Le Alpi d’oriente

8644963891_f9063ad575_k-1280x793“Via Manfledi …?”
Alzai la testa a guardarla. Ma allora davvero i cinesi parlano così, pensavo fosse una esasperazione dei film comici, invece parlano proprio così. Senza mutare di una virgola la sua espressione né il tono della voce Lei ripeté: “Via Manfledi?” Una faccia larga e pallida, due occhi grandi e neri, una bocca dalle labbra carnose dipinte di un rosso ciliegia fosforescente, lunghi capelli neri con dei riflessi viola nel controluce, vestitino nero pieghettato sul ginocchio, una mano sul braccio di una  rollei color fucsia, l’altra protesa verso di me con un foglietto su cui era scritto un indirizzo, scarpe aperte nere  allacciate alla caviglia con tacco a spillo smisurato, orecchini e collana decisamente in plastica e decisamente kitsch,  mi stupii le mancasse un grosso fiore nei capelli, sarebbe stata sputata un personaggio di un cartone giapponese, anche se forse era cinese. Scrutai da capo a piedi questo strano essere che mi si era parato davanti senza risponderle, presi il biglietto. “Via Manfredi 3” lessi “Scusami ma io sono nuovo di qui e non posso aiutarti”. Allargai le braccia sulla panchina su cui stavo seduto a leggere il giornale, sicuro che il mio congedo fosse stato definitivo. La bambolina schiuse la bocca mostrando una fila regolare ed addirittura accecante di denti che mi sembrarono più grandi e numerosi della norma, per un attimo mi balenò il pensiero che poteva trattarsi di una bambolina meccanica,   Lei rise di un riso stridulo: “Io non capile italiano. Tu italiano? Via Manfledi?”
Ero in quella piccola città da meno di un mese, ci sarei dovuto rimanere per sei mesi ma già l’odiavo, una piccola città sotto le Alpi di Nord Est, una amena cittadina piena di nulla, la parte nuova e commerciale della città era cresciuta nella piana con baricentro la stazione ferroviaria ed era la zona che frequentavo per il mio lavoro e che cominciavo a conoscere, poi c’era una parte storica, la città vecchia cinta di quel che rimaneva di vecchie mura medievali alle pendici della montagna che la sovrastava, zona questa a me sconosciuta e che sarebbe rimasta tale per tutto il mio soggiorno perché non suscitava su di me alcun interesse. Questa era stata  la prima domenica senza pioggia e così dopo un frugale  pranzo me ne stavo al tiepido sole autunnale leggendo il giornale su una panchina ai giardinetti e sinceramente avrei desiderato continuare a farlo, questo avrei voluto saper palesare a questa Tin You Ping se fosse esistita una lingua comune con cui comunicare. Purtroppo così non era  e la donna mi rimaneva piantata davanti alternando le uniche espressioni mimiche di cui sembrava disporre: interrogativa attonita oppure ridanciana esageratamente divertita. Le dissi: “Provi a chiedere a qualcun altro” indicando in giro e rendendomi conto allo stesso tempo che non c’era nessuno nei paraggi. Allora scoprii che la tipa possedeva anche una terza espressione: bambina triste orfana di una famiglia annientata dal napalm. Oh mio Dio! La ragazza non poteva saperlo ma come sanno tutti quelli che mi conoscono il mio cervello per qualche ragione a me ignota, non ha sviluppato i neuroni specchio e così io sono assolutamente incapace di provare empatia, a ciò si aggiunga che questo soggiorno in trasferta di lavoro mi si stava rivelando veramente insopportabile. Una domenica pomeriggio così io normalmente sarei stato nella mia variopinta Milano tra qualche milione di miei simili sconosciuti e rassicuranti e come la grandissima parte di loro sarei stato impegnato ad organizzarmi una serata divertente tra le mille opzioni che una grande città offre. Invece ero qui in un paese tra storia e natura, a respirare aria troppo ricca di ossigeno, sotto un cielo troppo azzurro e terso come un monaco in un convento d’alpeggio. Decisamente non era la mia vita. Appurato che non fu quindi empatia, solidarietà, commozione o altre di quelle menate che la mia ex moglie per anni mi ha accusato di non possedere, mi alzai alla ricerca di Via Manfredi. Fu una decisione repentina, mi vidi dinanzi la mia serata senza alternative e mi dissi: “Ma sì, che c’ho da fare?”.  