Duetto

Ha due ginocchia tonde e lisce, due cosce da Venere di Milo in gran forma: tornite, lisce ed infinite, che il resto sotto la minigonna riesco pure ad immaginarlo. Te ne stai seduta di fronte a me sul divanetto, ti sei portata le mani al viso e singhiozzi. I singhiozzi ti fanno sobbalzare le poppe sotto la maglietta rossa e mi distraggono atrocemente, non trovo le parole adatta al momento.
“Scusami lo sfogo.” – mi fai, riprendendoti dai singhiozzi- “Sto attraversando un momento tristissimo, tu mi sei di gran conforto perché mi ascolti, sai stare in silenzio quando le parole non servono.”
Già. – riesco a biascicare – Lo sapevo che c’hai la sbornia triste, forse avrei fatto meglio a non ordinare quell’ultimo giro di birre al pub. Sono quasi ossessionato, hai delle poppe a pera che mi fanno impazzire, me le immagino oblunghe, asimmetriche, con due grandi areole ed i capezzoli due grosse giuggiole vermiglie. Meglio che non ci penso, però.
Ti passi le mani sul viso asciugandolo dalle lacrime, fai un sorriso larghissimo per ricomporti e ti raccogli i lunghi capelli castani dietro la testa. Come mi eccita quella zona candida sotto l’orecchio, nell’incavo della mascella. Ragazza, sei una gran figa, ma stasera mi sa che non vado a meta, forse meglio optare per una ritirata signorile. Mi alzo: “Bene, forse meglio che vada”
“No, no, ti prego rimani” mi dici allungando una mano e sfiorandomi nel gesto a rimanere. “Comunque non riuscirei a dormire, mi fa meglio rimanere a parlare con te, tu sei un amico che sa ascoltare.”
Già, questa storia che so ascoltare, io semplicemente quando non so che dire sto zitto, faccio un’aria interessata a quello che ascolto e spesso mi perdo nei miei di pensieri. Tutti interpretano il mio atteggiamento come di grande coinvolgimento. Figliola quando son salito da te a fine serata immaginavo tutto un altro sviluppo. A quest’ora mi immaginavo di stare qui, nello stesso divanetto,  a confrontarmi con i bottoncini del tuo reggiseno, non con i tuoi turbamenti esistenziali. E’ andata così, con le donne non si è mai sicuri di niente. Poi, chissà, la speranza è l’ultima ad andare a dormire, e quel tuo sfioramento … Ora hai voglia di raccontarmi la tua vita disgraziata, o meglio, tu la racconterai ma hai bisogno che qualcuno la giudichi disgraziata perché sei un essere troppo sensibile, ed io sono l’interlocutore scelto all’uopo, ho esperienze in serate del genere.
“Ti va se vediamo un film?” -ovviamente non aspetti nemmeno la mia risposta- “Scegli fra i dvd, vado a prendere qualcosa di fresco.” Ritorni con patatine e Coca Cola, bene se interrompiamo con l’alcol magari la serata prende un altra piega. Io avrei scelto “Pulp fiction”, c’è la scena del ballo a piedi nudi tra Uma Thurman e John Travolta che rappresenta una delle ragioni dell’esistenza del Cinema, ma tu invece dinieghi la mia scelta e decisa opti  per “Come eravamo”, scelta che ovviamente avevi già maturato nel passaggio in cucina. Scelta che ovviamente per me è una didascalia a caratteri lampeggianti, tipo: “Ho visto la mia fine sul tuo viso”, perché se  esiste un film capace di indirizzare inderogabilmente una serata verso il “bianco che più bianco non si può” tu l’hai appena scelto. Era come mi avessi passato un contratto da firmare in calce su cui c’era scritto: “Serata da terminarsi con bacino sulla guancia sull’uscio come buonanotte”. Ti vieni a sedere accanto a me e appoggi la tua testa sulla spalla ed iniziamo in religioso silenzio a vedere le prime scene del film, io trangugio Coca Cola sperando in un refrigerio intimo, tu hai un bell’odore, sai di miele, ed io ho voglia di un pompino.  Al secondo attacco di “The way we were” (ce ne saranno almeno sette durante tutto il film) io sono veramente convinto che quello a cui sto pensando avrebbe completamente risolto la storia di Hubbel e Katie, anzi sto andando oltre fantasticando un possibile slogan: “solo un pompino può vincere il maccartismo”. Sto anche pensando di esporti la mia tesi ma noto che a te invece scende una lacrima ed inizi a raccontarmi come vi eravate conosciuti con il tuo ex, poi si passa ad i tuoi sogni da ragazza, i viaggi all’estero etc. etc. Quando Kate infine sta accennando agli occhi della figlia ad Hubbel su una colonna musicale che potete indovinare, io sono diventato  il tuo biografo ufficiale, so tutto di te anche se non ho esplorato niente di quello che mi piacerebbe conoscere di te. Non trovo parole adatte, ma quelle non contano, tu mi abbracci sull’uscio, mi dai la buonanotte come previsto e mi dici: “Si sta bene con te, parlarti fa bene al cuore”. Scendo le scale pensieroso, forse il problema è di organi, forse anche noi, altra parte dell’altra parte del cielo, crediamo di andare dove ci porta il cuore ma in realtà il capitano di rotta è la prostata.

