Nausica

nausica

La linea dell’orizzonte esiste. A scuola ti insegnano che è una linea immaginaria ma invece la vedeva distintamente al culmine della distesa d’acqua che le si srotolava davanti fino  a raggiungere il cielo. Una linea nitida e precisa a separare il blu del mare dal blu del cielo. A scuola ti insegnano un sacco di cose senza mai centrare l’obiettivo, la terra sferica, l’orizzonte ottico, ma non ti spiegano di tutte quelle sfumature che il blu possiede e che si vanno a fondere con quella striscia di azzurro che è l’inizio del cielo. Laggiù in fondo le sembrava anche di scorgere la terraferma, non sapeva dire se fosse l’effetto psico-ottico dovuto dalla fissità del suo sguardo che le faceva apparire quello che voleva vedere, oppure davvero vedeva le alture della Tunisia, in ogni caso le avevano detto che in giornate nitide come quella era possibile vederle. Stava così da minuti, immobile, i gomiti appoggiati sulla balaustra in pietra della terrazza della sua stanza da letto, il mento appuntito nella conca delle mani, i capelli neri che le svolazzavano intorno agitati dalla brezza mattutina, ipnotizzata guardava lontano, le folte sopracciglia aggrottate le corrucciavano lo sguardo rendendolo cupo.  Infine si drizzò, si girò ed attraversò la terrazza verso l’ingresso della stanza, le piastrelle del pavimento al sole cominciavano ad esser calde sotto le piante dei piedi. Rientrò nella sua stanza, la sua graziosa prigione, come le piaceva chiamarla, tutta arredata in abete chiaro come la stanza di una nave:  il parquet, lo scrittoio, il letto sulle cui lenzuola bianche spiccava ora come un monticello colorato il piumino in una fodera di patchwork a colori residuo del suo risveglio.  Poi giù per la scala, le cui assi di legno scricchiolavano familiari sotto i suoi passi, giunse al piano terra, infilò un corto corridoio  ed infine entrò in  in una cucina illuminata in maniera accecante dalla luce del sole che entrava da ampi finestroni sulle pareti in alto sotto il tetto spiovente. C’era odore di caffè caldo.  – Naucy, sei tu? – sentì una voce da portico esterno alla cucina – No, nonna sono il serial killer dell’isola venuto a violentarti per poi ucciderti. – Ahahah, che spirito! Come stai? – Bene nonna, peggio di ieri ma meglio di domani. – Le rispose mentre  armeggiava alla cucina in pietra per scaldare il latte. Si versò del latte  e del caffè in una grande ciotola di porcellana bianca e con la faccia tuffataci dentro superò la porta a vetri che dava all’esterno per accomodarsi in una poltrona di vimini accanto alla vecchia signora che era in piedi impegnata a dipingere una tela appoggiata su un trespolo di fronte a sé all’ombra di una nodosa pergola di glicine in fiore.  La signora in questione era Eleonora, sua nonna materna, alta ed ossuta, aveva i capelli lunghi di un biondo sbiadito malamente raccolti sulla testa in una specie di chignon che le conferiva un aspetto stravagante, indossava una ampia camicia a riquadri colorati di taglio maschile tenuta fuori di un pantalone di cotone color kaki,   intingeva con un lungo pennello poca vernice per volta che trasferiva in piccole macchie colorate sulla tela. Si volse verso la ragazza fissandola con due grandi occhi di un grigio trasparente, interrogandola muta per un giudizio. La ragazzina, magra, bruna e pallida stava tutta raggomitolata nella sua camicia da notte di pizzo, sorseggiava il latte e fissava muta   la tela con quella espressione completamente inespressiva che riescono ad assumere i bambini. La nonna esprimeva una tecnica pittorica decisamente postmoderna o comunque post qualcosa, con tanti colori esplosivi, al confine di astrattismo e naturalismo. Al centro le sembrò di riconoscere un gatto grigio ma con tante macchie di colore intorno che  non sapeva se fossero fiori o nuvole colorate. Sua nonna era un camaleonte, vista così qui sarebbe potuta essere scambiata per una pittrice nord europea, molto naif, una donna anticonvenzionale e assorbita dalla natura. Eppure fino a qualche settimana prima la conosceva come una vecchia signora milanese preoccupata principalmente della sua messa in piega e della tintura in ordine, del suo tailleur e del bridge con le amiche, ora era un altra donna. Questa isola trasforma tutti – pensò – forse anche me. Sembrava un secolo eppure era passato poco più di un mese che si erano trasferite qui, in questa isola a forma di farfalla in mezzo al Mediterraneo. Era stato un trasferimento coatto, c’era un’atmosfera pericolosa per la ragazza a Milano, così i suoi genitori avevano preso la decisione drastica. