Tuttapost’

“Tuttappost'”, mi rispose così, secco e asciutto. Suonò come il tonfo della lama di una ghigliottina quella risposta gergale al mio più formale: “Come va?”, con quella maniera di esprimere il contrario di quello che dici, quel modo di dire “fattiicazzituoi” e finirla là. Non vedevo Le’ da più di un anno e mentre ci stringevamo la mano con energia io scrutavo nella trasparenza dei suoi occhi e non ci vedevo niente, era come tuffarsi in un mare gelido e cristallino, di niente di buono e niente di niente. Dovevo avere una espressione abbastanza banale e retorica, probabilmente lo infastidivo, il mio silenzio era pieno delle parole formali che si usano per dare una pacca sulla spalla, per offrire disponibilità non richiesta, per chiederne. E lui mi sfuggiva, frettoloso mi sorrideva, infilava la testa bionda nel casco e mi diceva che doveva andare. Liberò la vecchia moto, sempre quella, dalla catena che la legava al paletto, saltò sul pedale dell’accensione, inforcò la guida e diede un colpo di gas mentre mi salutava dandomi il cinque con la sinistra. “Ci vediamo”. E rimasi sul marciapiede come un coglione, muto a vederlo andare via oltre le colonne di Ercole. Fu l’ultima volta che lo vidi, ma forse era già oltre l’ultima volta perché lui non c’era più o non c’ero io, o è il tempo che finisce così.

 

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Un prato

Un prato è un prato, una distesa verde a perdifiato o a perdita d’occhio che poi è la stessa sensazione di respiro che ti si strozza in gola, di aria che ti manco per quella corsa che ci fai dentro. Un prato è verde, e pure questa è una certezza. Però se guardi meglio c’è verde e verde, milioni di sfumature, di lucentezza, di toni e di luce diverse in quella distesa di verde. E poi c’è il vento. Il vento l’increspa come fosse un mare, che ti aspetteresti che in quel fluttuare dei fili d’erba che si inchinano, si riorientano per poi mutare direzione come in un’immensa ola, potresti ad un tratto scorgere la spuma dell’onda che si infrange. Non è silenzioso un prato e pur ti aspetteresti lo fosse. Invece sussurra nel vento, implacabile ti mormora qualcosa sottovoce, ma non è un mormorio, è come un grido sottovoce, un coro di anime che intonano una canzone di cui non riesci a cogliere le parole, riesci appena a percepirne il motivo. E’ un canto struggente, tremendo e melodioso, è un canto di sirene e rimani incantato ad ascoltarlo. Nuoti a pelo dei fili d’erba, lo percorri in lungo e largo, fin dove la duna verde incontra il celeste dell’orizzonte, lì in fondo dove appena distingui giovani rondini che come te si tuffano in quello stesso mare stridendo. E poi è tristezza, infinita tristezza che ti infonde quel respiro vitale troppo ampio e troppo lacerante, capisci il neonato che a quel primo respiro che gli pare troppo intenso non può che piangere disperato. E’ troppo verde, troppo immenso, troppo vuoto di chi non può più tuffarcisi.

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Loro

Loro tentarono la fortuna alla “Ruota della Fortuna”. Noi no.
Loro trovavano Emilio Fede divertente. Noi no.
Loro son convinti che “Le Iene” sia una organizzazione filantropica, creata per combattere i soprusi contro i cittadini. Noi no.
Loro leggono “La Repubblica”, si indignano e si commuovono leggendo la lettera di Veronica. Noi no.
Loro ritengono che Dell’Utri è un fine bibliofilo e Mangano era uno stalliere. Noi abbiamo qualche dubbio.
Loro ritengono la Loggia P2 fosse una specie di emanazione del Rotary Club. Noi no.
Loro pensano che il Lodo Mondadori sia una collana di libri di poesia. Noi no.
Loro pensano che Beppe Grillo sia un politico italiano che ha fatto i soldi con la televisione. Questo in una certa misura lo penso anche io, ad esser sincero.
Loro pensano che tutti guardano Maria De Filippi, Bruno Vespa e vanno a Messa la domenica. Noi no.