Attraversammo i giardini, decisamente eravamo una coppia singolare, io alto e dinoccolato nel mio abito marrone avanzavo con la mia consueta lunga falcata, Lei piccolo fiore orientale saltellava sui tacchi per rimanermi al fianco con grande agilità e trascinando il suo bagaglio a rotelle. La osservai mentre procedevamo, quando credeva di non essere guardata il suo sguardo era serissimo, puntava dritto e deciso davanti a sé,  non appena si accorgeva che la guardavo mutava e partiva il sorrisone da bambolina meccanica. Oltre i giardini c’era una grande piazza e lì un bar aperto in cui entrammo a chiedere informazioni. Uscimmo che io imitavo la voce del barista, qui tutti parlavano con la bocca stretta, emettendo suoni gutturali da montanari privi delle vocali aperte. “Viu Munfredi. Te de piglia lu stradon driito che sale su suuu …”. Lei rideva, non so se perché la mia imitazione fosse riuscita o semplicemente perché risultavo buffo a parlare così. Comunque bisognava inerpicarsi per una grande strada col selciato in pietra che vedevamo di fronte a noi snodarsi come un serpentone in ampie anse su per la salita fino ad arrivare nella parte alta del paese. Fu una lunga passeggiata ma non ci stancammo perché ad ogni curva della strada il marciapiede si allargava in una zona di sosta con una panchina in pietra sulla quale ci soffermavamo a prender fiato, a guardarci attorno. Le case in pietra del paese vecchio su di noi si facevano sempre più vicine, qualche finestra iniziava ad illuminarsi,  da qualche camino saliva una nuvoletta di fumo chiaro. Il cielo si imbruniva di indaco con delle sfumature rosa in alto verso la piana dove stava tramontando il sole,  altissimo in direzione della montagna volteggiava lento un grosso uccello nero. Provai a chiederle qualcosa ma era decisamente difficile comprendersi, lei mi rispondeva in cinese senza nemmeno preoccuparsi più di tanto di trovare la maniera di farsi capire, in quel fluire di suoni aguzzi capii che veniva da Bologna e stavamo andando a cercare una sua connazionale che poteva ospitarla e darle lavoro. Ripreso il cammino ci scambiammo ancora parole, ognuno nella sua lingua e in un’illusoria sicurezza di essere compresi.  Alla sosta successiva le offrii una sigaretta e fumando insieme presi a parlarle di me. Le spiegai che ero lì per avviare un’agenzia assicurativa, dovevo istruire ed iniziare al lavoro un gruppo di impiegati locali neoassunti, che questa mi era sembrato una buona opportunità sia per staccare la routine del lavoro a Milano, sia anche per racimolare qualche soldo in più con la trasferta, e speravo anche una possibilità di carriera, ma ora ero scoraggiato, la trasferta si stava rivelando una specie di colonia penale. Lei mi guardava attenta come se capisse tutto, annuiva,  mi stupii di me stesso per come ero diventato ciarliero e come le stavo spiegando tutto con dovizia di particolari su come stavo in quella esperienza. Spezzai il discorso con una facezia  mostrandole la falce di luna che si faceva luminosa su di noi. Lei rise e riprendevamo il cammino. Arrivammo nel borgo vecchio che oramai era quasi buio, percorremmo delle stradine strette lungo le mura delle case in pietra illuminate dalla fioca illuminazione cittadina, tutti i balconcini che si affacciavano sulla strada erano adorni di gerani fioriti,  di tanto in tanto ci arrivava odore di legna bruciata. I pochi passanti che incrociammo ci salutavano amichevolmente, chiedemmo ancora della nostra destinazione e ci fu indicato in un vicoletto una scala in pietra: Via Manfredi. Arrivammo al numero 3, un vecchio portone in legno chiuso appena illuminato da una lampadina, sul muro lateralmente due campanelli, quello di sopra con una targhetta con un nome scritto, quello di sotto vuoto. Bussai a quello di sopra, si sentì un balcone su di un terrazzino sopra le nostre  teste che si apriva stridendo e dal quale si affacciò una vecchina. Le chiesi, mi disse che la cinese che abitava sotto era andata via due mesi prima, aveva chiuso il negozio ed era partita, non sapeva per dove. Ting (la chiamo così perché il nome per esteso mi risulta impronunciabile) fu presa da uno scatto di rabbia, cominciò a correre giù per la strada che avevamo percorso strepitando  cose che non avevo bisogno di interprete per capire fossero imprecazioni. Io la inseguivo, cercavo di calmarla, di trattenerla, infine si fermò su un sedile sotto una luce, mise la testa tra le mani ed iniziò a piangere rabbiosa. Mi sedetti accanto a lei, le passai il fazzoletto, accennai una carezza sui capelli, lei appoggiò la testa sul bavero della mia giacca. Passammo dei minuti in silenzio, i sussulti della sua testolina diventarono sempre più radi e meno violenti. Si rialzò, cercò di ricomporsi un po’, si asciugò due lunghe strisce di rimmel sulla faccia, accennò un sorriso. Io cercai di sdrammatizzare: “Dai non è accaduto niente di irreparabile. E’ ancora presto, magari riusciamo a mangiare qualcosa, poi ti accompagno alla stazione e da lì c’è il treno o una corriera che ti riporta indietro.”  