Dialoghi

– Me ne stavo lì, così.
– Come così ?
– Come un geco sul muro (va bene così? ). Tu passasti di lì e niente fu più come era stato fino ad allora.
– Come era stato fino ad allora ?
– Come un muro con un geco sopra.
– E cosa avvenne?
– La tua ombra fra me e il sole.
– Mi aspettavo qualcosa di più grandioso.
– Ho finito le metafore.
– Io ho l’ultima Marlboro.
– Dividiamo …

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Indivisibili

sibilla

La costa domiziana non è più un luogo geografico, è un set cinematografico. E’ stata talmente utilizzata in tal senso che adesso al suo apparire in un film sappiamo subito riconoscerla come lo scenario consono a narrazioni di storie che hanno a che fare con la camorra, la munnezza, il degrado sociale ed urbanistico, lo sfruttamento dell’immigrazione e su tutti i temi a questi collegati, così come quando da ragazzini vedendo apparire sul grande schermo una desolata distesa con qualche cactus e cime rocciose sullo sfondo sapevamo che di lì a poco sarebbero apparsi pistoleri a cavallo perché stavamo vedendo un film western. Pensavo questo guardando le prime scene del film. E’ indubbio che la foce del Volturno, la costa di Castelvolturno con il suo mare lungo che si infrange su un litorale che sembra senza fine intervallato solo da casolari fatiscenti, i suoi orizzonti nuvolosi con squarci di azzurro intenso su un mare nero, possiedono  una tale poetica cruda dei luoghi che per il Cinema deve essere risultato inevitabile traslare un po’ più a sud, sulla stessa costa quella che fu inventata da Pasolini regista. E’ stato semplice, solo qualche grado di latitudine più giù, poi sostituire il romanesco degli Ultimi con il napoletano degli ancora Ultimi ma del nuovo secolo che ora necessita addirittura di sottotitoli, e si rievoca quella poetica dei luoghi di poche speranze. Queste erano le mie considerazioni da critico da strapazzo mentre seguivo le prime scene del nuovo film di  De Angelis : Indivisibili, ma fortunatamente queste venivano ben presto sopraffatte dalla storia di Dasy e Viola che prende vita in questo scenario  e venivo risucchiato nel film. Viola e Dasy sono un’anomalia, non solo perché sono due sorelle siamesi incollate tra loro dalla nascita in maniera che si rivelerà non indissolubile, ma sopratutto perché sono due diciottenni incontaminate dallo squallore di quella specie di orrido bestiario familiare e sociale in cui vivono. Sono vive e piene di sogni come devono tutte le ragazze della loro età, interpretate con grande freschezza e vivacità da due attrici esordienti: Marianna ed Angela Fontana, due gemelle non solo belle ma anche molto brave sulle cui spalle poggia in massima parte la riuscita del film. Le due sorelle siamesi sono incollate su un lato di una coscia e vivono in simbiosi, seppure identiche nell’aspetto sono diverse per indole: Viola è accondiscendente, religiosa, gran mangiona; Dasy ribelle, insofferente, sogna di andare a Los Angeles, le piacciono le canzoni di Janis Joplin più del neomelodico cui sembrano condannate. Sì, perché le due sorelle sono cantanti, si esibiscono ai matrimoni, alle feste per le prime comunioni ed in alti eventi religiosi cantando un repertorio di canzoni composte da loro padre Peppe e per un pubblico obiettivamente trash. Ma è la loro  singolarità fisica più che le loro doti canore a fare la fortuna della loro famiglia che se si propone come un gruppo musicale  in realtà è uno squallido gruppo di adulti che sfruttano le due giovani come un fenomeno da baraccone. La consapevolezza di ciò assieme alla rivelazione che potrebbero cambiare il loro stato fisico fa scattare la ribellione delle ragazze e quindi la rottura dello stato delle cose in maniera dirompente, questa in sintesi la storia.che non voglio raccontarvi. Il padre Peppe è un turpe e sgangherato capofamiglia interpretato da Massimiliano Rossi attore già legato a ruoli simili (Zecchinetta nella serie Gomorra); la madre Titti, una donna annebbiata da alcol e fumo è interpretata da Antonia Truppo (la truce Nunzia in Lo chiamavano Jeeg robot ), completano il gruppo familiare i due zii, personaggi minori ma funzionali alla drammaticità ma anche alla comicità dell’opera. C’è poi un prete satanico: Don Salvatore interpretato da Gianfranco Gallo, un prete che usa la religione per soggiogare un’intera comunità ai suoi interessi,  che fa  pensare a figure di preti corrotti dalla drammaturgia di Annibale Ruccello . E’ una bella storia, avvincente, ben girata e ben interpretata, dove quando si ride poi ci si vergogna di trovarsi a ridere di situazioni grottesche o di diverbi serrati fra personaggi assolutamente sopra le righe perché poi ci si rende conto di ridere di un dramma come spesso accade a sud del Garigliano. Da non dimenticare un altro punto di forza del film, quella voce narrante costituita dalla colonna sonora di Enzo Avitabile: prepotente, acida e travolgente sui cui ritmi ci troviamo col cuore in gola a fare il tifo per Dasy e Viola nella loro battaglia,  sempre abbracciate dall’inizio alla fine.

