Edda

Non si scambiarono mai più di dieci parole in un’unica conversazione, forse sbagliava ma questa era l’impressione che rimaneva al ragazzo. Il suo nome era Edda, una labile presenza nel suo condominio. Non l’aveva mai incrociata prima, eppure il ragazzo abitava  in quel palazzo da quasi tre anni, inoltre lasciava il suo motorino proprio là davanti al suo balcone. Le imposte di quel balcone al piano rialzato  erano sempre chiuse; una sera aveva notato la luce fioca della televisione trapelare attraverso le fessure di una tapparella ma mai nessun altro segno di vita. Però  su quel  balcone c’erano allineati al muro dei vasi con dentro delle piante che apparivano ben curate. Una mattina d’aprile era comparso un nuovo vaso più grosso degli altri con dentro una specie di cespuglio con grandi fiori gialli come margherite. Al ragazzo piaceva osservare i segni della vita degli altri e da quella mattina quando  calzava il casco buttava un occhio a quelle margherite gialle che crescevano allegre. La prima volta che la vide fu di notte fonda. Il ragazzo era rimasto fuori dal portone, aveva dimenticato le chiavi, stava sul pianerottolo esterno appoggiato alla ringhiera e imprecava contro sé stesso ma non voleva citofonare, svegliare i genitori a quell’ora avrebbe comportato anche una bella ramanzina, l’ennesima, preferiva evitare, prima o poi sarebbe passato qualcuno. Così se ne stava lì, con la testa infilata nel cappuccio della polo, le mani nelle tasche, nelle orecchie  Mad world   che in quel periodo ascoltava in maniera ossessiva. Il tempo passava e stava proprio pensando che non sarebbe più passato nessuno quando oltre il vetro spesso del portone vide una luce illuminare il pianerottolo sulla prima rampa delle scale. Si era aperta una porta e ne veniva fuori una donnina piccola in un camice scuro che iniziò a scendere le scale. Nel passare davanti al portone dovette vederlo perché  ebbe un sussulto, una pausa di un attimo  per poi proseguire  spedita lungo l’ultima rampa di scale, quella che conduce allo scantinato, fingendo di non averlo visto. Il ragazzo rimase immobile, non si azzardò a fare cenni.  Mi ha scambiato per un ladro o comunque un malintenzionato – pensò – ed era imbarazzato per averla spaventata. Cinque minuti dopo la vide riemergere sulle scale, un grosso scatolone in braccio le impediva l’uso delle mani ma arrivata davanti al portone appoggiò una spalla sul tasto e ne azionò  l’apertura e proseguì per l’ultima rampa verso casa. Il ragazzo entrò, si levò il cappuccio dalla testa e rimanendo nella luce all’ingresso iniziò fragoroso a ringraziare, scusarsi, presentarsi. Poi si zittì di colpo. La donna non si era neppure fermata,  continuò a salire gli scalini verso casa senza voltarsi, spinse la porta che era rimasta socchiusa, entrò, il tonfo della porta che si richiudeva lasciò il ragazzo immobile nel ronzio del neon sopra la sua testa, l’aveva guardata  scomparire di schiena: una immagine scura, piccola ed ossuta, un po’ curva sullo scatolone che portava, scura la camiciola da casa che indossava, scuri i capelli incollati sulla testa legati sulla nuca in un codino da un elastico. Il ragazzo si sentì tremendamente mortificato per aver provocato disagio, di sicuro quella signora non aveva potuto prevedere di incontrare qualcuno in quel breve tragitto notturno e doveva esserle risultato particolarmente fastidioso mostrarsi  in quell’aspetto trasandato e domestico,  avrebbe preferito lei non gli avesse aperto.

