucida al sole di luglio. Indossi una t-shirt a strisce giallo ed arancioni su dei jeans sdrucidi tagliati sotto il ginocchio. La tua solita aria irriverente, mi vedi sul pontile, lanci uno sguardo divertito, dolcemente cattivo. Avrai venti anni.

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Giulia

Sono arrivato dieci minuti prima dell’inizio e la sala è vuota. Immaginavo non fosse un titolo da attrarre folle neppure di domenica sera. Mi aveva incuriosito il titolo, anche la sinossi faceva sperare in un film originale. Poi quando come genere del film trovo Dramma e Commedia insieme come categorie significa poco classificabile, quindi da vedere. All’inizio siamo in tre ed io non so se devo tenere la mascherina o posso toglierla. Giulia è una ragazza stramba, ma stramba non è l’aggettivo. Giulia è una ragazza fragile ma è tutt’altro che fragile nella sua caparbietà ossessiva. Si impunta, fa cose assurde, soffre, ride e piange. La definiremmo una ragazza con problemi perchè non si può dire con handicapp. Ma è resa benissimo da una splendida attrice: Rosa Palasciano in un film di Ciro De Caro, giovane regista al suo secondo lungometraggio. La storia si svolge in un inizio d’estate fra Roma e litorale laziale, la ripresa è con macchina da presa a mano e la tecnica utilizzata restituiscono un realismo poderoso. Giulia si muove tra suoi simili, giovani che si arrabbattano fra volontariato al Centro Anziani, lavori precari, pochi soldi, tanta angoscia. Ora state pensando alla figura De Amicisiana piena di buone anime che combattono il male. Niente di tutto ciò: realismo, realismo, quel realismo che ci commuove senza permetterci le lacrime. Giulia non è un’anima limpida, non è la piccola fiammiferaia. O meglio, è la piccola fiammiferaia che ha imparato a rubare per stare al mondo. Ed il denaro attraversa la vita di tutti i personaggi come elemento reale di corruzione. La stroria corre avanti fluida, appassiona, mai scontata, sempre emoziona, ci fa anche sorridere. Sì, un Commedia che è un Dramma. Non è Truffaut anche se ce n’è l’eco, non è Pasolini anche se c’è la sua musica, non c’è Scola anche se ce ne sono i silenzi, non c’è Monicelli anche se c’è la sua spietatezza. E’ un film nuovo che sa prendersi delle libertà, gioca col tempo, gioca coi volti, gioca con l’intimismo dei personaggi ma all’aperto. E’ un gioco molto serio.

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L’ultimo sole

Il sole di fine anno, una sorpresa, da godere. Bisognerebbe andare al mare invece di stare qui su una panchina lungo il viale di platani. Di fronte a me c’è seduto un vecchio che inizia a parlare del sole.E’ stato operaio all’Italsider, addetto all’ossigenazione della colata. Si ricorda Coroglio, si ricorda il pontile dove venivano a scaricare i residui ferrosi in un mare cobalto, si ricorda l’alta ciminiera che soffiava via un fumo nerissimo, polveroso ed opprimente. Si ricorda Nisida lucente e la lunga linea azzurra che fa l’orizzonte d’inverno. Sorride perchè pensa che era ragazzo, pensa al veleno da cui è scappato, alla sua nuova vita fra i monti. Una nuova fidanzata che dà una svolta alla sua vita ed ora è seduto ad una panchina, infreddolito da un clima a cui non si è mai abituato. Sua moglie sì, lo dice ridendo, lei non ha mai freddo, lui si “accummoglia”,lei si spoglia, ricorda ancora il suo indirizzo da ragazzo: Via Sogliano 314, ricorda i palazzoni ed il sole d’estate. La neve a Bagnoli Irpino in cambio del sole a Bagnoli flegrea. Si lascia e si prende. Non lo dice, lo penso io, lui sorride nel sole.