fuga

 

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Il Vate

… Le spalle emergevano pallide come l’avorio polito, divise da un solco morbido, con le scapole che nel perdersi dentro i merletti del busto avevano non so qual curva fuggevole, quale dolce declinazione di ali; e su dalle spalle svolgevasi agile e tondo il collo; e dalla nuca i capelli; come ravvolti in una spira, piegavano al sommo della testa e vi si formavano un nodo, sotto il morso delle forcine gemmate….

Wow … Ragazzi, questa è roba pesante. 🙂
Per l’ennesima volta ho ripreso a leggere questo libro: “Il Piacere” di G. D’Annunzio. Avevo tentato più volte in giovane età ma non ero mai riuscito a portarlo a termine, stile troppo barocco secondo i miei gusti, anche ripetitivo in alcune similitudini usate nelle descrizioni. Questa volta invece son riuscito a portarlo a termine, un po’ perché me lo ero imposto – è un libro che non si può non conoscere – ma anche perché questa volta mi è piaciuto. Al di là della ricerca della forma estetica più ridondante possibile, questa volta ho trovato anche una profondità di analisi psicologica nei tre personaggi su cui ruota l’intera vicenda sicuramente non banale che ci coinvolge e sa lasciarci con degli interrogativi.
Siamo nel 1886 e si narra dell’amore del nobile aristocratico Andrea Sperelli per Elena Muti, anch’essa nobile e sua ex amante. Dopo la loro separazione Andrea ritorna alle sue relazioni tumultuose per poi legarsi a Maria Ferres, altrettanto bella quanto Elena ma completamente diversa da questa non solo nell’aspetto ma sopratutto nella natura. E così viviamo i giochi d’amore, le passioni vere o simulate, l’epilogo della nuova storia d’amore così come si vivevano in una Roma bella quanto decadente di fine secolo XIX. La storia in sé non è di una grande originalità, ma i personaggi non sono banali e mirabilmente descritti. Bisogna riconoscere al “Vate”, così come tanto modestamente allo scrittore piaceva farsi chiamare, una grande maestria nel descrivere sia i momenti dell’eros quanto quelli dei turbamenti più intimi ed esistenziali nei personaggi che vanno ben oltre il loro secolo. Meno ho apprezzato le citazioni di Storia dell’Arte di cui è pieno il libro, ma quello solo per mia ignoranza. Un classico? Sì, secondo me, un classico della letteratura italiana.

