E’ cosa ‘e niente

golinoAnnarella non sopporta questa espressione. In verità non sopporta nemmeno esser chiamata Annarella ma questa espressione davvero non può più digerirla. E’ un’espressione napoletana rassicurante, la senti la prima volta da bambina quando ti viene detta per rincuorarti per un graffio che è una cosa di poco conto, che passerà in fretta. Ma poi continui a sentirla quella considerazione, ed impari che serve a minimizzare i soprusi, a giustificare le ingiustizie, a metter la polvere sotto il tappeto, a “lavare i panni sporchi in famiglia”, e diventa sempre più insopportabile perché proviene proprio da quei cari di cui ti fidi, da chi ti vuol bene. Anna è una di quei napoletani che non riesce più a lasciar correre. Il riferimento ad “Eduardo” è talmente esplicito da risultare ingombrante. A me questa espressione ne fa venire in mente un’altra simile divenuta il titolo di un importante romanzo storico: “Il resto di niente” , che narra le vicende di Emma de Fonseca, insurrezionista nella sfortunata rivoluzione napoletana del 1799, anche ella si scontrò con l’oltraggio annichilente espresso da quest’altro modo di dire che vuol dire all’incirca: “sei meno di niente”. La storia di Anna: donna, napoletana e cittadina del XXI secolo ci viene raccontata mirabilmente dal film di Gaudino: Per amore vostro   Quando si affronta Napoli si cade inevitabilmente nella trappola della “napoletanità”, vischiosa categoria che non vuol dire niente al di là delle cartoline colorate o di figure antropologiche vecchie 100 anni. Ma Gaudino riesce attraverso gli occhi di Anna a mostrarci una Napoli non posticcia, verosimile ed attuale. Napoli è una città cava, si regge sul vuoto della pietra di tufo, materiale radioattivo naturale. Il magma solfureo contenuto nei suoi interstizi ribolle e nonostante si cerchi di contenerlo poi trova la via per venire in superficie in fetidi e bollenti rigurgiti. Napoli è una città sempre in procinto di esplodere o di sprofondare. Una una città fatta a strati come una millefoglie ben amalgamata di sapori differenti: su in alto l’azzurro del cielo e della squadra di pallone si confonde col mare che carezza i “Posti al sole” di Posillipo in alto e sferza più giù la Casba spagnola, francese, africana, ora anche cinese, poi  il sangue del Santo dalla faccia gialla, l’Uovo di Virgilio, la città di Leopardi, poi i vicoli di Caccioppoli, gli stessi degli agguati di camorra, la New Economy e le bancarelle, la solidarietà ed il pizzo, la speranza ed il fatalismo, l’allegria e la rassegnazione, i grattacieli del Centro direzionale giapponese accanto al cimitero storico. Sì, in fondo a tutto nascosto il culto intimo dei morti. Questa Napoli qua è la Napoli di Anna, raccontata in maniera intima attraverso l’uso del bianco e nero. Il bianco e nero del film non è nostalgico, anzi, attraverso l’uso sapiente della ripresa digitale il registra ci mostra come questo espediente stilistico gli permetta di restituire la storia in una visione soggettiva in cui si fonde indistinto l’intimo e l’esterno di Anna. Utilizzando tutte le sfumature del bianco e nero dai cupi sotto-toni del grigio alle accecanti alte-luci riesce a rappresentare la gioia, la malinconia, l’estasi, la violenza, gli incubi e la quotidianità. I primissimi piani, le scene sfumate nei contrasti di luce raccontano bene la realtà di Anna che, come per tutti noi, è fatta di attuale e di ricordi.  E’ film che non fa concessioni allo spettatore nelle sue scelte stilistiche, questo lo rende un’opera d’arte, da amare o rifiutare, non pensato per riempire le sale ma per esprimersi in uno stile non confondibile con altri. Oltre all’uso del bianco e nero e l’uso incessante dei primissimi piani c’è poi la scelta della lingua. Il film è completamente sottotitolato e talvolta nemmeno i sottotitoli sono sufficienti a restituirci tutte le parole di un napoletano serrato e perfino frammisto a cori reali o irreali, ma in quei casi ci si lascia trasportare dall’armonia. Lirico l’uso da parte della famiglia di Anna del linguaggio dei segni perché uno dei figli sordomuto,  sembra che la famiglia riesca  a vivere a pieno momenti di grande gioia ed ilarità quando comunica attraverso il linguaggio dei segni, bellissime le scene delle canzoni cantate da Anna insieme ai  suoi figli con questo linguaggio, il che sembra di per sé un paradosso. Poi c’è il Mare. Come per l’abitante di qualsiasi città di mare, per un napoletano il mare è una presenza costante, ed è così anche per Anna. Il mare nel film è l’unica parte a colori ma anche qui il regista ci mostra che l’uso del colore non serve a dar conforto ed a rallegrare ma può essere giocato per scopi opposti. Il mare spesso esprime tumulto interiore, tempesta, presenza incombente di una energia interna che vuole venir fuori, è la coscienza di Anna. Il mare di Anna non è quello delle cartoline colorate, ma è di chi cammina ca’ vocca salata e o’ sape che chi tene o’ mare nun tene niente. Ed è ancora il niente a perseguitarci.
Gli attori sono tutti bravissimi. I tre figli adolescenti resi in maniera assai viva dai giovani attori: Elisabetta Mirra, Edoardo Cirò, Diana Di Santo. Gigi Scagione, il terribile marito di Anna, impeccabile interpretazione di Massimiliano Gallo oramai avvezzo ad interpretare “o’ malamente”.  Salvatore Cantalupo interpreta Ciro, una specie di Grillo Parlante  che ha un incessante confronto con Anna che va dal rabbioso al tenero. Adriano Giannini lo confesso,  per me una sorpresa, forse perché sono pregiudizialmente diffidente verso i figli d’arte, qui ci regala una interpretazione intensa di Michele Magliaccio, attore di fiction, tormentato ed enigmatico personaggio chiave nella vicenda. Di Valeria Golino non mi va neppure di tesserne ancora lodi, le trovate su tutte le critiche al film. Con le sue capacità espressive, fatte di minuzie e di impeti, di gioia afona e ironia in Anna è semplicemente perfetta. Vi chiedo solo, per favore, non dite che è Anna Magnani: E’ nata cosa !