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Madri parallele

  • Chi è Jenis Joplin?
  • Quella che canta.
  • Ah …

Una ragazza nata nel terzo millennio puà ignorare chi sia Jenis Joplin e queste battute servono a ricordarci che Jenis ed Anna sono di generazioni distanti. Se non fosse sottolineato da queste parole potremmo dimenticarlo e Penelope Crutz che impersona Janis, quarantenne in smagliante forma, forse anche aiutata da qualche suo ritocchino chirurgico estetico, potrebbe far apparire il suo personaggio Janis una donna della stessa era di Ana, la diciotenne impersonata da Milena Smit

Adoro le case nei film di Almadovar, colorate, allegre, vissute e sempre in sintonia con il personaggio che ci vive. Così la casa di Janis è moderna ed essenziale ma calda. La cucina è uno spazio ampio, un grande tavolo centrale di lavoro color legno separa i due piani di cottura e di lavaggio paralleli, uno di fronte all’altro contro le due pareti illuminati di luce calda. E la cucina è il proscenio nel quale le due donne hanno il loro confronto cruciale, impegnate in attività parallele una di formte all’altra. Jenis cucina una invitante frittata di patate con le patate tagliate sottili che poi fa cuocere in tanto olio prima di aggiungere l’uovo. -(devo provarla, io la faccio con le patate tagliate a dadini)- Ana apprende in silenzio, rapita. Jenis le insegna a cucinare ed a tenere in ordine la casa. Strana atmosfera per un film di Almadovar che sembra negli ultimi film aver abbandonato il suo stile chiassoso e costantemente sopra le righe nel raccontare storie “estreme”. Ora invece sembra diventato più riflessivo, più pacato, la macchina da presa accarezza i personaggi nel presentarceli più che folgorarli come faceva un tempo. E’ una storia privata, intima, quella che si imbastisce fra le due donne che si conoscono in clinica, in una stanza comune del reparto di maternità, dove partoriscono praticamente insieme due bambine. Jenis è una fotografa, Ana una adolescente. Jenis ha un progetto: recuperare la memoria di un eccidio perpetrato nel suo paese nella provincia di Madrid all’epoca della guerra civile in Spagna. Ana è una ragazzina turbolenta, confusa ed in cerca di costruirsi mentre le capità la maternità. Così la storia personale si intreccia in quella civile.Il parallelismo di queste due madri così diverse impone delle scelte, propone violentemente il tema della memoria, delle consapevolezze da acquisire, delle scelte su da che parte stare. Così Jenis rinsalda le sue radici con il suo Paese, la sua Famiglia ed Anna cresce, conosce e cresce. Una storia raccontata con delicatezza, con emozioni ed implicazioni forti, con sapienza, con maestria, com fantasia, come il vecchio Pedro sa fare.

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Tre piani

Vado al cinema a mente sgombra. Non leggo recensioni sul film se non dopo averlo visto, un po’ per non guastarmi la visione di un film di cui non devo sapere niente, un po’ per non crearmi un pre-giudizio sul film da dover poi assecondare o confutare. Poi dopo magari leggo le recensioni, per confontare il mio giudizio con quello di altri, per approfondire aspetti del film che non ho saputo cogliere e che critici professionisti mi sanno spiegare. Ma dopo la visione, non prima. Così sabato sera, avevo già in conto di vedere l’ultimo di Moretti acclamato a Venezia, passo davanti al cinema cittadino a consultare gli orari e scopro che sta per iniziare.

Il tempo di comprare il biglietto, il controllo del green-pass e sono catapultato nella saletta piccola, già al buio, il film inizia di lì a poco, ed io sono fra altri, non molti, nella sala piccola del cinema in cui mancavo da prima del lockdown.