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Troppa felicità

Non conoscevo Sofia Kovalevskaja, matematica russa nata a Mosca nel 1850 e morta a Stoccolma nel 1891, come Wikipedia vi potrà confermare.sofja_wassiljewna_kowalewskaja_1

Fu un genio matematico di primo ordine, la prima donna al mondo ad essere titolare di una cattedra universitaria, appunto quella di Matematica presso l’Università di Stoccolma dal 1884. Ma non fu solo un genio matematico, la sua passione non si fermò solo alle equazioni differenziali e alle leggi fisiche, fu anche attivista socialista, visse in varie nazioni d’Europa, conosceva il tedesco, lo svedese, il francese oltre alla sua madre lingua il russo ovviamente. La sua vita si intersecò con quella dei grandi della sua epoca e non solo scienziati, conobbe  Dostoevskij che si innamorò di sua sorella, con la sorella e suo marito prese parte alle vicende tumultuose della Comune di Parigi. Fu anche scrittrice anche senza raggiungere i livelli che raggiunse come matematica. Fu Karl Weierstrass, matematico tedesco che a Berlino, intuì immediatamente la genialità e l’intelligenza critica di quella timida ragazzina che gli si presentò nello studio per poter aver lezioni private perché allora le donne non potevano frequentare le università. Il professore rimase fulminato fin dal primo incontro con quella giovane dagli occhi luminosi, con i riccioli che le cadevano sulla fronte mentre spiegava la sua risoluzione di un problema e fu il suo mentore nel mondo della matematica e poi guida seppure a distanza per tutta la vita:

<<  Sofia lo sbalordì in tanti modi. Era così giovane, esile, appassionata. Si sentì in dovere di placarla, di trattarla con delicatezza, insegnandole a dominare i fuochi di artificio del suo cervello.
Era una vita – gli costava dirlo, come ebbe ad ammettere, perché si era sempre guardato dagli eccessivi entusiasmi -, era una vita che aspettava di veder entrare nel suo studio un allievo del genere. Un allievo in grado di lanciargli una sfida assoluta, di seguire non soltanto il percorso spericolato della sua mente, ma se possibile, di spiccare un volo più alto. Doveva stare attento a a non lasciarsi sfuggire quel che in effetti pensava e cioè che per fare un grande matematico ci volesse qualcosa di simile all’intuito, come il bagliore di un lampo, per illuminare ciò che è lì da sempre. Occorre essere rigorosi, precisi, certo, ma non vale forse lo stesso per i grandi poeti? 
>>

E’ il personaggio dell’ultimo della raccolta di dieci racconti di Alice MunroLayout 1 a cui  da anche il titolo: “Troppa felicità”. La scrittrice canadese nel suo racconto ce la fa conoscere attraverso i giorni di un suo ultimo viaggio dall’Italia alla Svezia attraverso Francia, Germania e Danimarca a ripercorrere ed a congedarsi inconsapevole dai luoghi e da persone fondamentali nella sua vita breve ed intensa. In viaggio verso la neve incessante del Nord Europa riscaldata dai suoi ricordi, dai suoi incontri, dalla sua felicità intima, la vediamo andar via in uno stato di troppa felicità.  Terminata la lettura del racconto (e del libro quindi) sono andato a cercare un’immagine di Sonia ed ho trovato un ritratto che corrisponde esattamente a quella donna che la scrittrice canadese ha saputo rappresentare mirabilmente.