Per queste e mille altre ragioni io il film di Sorrentino non sono andato a vederlo. Se volete la recensione la faccio lo stesso:
“Un film che ci spiazza, nella sua irreale luce ci proietta in un incubo che ci sembra di aver vissuto e che ricorda una realtà che ci ha attraversati tutti, volenti o nolenti. Un film a tratti violento, a tratti intimista, ma sempre intriso di quella profonda ironia con la quale Sorrentino sa prenderci per il culo….”

Mi ricordo quando ero giovane. Il lunedì mattina andando al lavoro ascoltavo alla radio i commenti sulle partite di calcio e con quei pochi spunti ero in grado di intavolare interminabili discussioni con i colleghi su partite di calcio che non avevo nè visto nè seguito anche se dicevo di averlo fatto. Era divertente essere uno di loro. Ora, avrei potuto inventarmi una recensione, sarebbe stato anche più facile che discutere su quel rigore non dato.  Ma per una volta mi va di essere sincero.

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Whatsapp

piccioneLa gente è strana.  La gente modifica il proprio comportamento in funzione degli strumenti a disposizione. Trovo che sia assurdo. La gente ha deciso che dobbiamo sempre essere tutti in connessione, tutti mano nella mano, minuto per minuto come i bambini in gita. Vedo un arcobaleno, mandarlo a qualcuno. Sento una barzelletta, comunicarla. Sono al cinema, che bel film. Mangio un dolce, molto buono. Ristorante, vi consiglio. Mi hanno fatto la multa per lo smartphone. Piove. C’è il sole. Nevica. Sono triste. Sono allegro. Non so come sono. Ciao nonna sto arrivando con la torta nel panierino, prendo la strada nel bosco. Ma dai! Vi pare un comportamento da adulti? A me pare una moda insostenibile a lungo periodo, oltretutto stressante. La mattina buongiorno agli amici lontani, colleghi, parenti, affini. La sera buonanotte allo stesso giro,  ed in mezzo occorre riempire con materiale vario. Tutto gratis, ovviamente e tutto condivisibile, così posso inviare la stessa foto all’amante ed al commercialista. Non c’è pericolo che il commercialista conosca la mia amante, o meglio, se anche fosse, non c’è imbarazzo perché si sa,  le foto che girano non sono mai in esclusiva, son sempre le stesse, e più sono le stesse più sono giuste, come i video su Youtube.  Il riciclo è concesso anzi auspicato. Whatsapp (come FB d’altronde) sono immorali perché sono gratis. Se non fossero gratis al diavolo tutta questa voglia di condividere foto, consultare meteo, amici, partiti politici, movimenti, patrocinare iniziative umanitarie. E’ il gratis che ci manderà in malora. Se pagassimo queste micro-operazioni faremmo solo quelle che riteniamo di consapevole utilità. Per le comunicazioni necessarie saremmo  pronti a spendere 10 centesimi, per le altre no.  Le cose senza prezzo non hanno alcun valore per definizione. Sarà mica il mio buongiorno a cambiarti la giornata Dolce Orsacchiotto, se poi ci devo spendere pure 0.65 €? Dai lo sai che ti penso lo stesso anche senza SMS. Invece no,  poiché è gratis, non possiamo esimerci. Schiavi di Whatsupp o Liberi di comunicare? Non ricordo tanti auguri di Buon Compleanno da quando mi sono iscritto a FB. Grazie Zucherberg. Ma chi te lo ha chiesto.? A me tutta ‘sta vicinanza a gratiss un po’ mi puzza. Ciccio cosa stai pensando? Zuckerberg, ma se poi ti rispondo: a quella suckerberg di tua sorella, poi so’ scostumato… La gente è strana. Ma se compri un libro on-line e da quel giorno Amazon, o chi per esso, ti avverte di nuovi libri di quello stesso autore, non trovi che sia una cosa fantastica? Allora che ti lamenti se Amazon conosce i tuoi gusti? La gente è strana. La botte piena e la moglie ubriaca, ma che non si sappia in giro. Se non vuoi far sapere le cose in giro non dirle in giro. A me mi pare una cosa tanto semplice, come che non si dice a me mi. Ma la gente è talmente strana che è disposta ad accettare non solo miglioramenti ma addirittura anche peggioramenti nelle comunicazioni per spirito di uniformità o semplicemente perché è gratis. Avete mai ricevuto un messaggio vocale su whatsapp? A me ‘sta cosa mi fa impazzire! Io trovo che sia un regredire, non migliorare il modo di comunicare. Ebbene un tizio ha preferito rinunciare alla comunicazione contemporanea a due vie come il telefono dai tempi di Meucci per inviarti un messaggio vocale, ad una via, che puoi solo ascoltare. E tu per rispondere devi registrare la tua risposta e rinviarla. Che è come passare dal telefono al telegrafo, se ci pensi. E così come due imbecilli per decidere l’orario di un appuntamento sprecate 10 minute di comunicazioni asincrone per risolvere una cosa che avreste potuto risolvere con una telefonata di un minuto. La gente è diventata strana. Riesco a immaginare che se Whatsapp regalasse piccioni viaggiatori torneremmo ad utilizzare la posta aerea via pennuti. Io certamente tornerei carnivoro per assaggiare squisiti piccioni alla griglia, gentilmente offerti da whatsapp, ovviamente.