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28 risposte a E’ cosa ‘e niente

  1. lucilontane ha detto:

    Chi tene o’ mare…fesse e cuntente… Che bello, io sono così quando sto vicino al mare. Fesse e cuntente, con la bocca salata di acqua e di dolore, ma contenta e piena di questo infinito che ho davanti. Non ho ancora visto questo film, e temo mi scuoterà parecchio, e il tuo giudizio è una conferma. Grazie Rodix.

  2. sherazade ha detto:

    Ne ho sentito parlare ma tu mi dai una ragione in più per prenderlo in considerazione.
    I film che oramiai presenta Fabio Fazio sanno di salotti muffosi di cultura retrò.
    Il titolo mi ha richiamato un’altra storia di donne raccontata da Catherine Dunne :La metà di niente.

    sheramentrefuoripiovecolsolepallidopallido

  3. roceresale ha detto:

    Noi si andrà. Amma veré se a roceresale je piace (o presebbio)!

  4. germogliare ha detto:

    Forse lo guarderò su sky, quando si sarà decantata l euforia.

  5. newwhitebear ha detto:

    Ottima recensione di un film che parla di Napoli in maniera diversa, esattamente come hai fatto tu nell’introduzione.

  6. Sono arrivata qui da un tuo ‘like’, così, per caso (sempre che esista il caso), ma mi piace molto, a partire dal nome e da quell’idea relativa ai buchi nell’acqua, che secondo me somiglia un po’ alla mia idea che l’inutile sia tra le cose più necessarie. Vado veramente pochissimo al cinema di questi tempi, ma questa recensione mi ha messo curiosità, credo solo che ti sia scappata una X in XXI? ^///^ 🙂

  7. Alessandra Bianchi ha detto:

    Un film sicuramente da vedere… e tu, al solito, veramente bravo a scriverne!

  8. Stefi ha detto:

    Ho visto solo il trailer e sono rimasta ipnotizzata dalla Golino, in pochi attimi mi ha fatto vestire i suoi panni, come se fossi già dentro il film. Sublime.

  9. Lady Nadia ha detto:

    Confesso. mai visto ma lo guardero’ presto.😊

  10. Hai guadagnato un followo solo per la citazione. Stupiscimi.

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