Dopo quel primo incontrò, capitò ancora di incontrarla, magari lui usciva dal palazzo mentre lei entrava o viceversa ma sempre di primo mattino o a fine giornata. Probabilmente stava fuori tutta la giornata per lavoro. Il ragazzo provò ad immaginarsi il suo lavoro, di certo non era un’insegnante, forse un poliziotto, funzionario dei servizi segreti, ecco qualcosa di segreto, pensava questo per il suo modo di fare così riservato, non l’aveva mai vista a parlare con qualcuno. Del primo incontro non sembravano esser rimasti strascichi, lui la salutava educatamente, lei rispondeva asciutta ma con un sorriso nel quale non c’era alcuna  traccia di antipatia nei suoi riguardi. Una mattina molto presto, poco dopo l’alba, il ragazzo usciva per andare in gita, la vide fuori sul balcone che innaffiava le piante con un grosso innaffiatoio giallo, si soffermava sulla margherita, staccava qualche fogliolina secca e poi alzò lo sguardo nel gesto di scostare un ciuffo di capelli che le era caduto davanti agli occhi e si accorse di lui,  il ragazzo si affrettò a salutarla e scappar via, lei fece un cenno con la mano  e ritornò a chinarsi sulla pianta, aveva una gonna ampia a fiori gialli su fondo beje. Qualche tempo dopo di sabato pomeriggio, il portellone del bagagliaio della sua macchina francese spalancato ed Edda  faceva la spola tra auto e portone a trasportare sacchetti della spesa, il ragazzo che usciva in quel mentre si offrì di aiutarla. Lei disse che non c’era bisogno ma era un diniego non molto convinto così il ragazzo prese le ultime buste dall’auto e le trasportò fin davanti casa. Lei sopraggiunse con le altre buste e mentre apriva la porta di casa gli disse ridendo: “Che sei un boy scout?”, aveva un bel sorriso anche se un po’ ingiallito dalla nicotina, gli occhi le ridevano. Lui non rispose, rimaneva con le buste in mano mentre lei apriva la porta, lei indossava una lunga gonna a pieghe verde militare tenuta in vita da una larga cintura di cuoio. Era completamente diversa da come l’aveva vista la prima volta, sembrava un’altra donna. Lei entrò e dall’interno buio disse:”Vieni poggiale qui.” Lui entrò, attraversò un buio corridoio e fu nella cucina che si illuminava per la tapparella che Edda tirava su, poggiò i sacchetti della spesa vicino agli altri davanti al frigorifero e stava per andare. “Aspetta, aspetta, giovane esploratore, vuoi una coca cola?” In realtà non aspettò nemmeno la sua risposta e mentre sistemava le ultime cose in frigo tirò fuori una lattina di coca, la aprì e la sistemò sul tavolo di formica chiara, prese un bicchiere dal  mobile sul lavabo e lo poggiò accanto alla lattina. “Siediti giovane esploratore” gli fece indicandogli la sedia. Il ragazzo si sedette, si versò la coca cola nel bicchiere ed iniziò a bere. Lei si era seduta di fronte a lui, rovistava in una borsa a tracolla che ora aveva poggiato sul tavolo, ne tirò fuori una sigaretta ed un accendino di plastica, l’accese e rimase a guardarlo mentre tirava la prima boccata.  Aveva i capelli neri mossi non lunghi, occhi vivi e piccoli di un castano trasparente, indossava una canottiera verde che mostravano le sue spalle magre e fumando poggiò la mano sinistra nell’incavo della clavicola proprio nel punto che Luca stava fissando. “Mi chiamo Luca, perché giovane esploratore?” Lei si distolse e ridendo con gli occhi disse: “Perché sembri un boy scout, di quelli che aiutano le vecchiette ad attraversare. Oggi eri a corto di  vecchiette?”. Luca non rise perché lei non aveva riso, continuava a fumare ed a guardarlo con l’aria divertita. Il ragazzo si immaginò che ora sarebbero arrivate le domande protocollari: “Che scuola fai?”, “Quanti anni hai?”etc etc. ma non arrivò niente, solo silenzio, un raggio di sole le illuminò le sopracciglia folte, lei chiuse gli occhi ed indietreggiò sulla sedia per sottrarsi al sole. Luca cercò di immaginare la sua età, non sapeva determinarla, probabilmente era più grande di sua madre ma questo pensiero gli suonò molesto. Edda riaprì gli occhi, guardò il suo bicchiere vuoto, si alzò, spense quel che rimaneva ancora della sigaretta in un portacenere che era stato in origine il coperchio di latta di un barattolo  e si avvicinò per congedarlo: “Bene giovane esploratore, grazie ancora”, lo accompagnò lungo il corridoio, gli arrivava con la testa alle spalle, gli aprì. Lui: “Grazie della coca”.
Divenne il loro appuntamento settimanale, un appuntamento non ferreo, non stabilito con precisione ma Luca capitava a passare quando Edda rientrava con i sacchetti della spesa settimanale. Una specie di rituale silenzioso, il ragazzo portava la spesa in cucina, le passava il contenuto dei sacchetti che lei riponeva nei posti stabiliti, infine lei tirava fuori la bevanda per lui, si accendeva la sigaretta. Luca però aveva imparato che c’erano i giorni sì ed i giorni no e che Edda era due persone diverse a seconda che fosse un giorno sì oppure no. In ogni caso non c’era mai molta conversazione, comunque prevaleva il silenzio, lei a volte allegra gli sorrideva, lo prendeva in giro con la storia del giovane esploratore, altre volte invece lo guardava appena, immersa in pensieri plumbei guardava fuori dalla finestra attraverso il fumo della sigaretta. Era una di quelle giornate no, di quelle in cui il ragazzo avrebbe voluto essere capace di parole per tirarla fuori da quella sua tristezza glaciale, iniziò a sfogliare un libricino che era lì poggiato sul tavolo. Era una vecchia edizione dalle pagine ingiallite, il titolo: “Lo Straniero”. “E’ bello?” le chiese spezzando il silenzio. Edda si voltò, aveva gli occhi cerchiati, vitrei, era pallidissima, guardò il libro e con voce sprezzante disse: “Sì, parla di uno che fa di tutto per farsi impiccare. Lo vuoi leggere? Prendilo.”  