E’ il primo libro che leggo del premio Nobel 2013: Alice Munro ed il libro in questione fu pubblicato nel 2011. Nell’affrontare un Nobel ho sempre paura di imbattermi in una letteratura paludata, troppo accademica e distante, con questa scrittrice posso assicurarvi che il timore era assolutamente infondato. Fin dal primo racconto sono stato catturato da uno stile fluido, musicale, da una prosa semplice e quotidiana capace di catapultarci immediatamente in situazioni e personaggi complessi ma sempre estremamente verosimili, descritti con dovizia di particolari sia dei luoghi che delle persone. Sono dieci racconti incentrate tutti su figure femminili diversissime tra loro, solo l’ultimo di cui vi ho già detto tratta di un personaggio realmente vissuto, gli altri sono personaggi inventati ma estremamente reali. Ognuno di loro nasconde delle ombre, dei segreti o dei traumi che si vanno delineando nel corso del racconto. Le storie sono a volte anche truci, ossessive, talvolta ironiche, mai scontate. Non ci si annoia mai ed Alice Munro sa sempre sorprenderci con epiloghi e colpi di scena nella trama che tengono alta la tensione nella lettura. Vi lascio un’ultima citazione tratta da uno dei racconti, che trovo significativa perché la protagonista del racconto, riferendosi ad un libro che è una raccolta di racconti, esprime un suo giudizio sullo scrivere racconti (con palese riferimento alla scelta della scrittrice scelta):

<< “Come dobbiamo vivere” è una raccolta di racconti, non un romanzo. Il che è già di per sé una delusione. Sembra sminuire l’autorevolezza del libro e far apparire l’autore come qualcuno che sta solo appeso ai cancelli della letteratura con la L maiuscola, anziché averli saldamente varcati. >>

Alice Munro, in punta di piedi, senza voler cercare l’autorevolezza per sé ha dimostrato di poter varcare quel cancello ed occupare un ruolo nel giardino della Letteratura anche solo scrivendo racconti.

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Andante allegro

L’aveva scopata con dedizione. Era stata una scopata svolta con accuratezza, senza sbavature, come una sonata di Schubert, con la giusta armonia ma anche il ritmo giusto, allegro ma non troppo. A queste considerazioni che andava facendo mentalmente le sue labbra accennarono un sorriso, involontario. Anna, supina, distesa al suo fianco allungò un braccio verso di lui e lo sfiorò appena con le dita su un fianco.
– Ridi ? chiese.
Michele le prese la mano racchiudendola fra le dita intrecciate e si girò su un fianco, rannicchiandosi a guardarla. – No, forse sorrido.
Anna rimaneva immota, supina, con il volto rivolto al soffitto. – Perché sorridi?
La guardava lunga, distesa, la poca luce nella stanza aveva eliminato i colori così che il suo luno corpo disteso gli apparisse come una statua neoclassica, in bianco e nero. Non riusciva a vedere il viso, perché rivolto verso l’alto e perché piccolo ed ovale risultava nascosto dalla voluminosa capigliatura riccia che come una enorme criniera lo racchiudeva. Nel controluce le clavicole si stagliavano iridescenti e fra queste nasceva il suo bel collo lungo disteso tra le chiome. Era tanta in questa prospettiva, lunga ed imponente, le sue poppe un po’ afflosciate navigavano leggermente su e giù nel ritmo lento del respiro condotto dallo sterno che appariva e scompariva fluido come una carena fa in un mare calmo. Le appoggiò la mano sulla pancia, sentì la pelle liscia e leggermente fresca ed indugiò in una carezza fino a fermarsi quando avvertì il solletico dei riccioli ispidi del pube sotto il palmo. Qui prese fonda e sentì il ritorno della sua erezione.