Inizia con scena drammatica, un prologo d’urto e siamo subito nella storia e nel suo clima greve. Le strade, il rione anonimo, le inquadrature, i silenzi che raccontano. Sì, sono in un film di Moretti. Tre piani: quattro nuclei familiari, le vite dei condomini che si intersecano e che si allacciano sotto l’effetto dell’evento drammatico. E’ l’evento dammatico che sa mettere in crisi la vita di tutti e poi a catena da crisi nasce crisi, dove per crisi intendo mutamenti, sovversioni, spesso radicali nella vita dei personaggi. La storia del condominio si svolge nel corso di dieci anni, in due step, di cinque in cinque. Così ritroviamo bambine adolescenti, poi giovani donne, genitori che maturano forse, che si imbiancano, qualcuno che scompare. Relazioni interpersonali acruirsi, risolversi, troncarsi, nell’intreccio che la vita sa costruire. La vita in questo piccolo caseggiato, abitato da famiglie della piccola borghesia (si può usare ancora questo termine?), che sembravano per scelta volersi isolare come in un’anonima rocca dalla vita della città fuori, inesorabilmente tracimano verso la vita esterna, verso la vita fuori. Ed è un processo doloroso, come tutte le metamorfosi, ma comunque positivo, una evoluzione che tutti i personaggi si trovano a percorrere, almeno quelli che rimangono, e che si apriranno al “fuori”, agli altri. Le faccende private diventano pubbliche, talvolta addirittura attraversando le aule dei tribunali, e devono uscire fal guscio famigliare per diventare condomiali, cittadine, pubbliche. Al piano alto vivono due austeri coniugi, due giudici ed il loro figlio adolescente interpretati da Nanni Moretti, Margherita Buy, Alessandro Sperduti. Al piano sotto una giovane coppia. Lei prima incinta, poi madre sola alle prese con la neonata, impersonata da Alba Rochnwatcher. Lui ingegnere lontano, lavoro in trasferta, presente in skype ma non abbastanza, impersonato da Adriano Giannini. Piano terreno giovane coppia di professionisti con bimba (poi ragazzina) spesso affidata ad una anziana coppia di vicini. Elena Lietti e Riccardo Scamarcio, la giovane coppia e Gea dell’Orto la figliola ragazzina. Anna Bonaiuto e Paolo Graziosi, gli anziani vicini, Denise Tantucci la loro giovane nipote. Visto che ho citato gran parte del cast va anche menzionato anche Tommaso Ragno, che non interpreta un condomino ma un personaggio che si svelerà di raccordo importante per la vita della famiglia dei giudici. E’ una storia ben raccontata, una storia tratta da un romanzo dallo stesso titolo che non ho letto. Ben raccontata, perchè raccontata senza eccessi, senza eccessi nel recitato e nel mostrato. Si tratta di storie di grande carica drammatica ma non colorate ulteriormente, la macchina da presa di Moretti sa restare quella di sempre, da documentarista di storie cittadine. Lascia a noi l’emozione e la riflessione intima da condurre, dopo, usciti dal cinema, tutti siamo coinvolti, i temi trattati son quelle delle famiglie, delle relazioni all’interno di queste, ci sanno prendere senza suggerirci una morale. Per questo ci è piaciuto. Gli attori sono impeccabili. Scamarcio, a mio parere diventa sempre più bravo. Margherita Buy, forse un po’ prigioniera del suo personaggio, come tanti attori famosi, è sempre sè stessa, che piaccia o meno. Strepitosi i giovani attori, tutti. Incantevole e complessa l’interpretazione del personaggio Charlotte affitato Denise Tantucci, che ricordavo Sirena nel telefilm televisivo.

Bello il Cinema che emoziona.

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La piscina

Adele guarda la superficie dell’acqua. Il crepuscolo la rende metallica, densa, blu. Al centro della piscina un’increspatura si irradia concentrica, forse un insetto, forse una piccola foglia. Guarda le grosse gocce d’acqua che le imperlano il corpo. Indossa un costume a pezzo unico, blu, di quelli da nuoto agonistico, si lascia asciugare ai raggi lunghi del sole oramai imbelle. Si piace così adagiata, bagnata e semidistesa sul bordo della piscina, dopo la fatica delle venti vasche. Le piace nuotare quando inizia la sera, quando muore il giorno ed il sole non scotta più. Le piace nuotare nell’acqua dolce che si fa scura. Le piace vedere i lampioni che si accendono oltre il cinto di mura mentre il sole rosseggia tra la foschia oltre i monti. Non le piace quando il sole sarà tramontato, quel momento angosciante in cui cala il freddo e la luce rossiccia del tramonto viene sostituita dalla luce gialla dei lampioni, quel momento lo teme e vorrebbe posporlo ma lo attende con un leggero fremito. Sta finendo un’altra estate e non è ancora andata in vacanza. Ci andrà che sarà finita, a fare le sue venti vasche prima che la sorprenda l’autunno.