Ci alzammo, per la prima volta la presi per mano, salendo avevo notato una osteria, mi diressi là. Scegliemmo un tavolo vicino al camino acceso di una brace appena sfavillante. Il posto era molto accogliente, pochi tavoli, un ambiente caldo. Mangiammo veramente bene. Come primo delle palline saporite di spezie in una minestra calda, poi Bambi arrosto, cioè se non lui qualche suo familiare perché era uno squisito arrosto di capriolo con le patate, bevemmo del Cabernet intenso e parlammo e ridemmo tanto fino al dolce della casa. Parlavamo tanto perché per spiegarsi anche la cosa più semplice c’era bisogno di più tentativi e ridevamo tanto perché la cosa ci sembrava assai divertente. Nell’abbandonare il tepore del locale, fuori  ci accorgemmo che era umido e cominciava a far freddo. Ting rabbrividì e si strinse a me, io la cinsi con un braccio e rimanemmo così in questo caldo abbraccio aspettando il taxi che avevo chiamato. Rimanemmo così, in silenzio, anche nell’abitacolo di un vecchio taxi che ci ballonzolò lungo le strade sconnesse giù fino alla stazione. L’albergo dove io stavo era molto vicino alla stazione ed era il migliore albergo della città, un quattro stelle in cui mi era stata riservata la suite. Scendemmo dal taxi ci indirizzammo verso il tabellone con gli orari, io un po’ scherzando, un po’ disinibito dal Cabernet le dissi: “Ovviamente se non ti va di viaggiare di notte, potresti anche rimanere da me”. Lei mi guardò pensosa, poi con una aria molto dolce mi disse: “Va bene”. Ho sempre avuto il sospetto che quello che uno si vuol sentire dire lo capisce in qualsiasi lingua. Così lei accettò di passare la notte con me. Io ero euforico, Ting invece aveva perso tutti i suoi toni esagerati da bambolina, sorrideva  mite e mi stringeva la mano mentre ci avvicinavamo all’albergo. Lasciò il suo passaporto della Repubblica Cinese alla Reception per la registrazione e prendemmo l’ascensore. Nella scatola d’acciaio mi resi conto che non l’avevo ancora  baciata ma farlo ora mi sembrò fuori luogo. E furono baci e furono carezze … Insomma fu una notte d’amore, non sto qui a descrivervi i dettagli, fu fragole e miele. Al mattino mi svegliai con Ting che mi dormiva rannicchiata contro, il suo respiro leggermente rumoroso suonava melodioso e mi dispiaceva molto che tra un po’ sarebbe andata via. Pensai a John Lennon, per una donna così val la pena sciogliere una band. Facemmo colazione in camera, non ricordavo di esser così sdolcinato con una donna e furono ancora baci e furono carezze. Era lunedì e sarei arrivato tardi in ufficio, indossai giacca e cravatta di ordinanza, lei ancora nella sua camiciola chiara mi si buttò al collo nell’ultimo abbraccio ed io le dissi che poteva fare con calma, ovviamente se voleva poteva anche restare, io scappavo al lavoro.
Sta arrivando maggio e la mia trasferta si sta prolungando più del previsto, quei testoni dei colleghi necessitano di essere ancora seguiti, ma mi sacrifico volentieri. Ting non è mai andata via, nella stanza da letto rimane la sua valigia rosa che si è rifiutata di disfare ed è trascorso l’inverno più caldo della mia vita anche se abbiamo avuto una settimana di neve. E’ bello vivere insieme: ridiamo, andiamo in giro, abbiamo visitato vallate e montagne, siamo rimasti week-end a guardare la tele ed a mangiare patatine a letto, a raccontarci storie, mangiamo, beviamo, sogniamo, cantiamo, tacciamo. Conosco tutto di lei: la piccola cicatrice sotto il sopracciglio sinistro, tutti i nei sulla schiena, la piegolina che fa ai lati delle labbra in certi momenti, l’odore della sua pelle, il suono del suo ridere, la voce arrabbiata, quella felice, il brontolio nel sonno, i piedi freddi, il rumore delle sue scorreggine … Insomma tutto quello che c’è da sapere. Ed ho capito il segreto dell’amore: non bisogna comprendersi. Bisogna conoscersi palmo a palmo ma non occorre comprendersi. Durerà? Non lo so, ultimamente Ting ha trovato lavoro in un Supermercato qui in paese. Finché durerà sarà per sempre.