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato l’episodio di Gianni, suo amico di scorribande notturne finito al San Raffaele in coma etilico. Oramai l’anno scolastico era irrecuperabile, erano stati più i giorni trascorsi in giro “on the road” con il suo gruppo di cattive compagnie che nei banchi di scuola, niente avevano potuto le sedute dallo psicologo, le punizioni quanto le aperture di fiducia, come ultimo tentativo era giunta l’idea dell’isolamento totale. I suoi genitori avevano quella villa costruita su una roccia ai confini del mondo, meta delle loro vacanze estive ora diventava sede di confino per una figlia difficile in una primavera incombente. Il viaggio era stato tremendo, aereo e poi nave, era sembrato interminabile e senza speranza per Naucy che tramava rocambolesche quanto irrealizzabili fughe alla Papillon. Per i primi giorni si era chiusa in camera e rifiutava il cibo che la nonna, sua secondino, le proponeva. Poi si era acquietata di colpo come fa il mare dopo una tremenda tempesta, quelle acque nere e ruggenti per giorni di colpo una mattina di sole ritornano quiete, turchine e trasparenti. Aveva ripreso a mangiare, a rivolgere la parola alla nonna, e cominciò anche ad uscire, in giro per l’isola. Scopriva solo ora quel fazzoletto di terra che in realtà non aveva mai conosciuto. Ricordava una spiaggia attrezzata di ombrelloni e lettini, la discoteca del camping piena di stranieri dove si ballava fino all’alba, le partite a carte pomeridiane con gli amici villeggianti all’ombra zebrata delle pagliarelle, niente altro. Ora conosceva un’isola completamente diversa, rocciosa, dura e solitaria, ora conosceva la voce del mare che sbatte nelle piccole insenature talvolta incazzato talvolta scherzoso, gli arbusti di mirto, l’ombra dei carrubi, il profumo dello zafferano, le arrampicate per le vie delle capre fra le rocce sotto il sole dove Ines l’aveva condotta. Ines era la figlia di Giusi, la loro governante, una ragazza della sua età, silenziosa, forte e generosa, erano subito diventate amiche, entrambe taciturne erano entrate subito in sintonia,  Ines poteva capire a pieno il suo malessere perché come tutti i giovani dell’isola aveva un solo sogno: andarsene, ma al tempo stesso aveva saputo condividere con l’amica la magia della sua isola. Quando Ines non era impegnata con la scuola, che frequentava con profitto,  era in giro con la “milanese”, come ovviamente l’avevano soprannominata gli altri ragazzi del posto. Così potevate trovarle su scogliere difficilmente raggiungibili, o all’ombra di un ulivo a fumare, chiacchierare o a tacere insieme, oppure talvolta al baretto del paese a sorseggiare limonate ghiacciate. Quella domenica mattina avevano programmato una giornata al mare, Ines passò a chiamarla puntuale e puntuale Naucy la raggiunse sul retro della casa all’imbocco di un viottolo che le avrebbe condotte sulla scogliera più in basso.  Zainetti in spalla con dentro l’acqua e poche cibarie si inoltrarono per la stradina scavata nella roccia ed invasa da arbusti nella parte alta. Quando raggiunsero la punta rocciosa il mare si presentò ai loro occhi come un’immensa distesa di cobalto lucente, giù sotto il promontorio si apriva un piccolo fiordo con una minuscola spiaggia di ghiaia. Naucy fece gli ultimi metri a capofitto, saltando di roccia in roccia sulle sue scarpette da ginnastica Arrivò sulla spiaggia dove la risacca risuonava come un richiamo giocoso,  e presa da una travolgente euforia si slacciò le scarpe, abbandonò in fretta zaino,  maglietta, jeans e si tuffò in mare. L’acqua era gelida, iniziò a nuotare in bracciate frenetiche ma efficaci, si fermò solo dopo una trentina di metri, si immerse e venne fuori più avanti radiosa e cominciò a sbracciarsi ridendo verso Ines ancora sulla spiaggia. Ines si era svestita con calma ed ora faceva i primi passi nell’acqua rabbrividendo platealmente ad ogni passo in avanti. Naucy la guardava avanzare nell’acqua, Ines era bella da invidia: alta, longilinea dal portamento elegante ma muscolosa, aveva una chioma di lunghi riccioli neri che le dondolavano sfiorando ampie spalle da nuotatrice, quando rideva uno sciame di lentiggini le affioravano sul viso, aveva gli occhi chiari che però sembravano scuri per come era intenso e diretto il suo sguardo che poteva passare per minaccioso al primo incontro per poi mutarsi nella tenera dolcezza che posseggono le donne