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Ci siete mancati

Dietro casa, uno spiazzo e poi la grande distesa illimitata del deserto, in fondo la catena delle Montagne rocciose. Un paesaggio che conforta, accompagna, per anni. Poi tutto cambia e ciò che sembrava immutabile diventa effimero, le aziende chiudono, l’economia prende un nuovo corso e comunità si dissolvono, ciò che era stabile diventa in moto, la vita nomade. “Ci siete mancati” recitava lo slogan all’ingresso della multisala, eravamo sparuti ma allegri dietro le mascherine, contenti di sprofondare ancora nel ventre accogliente di una sala cinematografica, ad immergerci nella storia di Fern che diventa una nomade, per cui un furgone diventa casa. Nomade non per scelta ma forse per natura. E l’America dei grandi spazi quella che attraversa Fern con la sua casa mobile, dai grandi freddi dell’inverno del Nevada a cercare un clima un po’ più mite un po’ più a Sud. E’ sola Fern, ma incontra tante altre solitudini, e tante solitudini diventano una comunità, una comunità errante, di uccelli migratori che si incrociano, si raggruppano, si separano e si ritrovano. C’è tanta solidarietà nel film della giovane regista dal nome cinese, ed è la solidarietà degli ultimi, degli ottimisti. Nomandland narra di questa comunità e ci dà una speranza, è crudo come sa essere la natura che è il narratore della storia di questo popolo di nomadi non per scelta, ma anche terribilmente poetica. L’acqua fredda di un affluente del Colorado, i silenzi maestosi di montagne di granito, l’urlo del Pacifico, lo stridio di migliaglia di rondini che ti volano attorno così serrate che ti sembra di starci dentro. Ed infine sei nomade per scelta perchè il viaggio è diventato il tuo modo di essere libera Fern. E gli addii sono sempre arrividerci: “Ci si vede più in là nel viaggio.”

Da vedere.

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Lasciami andare al cinema

Sabato sera, mascherina sul volto ed il momento tanto atteso è arrivato: torno al cinema. Sono perfino un poco emozionato di oltrepassare quel varco, riattraverso le alte luci della hall della biglietteria fra i poster giganteschi dei film per andare ad acquistare il mio biglietto. Da quanto non vedo più un film al cinema? Forse l’ultimo è stato Parasite a febbraio, quindi sono otto mesi, sembra passata un’era geologica. L’atmosfera infatti è completamente cambiata, di sabato sera in autunno prima avrei trovato file chiassose al botteghino, gruppetti vocianti di amici che si apprestano ad entrare o che sostano all’ingresso, comunque tutti vicini, invece ora sembriamo dei pochi e timorosi superstiti, silenziosi, a coppie di due distanziati e silenziosi, attenti a non correre troppi rischi per riappropriarci di un vecchio rito. Davvero questa immagine mi dà il senso di quello che è accaduto e che ancora sta accadendo. Scelgo un posto fra le prime file, pago il biglietto e torno fuori, preferisco attendere all’aperto in questa serata che sa già di castagne e di freddo che stanno per venire, sono in anticipo per lo spettacolo.
In questi otto mesi ho visto una marea di film di belli e di brutti, su Prime, per tele, RaiPlay, e tanti altri supporti per film in streaming ma non era la stessa cosa, non potevo scrivere di film visti al computer, non significava recensire di cinema.
Infine entro, mancano cinque minuti all’inizio. In sala saremo massimo dieci, distanziati lontani su file distanti, tranne quelli a coppie tutti lontani. Posso levare la mascherina? Sì, mi pare si possa all’interno. Inizia.LasciamiAndare
Ho scelto di vedere “Lasciami andare” di Stefano Mordini, un film italiano, un noir. La scelta è stata fra questo ed altri due film italiani che mi incuriosivano (Padrenostro e Lacci) ma ho scelto questo perché ho preferito immergermi in un noir un po’ fantastico, un po’ thriller. Insomma eccomi qua. Film ambientato a Venezia, una Venezia allagata dall’alta marea, molto suggestiva, molto melò come sa essere questa città. Il soggetto è quello tipico di un giallo, con pezzetti della vicenda che si scoprono mano mano e si vanno ad incastrare per svelarci i segreti nascosti. La storia come un aereo inizia a rullare, prende l’abbrivio, decolla, prende il volo, sembra doverci portarci in alti orizzonti ma rimane a bassa quota a mostrarci visuali che non ci scuotono tanto, non ci sono picchiate vertiginose né ascese che ci diano il buco dello stomaco, l’epilogo finale alla fine ce lo saremmo aspettato più emozionante, un viaggio senza scossoni, non noioso ma non particolarmente emozionante. Ci sono tutti gli elementi di un buon giallo: il mistero, la tensione, la dualità di certi personaggi, il dolore, la gioia ma tutto ci faceva sperare in un finale sconvolgente, un colpo di scena inaspettato, che non c’è stato. Gli attori son bravi. Maya Sansa è perfetta, riesce ad interpretare in maniera ineccepibile la madre del bimbo scomparso, ci rappresenta il lutto, la fragilità, lo sgomento, la speranza, perfino la nevrosi di una donna terribilmente segnata. Anche Stefano Accorsi è bravo, sa essere misurato nella interpretazione del padre, sofferente ma positivo, sempre in bilico fra il rialzarsi e lo sprofondarsi, fra la razionalità ed il mistero. Valeria Golino con la consueta bravura sa impersonare la donna del mistero. Serena Rossi è jazz nella sua interpretazione, e non solo perché canta, sa alternare stati d’animo, è il futuro in una storia molto aggrovigliata sul passato. Venezia poi è Venezia. Venezia dei misteri, Venezia della malinconia, Venezia che affonda, Venezia che muore, Venezia che nasce. Insomma tutto quello che (ahimè) abbiamo già visto di questa citta al cinema.