– Non rispondi.
– Mi sembrava banale la risposta, sorrido perché sto bene, qui, ora.
– Ah …
L’aveva vista cupa, uscire dalla sua auto nel vicolo dove si trovavano, poi lei aveva alzato lo sguardo ed aveva sorriso del suo sorriso luminoso, lo aveva baciato sulle labbra prendendogli una mano. Ma gli occhi non brillavano, Michele ci aveva visto dentro la sua giornata stanca ed aveva deciso che doveva essere con dedizione quel pomeriggio, per disintossicarla. L’aveva deciso mentre salivano le scale, mano nella mano, verso la stanza. Forse non era stata una decisione giusta, pensava ora.
– Che hai ? le chiese.
La pausa faceva presupporre una risposta meditata.
– Oggi mi sarebbe piaciuto essere sbattuta selvaggiamente.
Nel finire la frase si era rigirata verso di lui, gli aveva preso la faccia fra le mani e l’aveva suggellata con un bacio sulle labbra, ridendo, per schernire con il gioco una intima verità.
– Bé, possiamo sempre recuperare. Aveva risposto in tono scherzoso d’istinto, suffragato dalla sua erezione che perdurava, ma in realtà era shockato. Capitava spesso che Anna rispondesse a tono ai suoi pensieri piuttosto che alle sue domande e questo lo scombussolava sempre un po’. No, era stata una decisione pessima, non si scopa con dedizione. Dedizione non si coniuga con fare all’amore. Anna aveva risposto a questa sua domanda.
L’abbracciò, ora si tenevano stretti, lei rideva, aveva illuminato i profondi occhi scuri di una luce arguta ed ora lo avrebbe preso in giro, sentiva il suo alito caldo sulla faccia, le sue tette fredde al primo contatto nell’abbraccio. Così gli piaceva, le teneva le mani sulle rotondità del culo mentre lei invece aveva intrecciato le mani dietro il suo collo e si teneva un po’ discosta dal viso per guardarlo, sorridendo ironica.
– Che hai ?
– Mi devo trovare un amante.
– Sono io il suo amante Signora.
– Sì, vabbè … Forse non lo siamo più.  Ricordi che ti dissi quando abbiamo iniziato la nostra relazione?
Sbuffò Michele platealmente, sapeva dove voleva andare a parare e lei rideva di gusto del suo disappunto.
La teoria di Anna (che poi non era la sua) era che una relazione extraconiugale non potesse durare più di due anni, poiché era scientificamente provato, diceva, che dopo due anni qualunque passione scema, inesorabilmente dopo questo tempo non si è più amanti nel senso stretto del termine, quindi, se la cosa si protrae il legame si muta ed è come diventare coniugi. Il che evidentemente è eticamente  oltre che legalmente inaccettabile, perché significherebbe diventare bigami, quindi non c’è scelta: tali relazioni sono a termine. A Michele non piaceva questa teoria, lo metteva in difficoltà la lucidità ed il sarcasmo con cui Anna gliela riproponeva, non riusciva a comprendere se era per lei un gioco o un modo leggero di porlo di fronte ad una dura realtà che in fondo comprendeva senza volerlo ammettere. Così continuò la schermaglia fra i due, Michele che cercava di confutare la teoria, Anna a difenderla, ovviamente senza addivenire a nessuna conclusione fra risate, baci e sguardi muti a guardarsi dentro. E fecero ancora all’amore, allegramente, ma non troppo.