inconsapevoli della loro bellezza,  quando la si conoscesse meglio. Ora però Ines si era fermata, guardava in direzione dell”ansa che la spiaggia formava sotto il promontorio, si stava dirigendo verso un gruppo di scogli all’ombra e quando fu lì iniziò a fare ampi cenni all’amica perché tornasse. Ora erano tutte e due lì fianco a fianco, fra le rocce nel bagnasciuga c’era il corpo di un uomo riverso nel pelo dell’acqua. Con fatica lo rigirarono supino, pesava. Era un uomo sulla quarantina, scuro, la barba incolta, i capelli arruffati, gli abiti degli stracci bagnati incollati addosso, però respirava: vedevano il suo torace andare su e giù lentamente. Presero le bottiglie dagli zaini, lo sistemarono un po’ meglio, prima gli passarono un po’ di acqua fresca sul volto con un fazzoletto per lavarlo dalla salsedine, poi lo fecero bere. Già dai primi sorsi sembrò riprendersi, aveva aperto le palpebre arse dal sale e dal sole mostrando due grandi occhi color nocciola che luccicavano grati su un volto scuro. Si era messo seduto, provò ad alzarsi forzando sulle mani ma non aveva abbastanza forza. Le due ragazze si guardarono preoccupate. Bisogna portarlo a casa – disse Naucy. Ines fece un’espressione perplessa ma solo per un attimo, e fu d’accordo. Lo aiutarono ad alzarsi, lo presero in mezzo e così curvo sulle spalle di entrambe fecero i primi passi. Fu abbastanza faticoso, risalirono lentamente la scogliera e poi dovettero fermarsi a prender fiato, le ragazze grondavano sudore, il cuore a mille. Bevvero dalla bottiglia in tre, si sorrisero e ripresero il cammino in salita. Dopo circa un’ora erano all’ingresso laterale della villa, la scala in pietra che dava sul portico attiguo alla cucina. Giusi ed Eleonora erano scese giù, ai piedi della scala incontro alle due ragazze che avevano visto sopraggiungere esauste con quel naufrago che appariva gigantesco sorretto dalle due. Non ci furono molte spiegazioni, anche perché le due ragazze erano senza fiato. Lo straniero era stato portato nel portico ed adagiato sul divanetto-altalena e le due donne si occupavano di lui, le due fanciulle si erano sedute in disparte a riprendere le forze. Lo spogliarono, lo lavarono con delicatezza ispezionando il suo corpo per eventuali ferite. L’unico ad essere imbarazzato della propria nudità forse se cosciente era solo lui, lo straniero, perché le donne prese dalla urgenza del soccorso si prendevano cura di quel corpo seppure inerme pur sempre di uomo possente come avrebbero fatto per un congiunto infermo. Lo asciugarono, gli disinfettarono delle ferite non gravi che presentava, lo cosparsero di un unguento idratante, infine lo vestirono con degli abiti estivi lasciati in casa dal padre di Naucy. Fu disteso su un divano nella sala grande all’interno della casa e fu lasciato a dormire nella penombra, era sembrato leggermente febbricitante. A sera inoltrata entrarono tutte e quattro in fila indiana ed in punta di piedi,. Lo trovarono rinfrancato, si era messo a sedere e prese a ringraziare tutte in una lingua a loro sconosciuta. Le donne gli apparecchiarono tavola lì sul grande tavolo di legno scuro, lo misero a capotavola e gli si cinsero tutte intorno curiose e prodighe. Mangiò di gran appetito, bevve del loro vino, stroncati i suoi continui ed interminabili ringraziamenti in maniera perentoria da Eleonora, che ora aveva ripreso il suo piglio da padrona di casa dopo l’intermezzo da crocerossina,   adesso si scrutavano in silenzio curiosi le une dell’altro. Aveva un aspetto regale – pensava Naucy guardandolo – aveva i tratti regolari e gentili di un principe venuto da regni di favola oltremare, le suggeriva la sua fantasia di adolescente. Era notte inoltrata quando finì la cena, dal balcone attraverso le tende di lino mosse da un leggero alito di vento entravano i raggi della luna azzurrognoli, alle ragazze sembrava un’atmosfera da Mille ed una notte, e forse non solo a loro. L’ospite allora cominciò a raccontare, narrava di tremende battaglie, uomini che uccidevano altri uomini, città date al fuoco, moribondi lasciati a soccombere e fuggiaschi in viaggi di salvezza a combattere ancora contro le avversità della natura e degli dei, giganti terrificanti e terre dell’oblio, terribili mostri marini e approdi insidiosi. Non sapevano in che lingua le stesse raccontando ma loro comprendevano tutto e le primi luci dell’alba illuminò di arancio una scena senza tempo: c’erano quattro donne sedute in cerchio a bocca aperta attorno ad un vecchio re che raccontava.

