Almarina

Almarina

Mi guardo attorno, guardo i premesopotamici. Penso che sono ignoranti, penso che per ogni figlio che fa una come Aurora loro ne fanno sette, penso che rovinano la mia città con la loro tracotanza, e il mio Paese con i loro voti bendati. Penso che sono preda dei furbi, preda dei violenti, di chi è forte ma non di chi ragiona. Penso che pensano che l’unica emancipazione possibile dalla merda che li attornia sia avere i soldi, e penso che alcuni non si accorgono nemmeno di stare nella merda. Penso che il Paese ne è pieno ma è pure colpa mia. Mia nel senso nostra, di noi. Penso che la responsabilità sociale sia grandissima e ce l’abbiamo proprio noi che buttiamo la carta della pizza fritta nel cestino. Penso che stanno in ogni città, ma nelle altre città si vedono poco perché i quartieri menano vite separate, e se i professori si vanno a mangiare una pizza fritta là  in mezzo ci vanno come fosse un safari, mentre noi viviamo tutti assieme sempre: il passaggio è aperto e lo attraversiamo continuamente. Stiamo seduti sullo stesso muretto a mangiare la stessa pizza e ci capiamo su poche semplici cose: i bambini, per esempio, o che se piove si devono tirare dentro i panni. Che fa caldo in estate. Io li temo un poco e un poco ne sono profondamente affascinata. Quando li osservo dal balcone, di notte, seduti sui motorini fino a tardi, a emettere suoni disarticolati, a non rendersi conto che è mezzanotte, capisco che loro non vedranno i murales che noi abbiamo dipinto proprio per loro al parchetto giallo, non vedranno nella matematica che abbiamo spiegato fino ad esaurirci l’aereo che li porterà lontano. Che non sentiranno mai musica jazz. E provo rabbia e pena, e allora me ne torno a letto e, nella notte, sono anche contenta di sentirli parlare. Perché se parlano non spacciano, finché parlano non si picchiano, dove stanno le parole non ci sono i coltelli. E se non parlano sotto casa mia dove possono parlare? Che alternativa hanno, visto che sono l’unica che non chiamerà i vigili  né li prenderà a secchiate dai balconi?”

Raccontato con la voce intima di Elisabetta, professoressa di matematica, attraverso le immagini, i rumori, gli odori di Napoli vista da Nisida, l’isola che non c’è. Potrebbe essere un libro interiore, personale, invece è un libro politico. Almarina è la allieva, poco più che una bambina e l’incontro è prezioso per entrambe. Un libro sulla genitorialità sulla cura, sulla solitudine, sulla speranza che si fa futuro quando una bambina cresce mescolando i suoi panni da lavare con quelli della donna che li mette in lavatrice, i bianchi con i bianchi, i neri con i neri. 
 

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8 risposte a Almarina

  1. massimolegnani ha detto:

    non ho ancora letto questo romanzo, ma la Parrella è una garanzia di scrittura che si addentra e ti addenta, non ti dà scampo non ti permette indifferenza.
    bellissimo e molto “suo” lo stralcio che riporti.
    mi hai convinto, sarà il prossimo acquisto.
    ml

  2. Tratto d'unione ha detto:

    Non conosco questa scrittrice, a quanto pare devo rimediare. Bella recensione

  3. sherazade ha detto:

    E andando a ritroso scopro che mi era sfuggita questa tua segnalazione preziosissima.

    grazieee!!!🌷🌹🌻🌼🌺

  4. Lady Nadia ha detto:

    Lei è brava, tuttavia continuo a preferire la narrativa straniera e i classici. Per quanto riguarda invece la saggistica spesso mi sento più affine ai miei connazionali. Un salutone.

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