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39 risposte a Le Alpi d’oriente

  1. lucilontane ha detto:

    È una storia dolcissima, e spero sia davvero la tua.

  2. ma alla fine, hai scoperto che cosa ci stesse in via manfledi 3?!? 😀

  3. Julian Vlad ha detto:

    Sinceri complimenti. Scrivi davvero bene, il tuo racconto è così vivido che mi pareva d’esser lì (e non a fare il guardone, si capisce).

  4. newwhitebear ha detto:

    Se fosse reale, sarebbe stupenda. Se è di fantasia, è stupenda lo stesso.
    Raccontata con un garbo chye fa sorridere, come la chiusa finale. Quando scocca l’empatia, l’amore sboccia.

  5. suzieq11 ha detto:

    Ci raccontiamo tante storie per sopravvivere alla monotonia … che importa che sua vera o no? L’importante è che ci facciano stare meglio. E se poi è ben scritta tanto meglio. E poi finalmente una storia senza morti ammazzati, violenza e sopraffazione.

  6. sherazade ha detto:

    Finché durerà.. .Sarà per sempre.
    Bellissimo pensiero che a ore le porte al domani e ce lo consegna nella sua linearità e dunque più profondo, sono estasiata.
    Sheraconunabbraccio 🍀🌹🌺🌷

  7. massimolegnani ha detto:

    personaggi credibili, soprattutto nella prima parte dove lui ondeggia tra lo scorbutico e il “vabbè lasciamoci invischiare” e lei ha quella ridente testardaggine orientale a ottenere ciò che vuole.
    piaciuto come nel racconto infili con noncuranza due perle di saggezza (“finchè dura sarà per sempre” e “il segreto dell’amore: bisogna non comprendersi…ma conoscersi palmo a palmo”)
    ml

  8. Alessandra Bianchi ha detto:

    Un racconto stupendo che ho divorato!
    E il finale sospeso è perfetto.
    Davvero bravissimo 🙂

  9. menteminima ha detto:

    È un periodo che i francesi definirebbero “di merda”, leggo poco. Mi ero persa questo post che è bellissimo. Hai letto Uomini e topi?

  10. gialloesse ha detto:

    Come mi piacerebbe scrivere così !!! (invidia)

  11. avvocatolo ha detto:

    La letteratura, il suo cuore, è nei dettagli. Tipo nelle labbra color ciliegia. E questo post è zeppo e zuppo di dettagli! Bravò

  12. LaLetteraVi ha detto:

    bello scoprire così, per caso, una serie di fotografie bellissime, ben raccontante. quindi sì, anche tu sai fotografare (come leggo qualche commento più su).
    capisco la sensazione di smarrimento che si può provare in una cittadina così venendo da Milano, non tanto perché ci vivo, quanto per come lo hai saputo descrivere.
    e quindi grazie.

  13. Runa ha detto:

    Confermo !! Parlano proprio cosi …!! Pensa che se gli fai una domanda ti rispondono :” no capile italiano ” !!!!!!!!

  14. rosarioboc (Sarino) ha detto:

    bella lettura a tratti entusiasmante ed empatica. Sarà perchè adoro l’oriente o perchè la tua penna è riuscita ad affascinarmi? 😉 Beh penso tutte e due!!! Ciao
    p.s. ti racconto questa : l’altro giorno un mio amico va in un negozio di riparazione cellulari gestito da cinesi. Al momento il ragazzo che fa riparazioni non c’è, ma c’è la mamma che non parla esattamente italiano. L’amico chiede allora se per caso il figlio è in grado di aggiustare il suo telefono – e nel farlo indica lo schermo rigato -. La signora che dai gesti ha capito di cosa si tratta, farfuglia che il figlio, Wa Wei, non c’è. Al che il mio amico dice : no signora guardi che io ho un samsung!!! Per chi non lo sapesse Wa Wei (che non si scrive esattamente così, ma il suono e lo stesso) è la marca di un famoso telefonico.
    Quando i problemi di comunicazione sembrano delle piece teatrali. 🙂 🙂

  15. Tati ha detto:

    Che bellezza… felice di aver trovato queste righe 🙂

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