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25 risposte a Nausica

  1. lamelasbacata ha detto:

    Spero tu lo accetti come il complimento che vuole essere ma davvero questo racconto ha un ritmo da cantore omerico o da narratore arabo. È cesellato perfettamente, sensoriale e delicato. Davvero splendido.

  2. lucilontane ha detto:

    E il principe potresti essere tu 😊. Ulisse, in fondo, è il nostro paradigma e anche l’uomo che tutti vorrebbero incontrare. Bello bello Rodix!

  3. Bello! Mi piacerebbe sapere che cosa raccontava quel re!

  4. massimolegnani ha detto:

    mi piace questo stare sospeso tra antico e moderno, tra prigione dorata e approdo insperato, tra un mondo di donne e un unico uomo, reale, regale.
    complimenti rodix, scrivi poco ma quando lo fai è un piacere leggerti
    ml

  5. newwhitebear ha detto:

    complimenti. veramente pregevole sia nella struttura sia nello stile narrativo. prende e affascina riga dopo riga.

  6. menteminima ha detto:

    Bello. Alcune parti avrebbero meritato qualche punto in più e qualche aggettivo in meno.
    … sono antipatica, lo so.

    • rodixidor ha detto:

      No, sei preziosa. Sulla punteggiatura ho sempre un sacco di dubbi, gli aggettivi cerco di eliminare il sovrappiù ma poi qualcuno sfugge. Grazie e buonanotte 🙂

      • menteminima ha detto:

        Scusami, non è da me fare la maestrINA …

      • rodixidor ha detto:

        Non devi scusarti, lo sai che davvero mi fa piacere che tra noi ci scambiamo giudizi critici e costruttivi mai larghi di manica. E’ costruttivo questo modo di fare, poi ho sempre ammirato il tuo uso della punteggiatura.
        Poi, che dirti, chi nasce tondo non può diventare quadrato, chi nasce maestrina …. D)

  7. Alessandra Bianchi ha detto:

    Scritto benissimo. Delicate descrizioni della natura (che mi hanno richiamato alla mente miei vecchi trascorsi) e precise annotazioni psicologiche. Chapeau! Avvince e incanta.

  8. Lady Nadia ha detto:

    Scusato per l’assenza o per l’astinenza da scrittura. Un ritorno con i fiocchi. E ora ecco qui, passo da te e mi trovo tre pezzi splendidi di semi-fantasia. Questo qui è proprio bello, un po’ strano ma mi è piaciuto.
    Mi ha ricordato:” C’era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua bella, raccontami uma storia, e la storia rincominciò… C’ era una volta un re…
    Ciao!😁 A prestoooo, promesso.

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