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Matte

la-pazza-gioia9-1000x600Valeria Bruni Tedeschi non è Susan Sarandon, questo è un fatto. Le due attrici hanno in comune solo gli occhi da trota, ma se poi volete il mio giudizio personale, l’attrice italiana è di gran lunga più bella e più brava della pur brava americana. Ah, non volevate il mio giudizio personale ?  Troppo tardi … Perché inizio in questo modo? Perché con un confronto che è sempre cosa antipatica?  Perché quando andiamo a vedere un film, occorre ammetterlo, una qualche idea preconcetta su quello a cui stiamo per assistere inevitabilmente ci è già geminato in testa fin da quando abbiamo scelto il film. Così, devo confessarlo, in questo caso  la mia idea preconcetta era “Thelma e Lousie”,  ovvero in fondo pensavo che avrei assistito ad una sua ennesima riedizione. Invece no, Beatrice e Donatella non sono Thelma e Lousie, ce ne rendiamo conto subito che loro sono altre donne e che stiamo dentro un’altra storia, con altre dinamiche, mosse da altre pulsioni, e che qui la fuga è in direzione diversa, verso la ricerca della felicità non verso il rifiuto, anzi in realtà non è nemmeno una fuga, è una mattata. Ma visto che ho cominciato con il piede sbagliato non voglio cambiar passo, continuare a zoppicare lungo la pessima via intrapresa e continuo a far confronti. Anche perché, -a voi posso confessarlo – sul mio Manuale del perfetto critico cinematografico  c’è scritto che per scrivere una recensione colta occorre parlare più di altri film che del film in oggetto. Allora vi beccate una recensione così su “La pazza gioia”, il nuovo film di Paolo Virzì. Beatrice Morandini (il personaggio a cui da vita Tedeschi) non  è Thelma,  in realtà è Bruno Cortona (Vittorio Gasmann) così quanto Donatella Morandini (Manuela Ramazzotti): l’altro personaggio è poco più che comprimaria nella coppia come accade per Roberto Mariani (Jean Louis Trintignant) nel celeberrimo film “Il sorpasso” di Dino Risi, considerato il manifesto della cosiddetta “commedia all’italiana”.  Penso che l’intenzione di Virzì nel girare questo film sia stata ricominciare da dove ci ha lasciati “Il sorpasso” più di cinquanta anni fa, esattamente lì, ancora in Versilia, ancora in auto, ancora con una coppia in viaggio che è sbilanciata in tutto quanto la prima,  spostando l’obiettivo della cinepresa dalle prime crepe del Boom economico alle cicatrici dell’era post berlusconi, ma sopratutto riprendendo rinnovandoli i canoni della italica commedia. E ci riesce a pieno, il film non è il remake di quello di Risi ma ne è l’evoluzione, la versione 2.0, e ne è diverso come un figlio sa esserlo dal padre di cui ci piace riconoscerne le fattezze nei lineamenti. Il film è tutto imperniato sul personaggio di Beatrice e si regge tutto sulle capacità istrioniche di Valeria Tedeschi nel darle vita (questa è una delle fattezze meglio riconoscibile). Ne viene fuori una una donna assolutamente esondante, psicotica logorroica, fragile quanto aggressiva, bugiarda e generosa. Un personaggio che si può permettere di esagerare, di farci ridere a crepapelle così come di commuoverci senza sfociare mai nella caricatura perché è matta, ed i matti si sa, possono urlare le peggio verità. Beatrice e Donatella si incontrano in una casa di cura psichica in una campagna toscana idilliaca e colorata e la forza attrattiva fra le due è inevitabile perché sono completamente diverse. Chiacchierona una, taciturna l’altra, florida una, magrissima l’altra, arrogante la prima, timida la seconda, una chic aristocratica, l’altra tatuata e popolare, cialtrona e bugiarda una, mite e remissiva l’altra. In comune la fragilità, il bisogno di quella cura che in qualche modo riescono a scambiarsi l’un l’altra vicendevolmente. La coppia si salda e qui ha inizio la loro fuga/ribellione, che se parte alla Thelma e Lousie, se pure prosegue alla Bruno-Roberto poi evolve in maniera esclusiva. Sono due donne sconfitte, pazze con la certificazione del giudice come dicono loro stesse,  da sole hanno già perso e non potrebbero farcela, ma insieme diventano cosa diversa, ognuna un reagente portentoso e benefico per l’altra. Così Beatrice, completamente squilibrata di suo, quando decide di prendersi cura di Donatella, tira fuori doti inaspettate e capacità di soluzioni acute e sorprendenti. I suoi mezzi sono pur sempre fuori dall’etica e dalla legge ma i suoi fini nobili e generosi. Alla stessa maniera Donatella quando è con Beatrice si trasforma, non è più un’abulica depressa ma emergono
la-pazza-gioia12-1000x600energie e vitalità inaspettate. E’ una bella storia di amicizia ed è un bel messaggio quello che ci lascia addosso questa storia. Forse un po’ sdolcinata, questa potrebbe essere l’unica accusa da muovere al film.
Ma ci si diverte così tanto per le battute, le citazioni, le azioni e ci si carezza l’anima così piacevolmente che concediamo a Virzì di aver smesso il suo crudo cinismo che tanto ci piacque nel film precedente (Il capitale umano) per riprendere la commedia.  E’ una rivincita, il primo piano di Beatrice che sorride dietro i vetri nell’ultima scena riscatta lo sguardo sbigottito di Bruno che nella sua ultima scena guardava inerme l’auto in fondo alla scarpata.