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Anna e Bruno

Bruno è primario al Policlinico. Ha ricevuto l’incarico poco dopo aver compiuto i cinquanta anni, ma la cosa non lo ha emozionato più di tanto, solo un passo dovuto della sua vita che da sempre viaggia su un binario ferrato senza sorprese e col percorso prefissato. Fa lo lo stesso lavoro di suo padre, sapeva già che avrebbe fatto il medico fin da quando era bambino, i suoi studi si sono succeduti fluidi e nei tempi canonici, senza intoppi, senza sforzi eccessivi. Per lui sarebbe stata una sorpresa scoprire in gioventù di avere altre vocazioni ma così non è stato e già appena laureato sapeva che sarebbe stato primario. Bruno lavora sodo ed apparentemente senza sforzi, pago e convinto del suo impegno quotidiano. Arriva presto in ospedale ogni mattina,  parcheggia la sua auto nel posto riservato, raggiunge il suo studio al decimo piano, indossa il suo camice, il suo distintivo ed inizia ogni giorno che cade in terra con la consultazione delle cartelle cliniche, poi il giro in corsia alle 9:00, le visite, le accettazioni, le dimissioni, i giorni dispari gli interventi. Non torna a casa per pranzo, preferisce mangiare qualcosa di veloce col gruppo dei soliti pochi colleghi nel bar-ristorante all’interno del policlinico. Dopo pranzo prima di riprendere l’attività del pomeriggio si concedeva un quarto d’ora di completa solitudine seduto ad una panchina all’ombra nel parco all’interno dell’area ospedaliera a fumare una sigaretta guardando le torri dei diversi distretti, e poi di nuovo al lavoro. Finito il lavoro in ospedale nei giorni pari raggiunge il suo studio privato, un poliambulatorio che tiene insieme a Stefania, sua collega e sua compagna di studi e di carriera da sempre. Bruno e Stefania hanno una intesa professionale perfetta, si intendono e si coadiuvano in maniera cronometrica sia sul piano organizzativo che clinico nel gestire il lavoro allo studio. Stefania non è sposata e Bruno non ricorda di averla mai vista in una relazione duratura, così gli è sembrato naturale scoparla tutti i giovedì sera al termine del lavoro in studio e ciò non ha pregiudicato il loro rapporto amicale e professionale, anzi lo ha consolidato. Bruno è sposato con Anna e la ama, questo basta a fargli pensare che quello con Stefania non ha niente a che fare con l’amore. Bruno ed Anna si sono conosciuti venti anni fa, entrambi al termine dei loro studi universitari. Anna non viveva le certezze di Bruno allora, la sua vita era a quell’epoca una continua sorpresa, un turbinio fatto di interessi nuovi da scoprire e da vivere ma quando conobbe Bruno non ebbe dubbi, era l’uomo della sua vita. ed erano stati subito insieme. Anna ora  insegna francese alle scuole medie ed  il più bel momento della sua giornata è quando si chiude la porta della classe e lei rimane con il suo gruppo di giovani preadolescenti, lei unica adulta: la Prof. Quando conobbe Bruno Anna provò una felicità strana con una punta di rammarico, uno strano pensiero la attraversò, cioè che