Si alzò, con fare sbrigativo prese il libro glielo diede e lo accompagnò alla porta. Luca le disse: “Te lo riporto appena lo finisco. ” e Lei: “No, tienilo, ho un sacco di libri di cui devo disfarmi, anzi mi farai un piacere se vorrai sceglierne degli altri, quando vuoi ti faccio vedere la mia libreria da svuotare, di là.” E sorrise, per la prima volta in quel pomeriggio nero, aveva iniziato un gesto ampio col braccio ad indicare la direzione in cui si trovava la libreria ma poi lo aveva interrotto a metà  lasciando cadere il braccio lungo il corpo come privo di sufficiente slancio. Il ragazzo lesse il famoso libro di Camus in pochi giorni e fu  come leggerlo in compagnia di lei perché nel libro molti passi erano sottolineati e poi c’erano delle note ai lati del testo, erano scritte a matita in una grafia tonda e leggera,  in alcuni casi erano annotazioni sullo stile oppure riflessioni inerenti la storia, altre volte invece erano divagazioni personali che prendevano solo spunto dalla storia o dai luoghi descritti per annotare pensieri. Il successivo incontro Edda non si dimenticò della promessa e lo fece entrare in salotto dove lo condusse di fronte ad una immensa libreria a parete zeppa di libri disposti anche su più file nei ripiani o appoggiati l’uno sull’altro, Edda gliela mostrò con un gesto teatrale, una specie di riverenza e gli disse: “Serviti!” ridendo. Quello era un giorno sì, uno di quei giorni in cui Edda era allegra, su di giri, rideva e parlava a voce alta, sembrava una bambina. Mentre lei andava a prendergli qualcosa da bere in cucina, Luca scelse un libro e poi si guardò attorno, sul  pavimento molti tappeti di diversa fattura ma tutti colori di terra, al centro della sala c’erano due divani e delle poltrone di cuoio piuttosto consumati disposti attorno ad un tavolino basso di legno intarsiato, tende bianche e sottili alle due aperture sul balcone, qualche pianta, tanti soprammobili probabilmente tutti souvenir di posti esotici, giù in fondo ad una parete un pianoforte. Tornò Edda con un vassoio di vetro colorato su cui aveva un grande bicchiere di succo di frutta e delle patatine in un piatto a ciotola, indossava un maglione di lana gialla a trama grossa di una taglia più grande della sua in cui pareva scomparire, oramai erano in pieno inverno. Si sedettero al divano, lui composto con il libro sulle ginocchia e davanti sul tavolino il bicchiere e le patatine, lei rannicchiata dall’altra estremità del divanetto, aveva tolto le scarpe, le ginocchia nei jeans al petto  e la mano sinistra alle caviglie fasciate in dei calzettoni a strisce colorate,  lo guardava sorridendo. Poi si protese verso di lui e gli tirò via il libro che aveva scelto, guardò la copertina e disse: “No, giovane esploratore questo non è il libro che devi leggere, ora zia Edda te lo trova.” Si avvicinò alla grande libreria e iniziò a scorrere i libri con il dito indice proteso in avanti, infine estrasse un libro che aveva un garofano rosso disegnato sulla copertina, prese una matita  e scrisse qualcosa all’interno sulla prima pagina, poi tornò dal ragazzo e gli porse il libro dicendo: “Eccolo, è questo!”.  Luca stava per aprirlo ma lei lo fermò, dicendo: “No, la dedica la leggi poi, fermo lì.” Uscì ancora dalla stanza, si sentì  che armeggiava con stoviglie in cucina e ritornò con una grande torta di cioccolata e ciliegine, la poggiò sul tavolino, ne tagliò una fetta per lui, una per lei che sistemò in dei piattini. “Wow, è buonissima” – fece il ragazzo al primo assaggiò-  “L’hai fatta tu? Che si festeggia?”.  “Sì, l’ho fatta io, oggi viene mia sorella con i bambini a cena”. La torta era veramente squisita ed Edda gli offrì anche del vino passito che tirò fuori da un mobiletto basso lì accanto. Se ne stavano silenziosi sorseggiando il vino e mangiando le ultime briciole nei piatti quando il ragazzo chiese: “Chi suona il piano?” “Io tanto tempo fa” rispose Edda. “Non sei più capace?” “Non lo so” fece lei. Si alzò e si avviò al piano, scoprì la tastiera e prese posto. All’inizio accennò qualche nota, poi una polca o qualcosa di simile, poi passò a fare delle scale come per riprendere dimestichezza, poi quasi rinfrancata cominciò a suonare davvero. Suonava cose diverse, Chopin che poi interrompeva per suonare un pezzo jazz, poi una musica pop, poi un tango, altri ballabili. L’esecuzione diventava sempre più sicura ed era un piacere stare ad ascoltare quel piano che saltava da un genere all’altro, infine iniziò  una canzone swing che a metà iniziò anche a cantare con una voce esile ma intonata, molto blues. Sul finire quando Luca era pronto per un applauso squillò il campanello della porta e solo allora si resero conti che erano quasi al buio, era sopraggiunta la sera. Edda chiuse il pianoforte, accese una lampada, portò via la torta e le stoviglie in cucina ed andò ad aprire. Irruppero una bambina ed un bambino che si liberavano di sciarpe e cappelli, avevano le gote rosse. Entrò quindi la madre, la sorella di Edda, una biondina dai modi gentili, più giovane di lei che le somigliava nella corporatura. “Questo è Luca, questa mia sorella Anna” furono le presentazioni di Edda. Il ragazzo le strinse la mano, sorrise ai bambini e quindi: “Allora io vado”. “Certo, non dimenticare il libro” fece Edda prendendo dal tavolino e porgendoglielo. Lo accompagnò alla porta attraverso il corridoio buio e giunti alla porta  rimasero un attimo di fronte l’uno all’altra. Luca sentì un sussurro: “Abbracciami.”  Si chinò e la circondò nelle sue braccia lunghe, lei quasi scomparì nel suo abbraccio con la testa piccola appoggiata sul suo petto. Quando riemerse sorrideva e gli occhi le brillavano umidi. “Ciao.” si dissero in contemporanea. Quella sera Luca iniziò a leggere “Il garofano rosso” ed alla prima pagina trovò la sua dedica: “A Luca, giovane esploratore, nel giorno del mio compleanno. Edda”.
Fu il suo ultimo compleanno ma Luca non poteva ancora saperlo quella sera.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in racconto. Contrassegna il permalink.