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30 risposte a Duetto

  1. sherazade ha detto:

    La prostata!?
    Non saprei nella costruzione del racconto qualcosa mi stona come se non ti appartenesse appunto per quello che mi sembra di conoscerti ma forse è pura presunzione.
    sherabientot

  2. rodixidor ha detto:

    Non sapevo di questa ricorrenza

  3. lucilontane ha detto:

    Hai raccontato un modo di vedere le cose, che appartiene certamente ad un uomo, che potrebbe avere quella visione. Tutti abbiamo avuto conversazioni in cui abbiamo mostrato pazienza e dolcezza, e dentro avevamo altro, e avremmo voluto dire o fare altro (non necessariamente quello, ma a volte anche, e anche una donna può pensarla così, per strano che possa apparire. Bisogna solo essere schietti, non siamo solo tutta bontà, c’è un lato di noi che neghiamo, ma esiste). E comunque è spiritoso e ben dosato.

  4. newwhitebear ha detto:

    un bel racconto visto dalla parte del maschietto, al quale non gliene importa un fico – dico fico – secco degli struggimenti amorosi del lei. Un bell’amico dai pensieri lascivi mentre lei soffre le pene dell’amore.
    A parte la prostata finale, che francamente non ho capito, il resto mi sembra ben costruito.

  5. Alessandra Bianchi ha detto:

    Ti sei scatenato! Bene 🙂
    Secco ed essenziale. Stile americano. Un applauso sentito.

  6. Pendolante ha detto:

    Ogni donna ha ridotto almeno un amico in quello stato una volta nella vita. Ci di deve passare

  7. mollymelone17 ha detto:

    il termine “poppe” mi pare un po’ troppo giovanile, però la loro descrizione denota un’originalità notevole. Bel racconto, ma in queste situazioni manca sempre un po’ di sfrontatezza. Magari anche lei voleva farti un pompino, ma ha pensato che siccome non vi provavi….

  8. massimolegnani ha detto:

    ironia ben dosata sin dal tittolo, duetto..quando a parlare tutta la sera è stata solo lei 🙂
    (l’inizio in terza persona è voluto? il rapido passaggio alla seconda mi sembra un po’ brusco)
    ml

    • rodixidor ha detto:

      Ero in dubbio se lasciarlo. Forse è un errore ma mi è piaciuto lasciarlo perché mi pareva un modo di sottolineare il brusco coinvolgimento del protagonista che dopo una prima frase di contemplazione passasse immediatamente nel duetto, anche se solo interiore. Se lo trovi brusco probabilmente non funziona. Grazie della notazione. 🙂

  9. Lady Nadia ha detto:

    Urka. E quindi… niente niente?🤣

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