Bruno fosse arrivato troppo presto, non metteva assolutamente in dubbio che sarebbe arrivato ma forse avrebbe preferito fosse arrivato un poco più tardi, avrebbe continuato per un po’ a vivere le sue illusioni giovanili, ma così non era stato. Bruno fu per lei felicità, ma non sorpresa, sapeva che Bruno sarebbe stato esattamente così come era: alto, spalle larghe, scuro, estroverso, sempre sicuro sul da farsi, protettivo, rassicurante. Anna e Bruno hanno due figli adolescenti: Marco e Michele, ora sono alla casa al mare dei nonni paterni, Anna ha preferito rimanere in città ed aspettare le ferie di Bruno ad agosto per fare finalmente le vacanze tutti insieme. Bruno come ogni anno ha provato a consigliarle di andare anche lei al mare con loro, ma già sapeva che non avrebbe acconsentito. Anna ci tiene al suo mese di luglio da trascorrere in solitudine ma in piena libertà, lontana dal chiasso della scuola e dei figli, fra i suoi libri, i suoi film, i suoi pensieri, le sue passeggiate, come a disintossicarsi dell’anno scolastico terminato, e a celebrare così la nuova estate che inizia. Anna è una donna piccola di statura, da giovane molto esile, ora ha messo qualche rotondità ma la sua figura rimane esile. Di sicuro rimane lieve e mite la sua indole, le piace ascoltare, interviene nelle conversazioni solo se deve e con un tono di voce basso, osserva la vita che le scorre intorno con grande attenzione in ogni suo particolare e sembra sempre immersa in sue riflessioni intime. Formano una bella coppia lei e Bruno perché diversi, lui grande e grosso, lei piccola, lui gran conversatore e leader in qualsiasi contesto, lei schiva ma attenta. Anna e Bruno  ogni giorno da quindici anni a questa parte fanno l’amore fra le 4 e le 6 del mattino, prima dell’alba. E’ una specie di rituale, Anna sopratutto ha bisogno che sia così:  a quell’ora ed ogni giorno, perché questo la rassicura che tutto esista davvero, ha bisogno di esserne rassicurata ogni mattino. Le capita di svegliarsi madida di sudore in un incubo nel quale non c’è  più Bruno, non ci sono più i suoi splendidi ragazzi, la sua casa confortevole, la sua vita senza problemi e  lei si ritrova sola, sprofondata nel suo pantano di disperazione e si sveglia urlando dal suo incubo ricorrente. Bruno la attira a sé: “Anna, sono qui”. La abbraccia, la rassicura. Anna allora sprofonda la sua faccia nel suo petto villoso, si aggrappa ai suoi fianchi, fanno l’amore, ripetutamente, con impeto e passione in quella atmosfera onirica che le ore che anticipano il nuovo giorno sanno creare, si amano in quella realtà che sembra un sogno, in un sogno che è realtà. Ed infine Anna si riaddormenta nel suo ultimo orgasmo, rassicurata e serena e le luci del nuovo giorno la trovano così, ancora addormentata, sola e mezza avvolta nelle lenzuola, con il sorriso sulle labbra immersa nel suo sogno in cui c’è Bruno il primario, i suoi splendidi ragazzi, i suoceri amorevoli, la sua bella casa, gli agi della sua vita splendida. 

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