21 risposte a Edda

  1. elenagozzer ha detto:

    triste, ma bello.

  2. Pendolante ha detto:

    gli incontri tra generazioni sono speciali e a volte si nutrono di gesti più che di parole. Un bel racconto

  3. sherazade ha detto:

    Un racconto delicato e ricco di suspense! Il pudore dei sentimenti espressi così bene .
    Sai che da Il garofano rosso un mio vecchio amico Luigi Faccini fece un film poco conosciuto ma molto ben fatto ?
    sheracheancoranonc’e

  4. Alessandra Bianchi ha detto:

    Un racconto veramente, veramente strepitoso!
    All’altezza de “Lo Straniero”.
    I miei complimenti più vivi e sinceri.
    L’ho letto due volte.

  5. newwhitebear ha detto:

    Un racconto con un finale doloroso ma senza malinconie o nostalgie. E’ difficile oggi trovare un ragazzo giovane e una donna matura, che sa che ogni giorno che passa è un giorno regalato, riescano a trovare quel feeling dello stare bene insieme, anche senza parlare.
    Veramente notevole è questo racconto, costruito piano piano fino al finale con quella dedicata per nulla triste.

  6. roceresale ha detto:

    Per un attimo dal titolo ho pensato scioccamente che parlassi di un Edda, uomo, che canta, uno che mi diresti “cambia musica” e avresti pure ragione. Poi hai parlato di compleanno, proprio quel giorno lì. Insomma sono totalmente OT. Perdono!

  7. massimolegnani ha detto:

    La prima reazione, gia’ a meta’ lettura, e’ stata di nostalgia per mimettoingioco, ci sarebbe stato alla perfezione li’ questo racconto, magari in una tornata dal tema vago, tipo “incontri”.
    bel personaggio femminile che ci fai cogliere con la stessa lentezza con cui arriva a conoscerlo Luca. Bella la trama, rarefatta eppure solida, apprezzata la scrittura che accompagna senza togliere respiro alla vicenda.
    ml

  8. lady74na ha detto:

    Molto romantico. Descrizioni minuziose. Mi e’ piaciuto!😊

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...