 

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“Salvali, salvali tutti … Jeeg “

jeeg1Domenica sera fredda e piovosa, la sala del cinema si riempie, è l’ultimo spettacolo e si riempie di tanti perché piove, perché i giovani vogliono rimanere ancora insieme in gruppo, perché del film se ne è parlato molto, perché in molti celato dietro la curiosità c’è il gusto italico di poter dire poi all’uscita che i premi ai film si danno per motivi commerciali e mai per quelli artistici. Così la vecchia e grande sala di quello che tanto tempo fa era l’unico cinema in città si riempie, si formano gruppi scegliendo i posti che non sono numerati. E’ un pubblico ben diverso da quello che meno numeroso assisteva allo stesso film al Cineforum infrasettimanale prima del David di Donatello. E’ un pubblico rumoroso e scanzonato, si sentono voci e risate anche dopo il buio e l’inizio della proiezione. In fondo mi da’ allegria questo clima da cinema di paese che credevo perso per come ci siamo assuefatti al rito austero delle multisala. Probabilmente – pensavo – ne  perderà la visione del film ma se non altro godrò di un’atmosfera di cinema rumoroso di altri tempi. Mi sbagliavo, dopo pochi minuti dall’inizio del film eravamo “catturati”, eravamo già tutti col cuore in gola in corsa insieme al protagonista ansimante ed inseguito nella prima scena del film, tutti di corsa assieme a lui fra stradine più o meno familiari di Roma fino al Tevere, poi costretti ad immergerci per salvarci dall’arresto. Ed è stato così per tutta la proiezione del film, come tanti bambini inizialmente riottosi rimangono poi a bocca aperta nella semioscurità a pendere dalle labbra della mamma che racconta la favola. E si è avverato il famoso “incantesimo del cinema”, rapiti dalla narrazione, siamo stati trasportati in un mondo di fiabe, abbiamo tutti trattenuto il respiro all’unisono nelle scene drammatiche, abbiamo riso insieme, ne siamo usciti stralunati, più leggeri tra le strade bagnate persuasi sulle prime che potesse sbucare da un angolo sotto la pioggia, grosso ed impacciato, Jeeg Robot. La cosa simpatica è che il mondo di fiabe in cui siamo stati trasportati è Roma, non quella dell’eterna bellezza ma quella della periferia da Tor di Quinto all’Olimpico. Ora io dovrei fare un’analisi del film. Come si fa? Sarei portato a dirvi che è una fiaba delicata ma come faccio a dirlo di una film che nelle sue scene di violenza e nella rappresentazione del cinismo di alcuni personaggi non ha niente da invidiare al miglior Tarantino.  E’ come quando mangi un dolce buonissimo,  per spiegarlo puoi parlare della levitazione perfetta del pan di spagna, della vaniglia che si sente di sottofondo smorzata dal pizzico di sale aggiunto allo zucchero, della crema pasticciera al limone, etc. . In realtà il dolce non lo sai spiegare, perché non sei un pasticciere ma anche perchè non puoi dissezionare una armonia. Il film gira perfetto in una amalgama perfetta. Dentro c’è di tutto, c’è “Brutti, sporchi e cattivi”, c’è Spiderman nella metro di New York, c’è Gomorra, la banda della Magliana, il grottesco del Grande Fratello, c’è il degrado e c’è il sogno degli ultimi, l’ironia, c’è la principessa di cui ci innamoriamo che non è la principessa di Disney ma è la dolcezza di quella ragazzina che a scuola fu etichettata DSA, c’è Marvel con il Super eroe buono nel duello contro quello cattivo, e c’è l’epilogo che non può che essere al derby Roma Lazio. C’è tutto questo e c’è tanto altro ma non ve lo so spiegare.

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