L’apocalisse

Il vento diventa impetuoso, scende da San Martino prendendo forza, urla imboccando la strada dei Quartieri, muggisce e trascina, ombrelli, addobbi, abeti colorati, lampade, alberi, e fa della pioggia proiettili liquidi e poi torrenti increspati che scendono,tracimano e si fondono in un unico grosso fiume che vuole raggiungere il mare. Il mare che preso dallo stesso impeto salta su di onde di più metri, bianche ed agitate dalla stessa forza dello stesso Libeccio, inesorabile. E’ un universo che diventa acqua, ed una città che vi si annega. Clacson prima, poi grida di gente che corre cercando riparo, clamori umani che si uniscono a clamori naturali, a cose che si spaccano. Sono addossato sotto l’androne di un vecchio portone nel vano tentativo di trovar riparo e guardo l’Apocalisse. C’è qualcosa di drammaticamente divertente nella fuga di tanti colti dall’improvviso temporale mentre facevano gli acquisti natalizi. Fino a qualche minuto prima per via Toledo suonava una rassicurante musichetta natalizia, rassicurante e statunitense come Babbo Natale, ma poi è stata sovrastata dal rumore del vento, lo scroscio dell’acqua, dal rumori delle cose scaraventate via, poi deve essersi definitivamente zittita, forse inevitabilmente strappati gli altoparlanti. Ed ora siamo tutti fradici, con i nostri pacchetti infiocchettati da giovani commesse, privi degli ombrelli violentati e resi inservibili dal temporale. Attraverso la strada a balzi lunghi cercando di atterrare sulle pietre larghe del selciato non immerse nelle pozzanghere, raggiungo l’ingresso della metropolitana. Siamo salvi, la scala mobile lentamente ci sprofonda e metro dopo metro più in basso, ci sentiamo più sicuri nelle viscere del sottosuolo. Giù in fondo, alla seconda rampa di scale mobili non si sente più il rumore del vento, né quello della pioggia, siamo sotto il mare, ed il mare negli abissi è sempre calmo. Cerco di ricompormi, l’ombrello è oramai uno groviglio di stecchi metallici con attaccato uno straccio colorato, lo abbandono in un cestino. Mi sciolgo la scarpa, la uso per asciugarmi un poco la testa senza grandi risultati, controllo i pacchetti, mi guardo intorno. Siamo una moltitudine, ma relativamente più silenziosa, qualcuno sorride, i ragazzini ridono, si abbracciano. La banchina è pienissima, non salgo sul primo convoglio, non mi va di accalcarmi in una folla umida così decido di aspettare il successivo. Ed infatti la gran folla sciama in quel primo treno e rimaniamo in pochi rarefatti sul rettilineo della banchina metropolitana, al di qua della linea gialla. Si fa silenzio, quel ronzo elettrico del silenzio nelle gallerie della metro, saremo rimasti in quattro, forse cinque, tutti distanti l’uno dall’altro, muti, potremmo essere in una cattedrale vuota e silenziosa. Sentiamo da lontano, un canto, una specie di litania monotona che si avvicina, volgiamo lo sguardo verso il corridoio d’ingresso alla banchina da cui proviene il suono che si fa più vicino. Compare una donna, una donna africana, giovane, alta, ha in testa un foulard arancione avvolto stretto intorno a capelli che devono essere tanti a giudicare dal volume del turbante che si forma. Ha una giacca a vento nera stretta dalla quale fuoriescono i lembi di una maglia lunga grigia che svolazzano a mo’ di gonnellino su dei pantaloni di cotone pesante colorati di una trama rossa. Ai piedi scarpe da ginnastica, legato intorno al collo una magia di lana di color vinaccia, sulla schiena un minuscolo zainetto rosa. Incede verso di noi con un passo lungo, monotono e non smette mai di recitare la sua nenia incomprensibile, come se stesse predicando una verità al mondo. E’ completamente asciutta, a differenza di noi non è bagnata, è sicuramente una ragazza giovane ma sembra una vecchia, ha qualcosa di austero che la rende raccapricciante, ha una voce basse e profonda, ed il suo discorso ripetitivo sembra cantato. Oltrepassa il primo che discosta lo sguardo imbarazzato, poi il secondo che seduto alla panchina la guarda di sottecchi spaurito. Arriva di fronte a me e si ferma, mi fissa negli occhi. Ora mi sembra che gridi, ma forse è solo la prossimità che mi fa questo effetto. Ha due grossi occhi neri profondi e spiritati, continua a cantarmi la sua nenia che mi avvolge, mi abbraccia, mi prende. Sento il clang, delle porte della metro che si aprono, non l’avevo vista sopraggiungere, un attimo, un flash bianco e liquido mi offusca la vista, e non vedo il momento in cui il treno è ripartito, ne sento solo il rumore, poi niente. Quando torno a vedere sono solo, sulla faccia mi cola il suo sputo, denso, caldo, fra gli occhi, sulle guance.

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immagine rubata ad una amica perché si addiceva al mio sogno

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8 risposte a L’apocalisse

  1. Pendolante ha detto:

    Felice tu abbia rubato la mia immagine, ancora di più perché il racconto è bellissimo… anche se non ho capito come ti sei asciugato la testa con una scarpa…

  2. massimolegnani ha detto:

    bellissimo questo racconto, inquietante e avvolgente, realistico e onirico.
    quello sputo è inaspettato, violento, incomprensibile, eppure ha un che di giusto (non che lo meritassi tu!)
    ml

  3. sherazade ha detto:

    Buongiorno in parte e successo anche a Roma…senza lo stesso finale!

    Buongiorno!

    Sherabientot

  4. elettasenso ha detto:

    È da choc la fine. Bel testo greve di pioggia e altra pioggia: violenta.

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