C’era una volta in America

La saletta era piccola, una novantina di posti al massimo, poltroncine foderate di rosso, riempite per circa metà della  capienza massima da culi caldi in pantaloni e gonne in fogge diverse. All’intervallo la sala si illuminò e sullo schermo una scritta avvertì che la pausa sarebbe durata tre minuti. Si guardò attorno, ora quella piccola comunità di uomini e donne disposti in file ordinate in lieve declino di fronte ad uno schermo, veniva illuminato.  Ora di quelli davanti vedeva le chieriche, le colorazioni delle signore che andavano sbiancandosi nelle righe della ricrescita,  gli occhiali di tartaruga, i sorrisi bonari di chi viene sottratto all’abbraccio materno dell’oscurità della sala di proiezione per tornare ad apparire. Erano a metà della sala, fila intermedie come Ines aveva scelto al botteghino, ed ora lei alla sua sinistra gli chiedeva un giudizio positivo da condividere sul film e fu rassicurata nel riceverlo, gli sorrise, poi gli si fece più accanto, sulla spalla,  per stipulare sottovoce un patto di evacuazione al termine del film: bisognava assolutamente evitare di rimanere invischiati in conversazione post-film con una coppia di suoi amici che aveva intravisto in sala non lontani da loro. Michele rise ed annui, lei gli strinse il braccio in segno di complicità e così avevano siglato il loro primo patto di comportamento sociale. Michele continuava a guardarsi intorno. Sarà stato l’esiguità del numero di posti, le dimensioni ristrette della sala, ma non gli sembrava di stare in un cinema, piuttosto in un club di amici. Ma forse non era per la sala ma era per gli spettatori. “Sono tutti vecchi”- pensò Michele, per poi correggersi subito: “Siamo tutti vecchi”. Mancava una coppia di ragazzi che fosse lì per baciarsi più che per vedere il film, e questa assenza rendeva impossibile definire quella sala un cinema. Michele si girò anche dietro per accertarsene, Ines lo guardava sottecchi sospettosa mentre analizzava il luogo, ma niente: erano tutti uguali. Tutti compiaciuti della metà del film che avevano visto, che avevano scelto, mitemente appagati dall’essere insieme a degli amici, ad una comunità anti-razzista, progressista, informata sulle attribuzioni degli Oscar. Si spensero le luci ed il film riprese il suo viaggio attraverso la cosiddetta America profonda, anni ’60, ancora segregazionista, un nero colto ed omosessuale, un italo-americano anzi addirittura italiano-napoletano un po’ bullo ma tanto simpatico,  combattevano la loro battaglia contro l’iniquità ed il pregiudizio per vincerla ovviamente la notte di Natale.

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35 risposte a C’era una volta in America

  1. lucilontane ha detto:

    Green book, forse. Non l’ho ancora visto, e penso già sia un Oscar immeritato davanti alla immensa potenza e bellezza di Roma.
    A parte questo, sì, siamo tutti vecchi al cinema, anche qui. Il problema sai qual è? Che per veder i giovani al cinema devi andar a vedere Vanzina. Cuore stretto…

  2. Pendolante ha detto:

    osservare la sala del cinema è attività imprescindibile. A volte ci si riconosce negli altri, a volte ci si chiede dove si è capitati… o quando è capitato…

  3. aquilonedipensieri ha detto:

    Io adoro andare al cinema, ho 26 anni e in realtà sono anche più contenta se non ci sono ragazzini perché le nuove generazioni non sono particolarmente educate, purtroppo. Detto questo, complimenti per questo racconto, è scritto davvero bene, breve ma intenso.

    • rodixidor ha detto:

      Grazie, sei gentile
      Lasciami però sorridere di te 26enne che giudichi male le nuove generazioni. 🙂

      • aquilonedipensieri ha detto:

        Non mi sembra che la mia generazione sia veramente messa male come quelle che stanno seguendo, però se vuoi sorridere fallo pure 🙂

        • rodixidor ha detto:

          Convenzionalmente si diceva che una generazione è separata dalla successiva da 25 anni, ma ovviamente tutto è relativo.
          Grazie di esser passata di qui e del tuo commento. 🙂

          • aquilonedipensieri ha detto:

            In realtà esiste più di una definizione per il termine 😉 Ad ogni modo, io da bambina non sono cresciuta con un tablet in mano, a sedici anni ancora non uscivo la sera e non erano ancora diffusi i social. Quindi perdonami, ma non mi sento assolutamente parte di tutto ciò che è venuto dopo.
            Grazie a te comunque e buona giornata!

          • rodixidor ha detto:

            Mi piace la tua scrittura, mi piace il tuo punto di vista. Grazie ancora 🙂

  4. Un pezzo intrigante. Mi è piaciuto molto il taglio che gli hai dato, anche se forse non ne ho colto del tutto l’intento.

  5. newwhitebear ha detto:

    leggo l’atmosfera di quella sala. Ben decritta e dettagliata. Sul film non dico nulla. Non vado al cinema

  6. crisalide77 ha detto:

    non posso che metterlo in wishlist, e cercare di vederlo quanto prima…

  7. massimolegnani ha detto:

    mi piace questo brano più incentrato sulla sala che sullo schermo.
    ml

  8. wwayne ha detto:

    Post scritto benissimo, complimenti! 🙂

  9. Lady Nadia ha detto:

    Particolare questo tuo racconto, singolare questo tuo punto di vista focalizzato sulla platea. Ho visto la sala buia e i riflessi del film che scorre illuminare i tuoi protagonisti di una serata qualunque, senza emozioni, lungo lo scorrere di una pellicola anch’essa ormai piuttosto scontata. Ciao.

  10. alessandra zottoli ha detto:

    Che bella questa immersione nel “bloggese”, Non c’è niente da fare nel blog è tutto diverso, come nelle sale da cinema del tuo racconto, magari con una coppia di ragazzi che si bacia sul fondo. Mi piace il racconto e mi è piaciuto leggere i commenti. Come in un Ritorno dal Futuro. Grazie Rodixidor 🙂

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