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Il gelo

Stanotte viene la neve, l’ha detto la televisione. Arriva il gelo siberiano, hanno detto. Non si può dormire stanotte bisogna aspettarlo, sentirlo arrivare. Se ci prende nel sonno sarebbe terribile. Che rumore fa il gelo quando arriva? Fa silenzio, non fa rumore, ti accorgi che arriva dal silenzio. Già mi sembra di sentirlo, scuro e silenzioso, il rumore del silenzio. Ho messo l’impasto a lievitare per fare le graffe. Il lunedì friggo le graffe di patate per colazione, sempre, ogni mattina, ogni lunedì, finché campo. Ma se arriva il gelo mi ferma la lievitazione, al gelo non crescerà più niente, nemmeno i pensieri, meglio non addormentarsi. Metterò l’impasto al caldo, ma se arriva il gelo va via il caldo. Il gelo che arriva non è qualcosa che arriva ma in realtà è il caldo che va via.  Come quella battuta di Woody Allen – Jim era una persona talmente negativo che quando arrivava ad una festa c’era sempre qualcuno che diceva: “Qualcuno è andato via?”. – Non fa tanto ridere questa barzelletta, ma in una notte fredda come questa cosa potevate aspettarvi se non una freddura ? Una volta ho letto che se un elettrone incontra un anti-elettrone i due scompaiono ed emettono un fotone ma che l’esperimento può anche essere interpretato come un fotone che viaggia a ritroso nel tempo generando un elettrone e la sua particella negativa.  Mi sembra una cavolata. Sì, indubbiamente sta arrivando, sento i piedi che si gelano. Cioè, non sento più i piedi, che poi è la stessa cosa, ma non voglio spiegarvelo più. Chissà perché le donne hanno i piedi freddi di notte? Forse per loro il gelo arriva un po’ ogni notte? Non le capirò mai le femmine. Bisogna sprangare porta e finestre, accudire quel po’ di caldo che ancora rimane e resistere finché passerà la gelata. Se avessi un camino terrei un fuoco acceso tutta la notte. Ma non ho un camino o qualcosa che faccia fuoco. Ci vorrebbe un fotone.  Mi ciberò di frittelle di patate intanto, mi sembra un’ottima idea. E se va via anche l’acqua, potrebbero ghiacciarsi i tubi. Bè allora berrò limoncello. La glaciazione al limone mi sembra già una cosa accettabile. Poi tornerà il sole, forse, a sciogliere il ghiaccio. Ma intanto stanotte veglio. Voglio sentirlo arrivare.

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Arance

Le donne sono come le arance: ci devi affondare la faccia. Quando ero ragazzo mangiavo così le arance. Ne prendevo una bella grossa, quella più alta sull’albero, quella che da sotto sembrava irraggiungibile, tonda e soda si stagliava d’arancio sul fondale azzurro del cielo freddo d’inverno. Mi arrampicavo fin su, un piede nell’ultimo incavo tra due rami oscillanti, poi allungavo il braccio. Allungavo una mano, l’altra stretta ad un ramo per non venirne giù, allungavo le dita,  la raggiungevo, la strappavo a me. La tenevo nella conca di una mano, liscia, lucente e fredda, la ballonzolavo un po’ ad ammirarne la lucentezza della buccia, a soppesarne la consistenza. Poi la spaccavo in due senza sbucciarla e ci affondavo le fauci, bevendo e mangiando con un unico morso. Era più buona l’arancia così, non so perché ma il sapore era completamente diverso. La bocca impasticciata dal succo agrodolce che mi colava giù, sputavo lontano i semi con un’aria beffarda dall’alto della chioma dell’albero, pago di quel modo scostumato di cibarmi di un frutto. Ora mi dici che esiste un’etichetta anche nei rapporti, sarà. A me le arance piacciono così.

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L’altra faccia della luna

Lui era seduto alla sua scrivania, la giacca sullo schienale della poltrona, camicia celeste, cravatta rossa col nodo piccolo ben fatto. Si alzò, mi porse la mano, un sorriso professionale, una stretta di mano decisa ed amichevole, mi chiese di accomodarmi. Gli chiesi di quell’appartamento piccolo, mansardato, ultimo piano centro storico. Lui mi mostrò le foto al computer, mi spiegò le caratteristiche, prezzo e tutto il resto. Io ascoltavo ed annusavo l’aria, emanava un buon profumo, non era un profumo marcato, non era il dopobarba, forse qualche goccia appena di acqua di colonia che si lasciava sul petto dopo la doccia la mattina, prima di infilare la camicia calda di stiratura. Mi immaginai il suo petto ben tornito, il punto dove erano cadute quelle gocce. Mi stavo perdendo nelle mie fantasie, mi imposi di stare attenta.
– E’ possibile vederla? – interruppi il suo discorso forse un poco bruscamente, di sicuro interruppi le mie fantasie che galoppavano veloci.
Guardò l’ora sull’orologio da polso, quadrante tondo e chiaro, cinturino di pelle nera., solo un attimo di interruzione per pensarci.
-Staremmo quasi per chiudere, ma l’appartamento è qua dietro, se vuole possiamo andarci a piedi-
Risposi forse con un sorriso troppo giulivo, notai un po’ di sorpresa nella sua reazione ma immediatamente celata. Si alzò, indossò la giacca, prese il soprabito dall’attaccapanni: giacca lunga sportiva da scouter , le chiavi da un cassetto.
-Possiamo andare. –
Caspita era alto. Non mi ero resa conto di quanto fosse alto, uno spilungone, mi sovrastava di buoni venti centimetri, camminava ad ampie falcate morbide ed elastiche sempre attento a rimanermi al fianco ed a cedermi il passo nelle strettoie su un marciapiedi affollato di inizio sera. Nel tragitto parlava ancora della casa, io lo seguivo ammutolita. Quando girammo nel vicolo avrei già voluto addossarlo ad un muro e rovistargli la camicia per trovare il punto preciso origine di quel buon profumo.
Il palazzo era uno di quei vecchi palazzi secolo scorso,  forse nato signorile ma ora piuttosto malmesso. Salimmo fino all’ultimo piano stretti in uno di quegli ascensori aperti con le inferriate attorno. Avrei voluto non terminasse più quel viaggio in quel trabiccolo cigolante, io e lui chiusi in quella specie di gabbia a pochi centimetri di distanza. L’ultimo pezzo di scala era senza ascensore, una ripida rampa di scale che levava il respiro. Lui fece una battuta, io sorrisi. Infine entrammo,  diede corrente dall’interruttore generale e poche vecchie lampadine ad incandescenza illuminarono di luce giallastra quella specie di bugigattolo che era l’appartamento. Lo seguii per un piccolo corridoio che illustrava i vani ai lati. Infine fummo in una stanza più ampia, si portò alla fine e spalanco le persiane di legno di un piccolo balcone. Fuori era già notte,  una luna incredibile. Mi sporsi a guardare il panorama di tetti illuminati dalla luna, nel farlo mi strusciai contro di lui,  non si scostò, non mi scostai. Rimasi così, appoggiai la mano sulla sua patta, lo guardai negli occhi e sussurrai: “Lui mi ha già riconosciuta. Tu non ancora?”

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