Mia madre

Fellini ha fatto “8 e 1/2” e Moretti “Mia madre”. Nel film di Fellini veniva rappresentata la storia di un regista alle prese con le riprese di un film qui, nell’ultimo film di Moretti, la protagonista è Margherita, una regista impegnata nelle riprese di un film mentre sua madre sta morendo. Così come lo è stato per Fellini, questo film è una confessione, è il manifesto sussurrato sull’arte di far Cinema di Nanni Moretti. Così qua vengono raccontati il suo mestiere, le sue contraddizioni, la sua vita personale, i suoi ricordi. Non avevo gran voglia di andare a vedere questo film lo confesso, un po’ per il tema: a chi viene voglia di andare a vedere un film che narra della morte di una madre? Un po’ anche perché dopo “Habemus Papam” che non ho capito o non c’era niente di capire mi ero persuaso che Moretti oramai non avesse niente da dire. Allora mi direte: “Che ci sei andato a fare?”. Sarebbe facile rispondere adducendo la vera ultima ragione per cui si varca la soglia di quella sala oscura e ci si accomoda in poltrona: “Perché non c’era niente di meglio da fare”. Ma a prescindere da ciò sono andato per curiosità, per farmi un’idea sull’ultima cosa di un regista che comunque ammiro, per poterne parlar male, insomma per ragioni simili a quelle che mi fanno leggere Tolstoj. Così alle prime scene del film già pregustavo un’acida recensione da propinarvi, infatti si parte con scene di set cinematografico intrise di autocitazioni un po’ vuote ma poi arriva quella che mi cattura.

Mi piace nella visione di un film definire quale è il punto in cui il film mi “prende all’amo”, cioè il momento preciso da cui poi sono in balia del film nel bene o nel male che verrà poi. Quella scena è stata qui quella del sogno di Margherita dove lei percorre la coda di spettatori al Cinema “Capranichetta” con il volto illuminato in primo piano ed una splendida ballata di Jarvis Cocker che fa da flauto magico. Una scena con toni da “Sogni d’oro” tanto per dare nome agli auto-riferimenti che nel film sono tanti ma che non suonano mai come “già detto” ma piuttosto come “riprendiamo il discorso”. A tal proposito basta ricordare la conferenza stampa sul film nel film in cui non troviamo più l’aggressività grottesca del Moretti giovane regista ma i dubbi ed i turbamenti di Margherita/Moretti matura.
Ma veniamo alla storia ed ai personaggi. Margherita (Margherita Buy) e Giovanni (Nanni Moretti) sono i due figli di Ada (Giulia Lazzarini) vecchia professoressa di latino che sta morendo. I due fratelli sono le due facce del dolore possibili in una tale circostanza. Margherita: regista, controversa, rigida, isterica, debole. Giovanni: ingegnere, meticoloso, controllato, attento, rassicurante. Questo la prima apparenza ma poi anche Giovanna sognante, immersa nel suo lavoro, nel futuro, che non interrompe l’ultima scena mentre Giovanni, ultimo custode del dativo di possesso, molla il suo di lavoro, ha bisogno di fermarsi, sembra decidere di non sopravvivere. E Margherita Buy, inutile dirlo, è perfetta voce di Moretti che parla di Cinema e dei suoi dubbi nel rappresentare la società, la realtà che la regista ammette di non conoscere e forse di non voler più nemmeno conoscere perché: “Questo è il mio film e rappresento la mia realtà!” E’ una triste conclusione ma se vogliamo anche un’onesta ammissione per un regista che ha sempre cercato di rappresentare la società che vive. Il film che Margherita sta costruendo è sulla vicenda di un ennesimo licenziamento in una fabbrica e la contrapposizione fra gli operai ed il “padrone” statunitense (amara profezia Whirpool?). Quindi c’è Barry Huggins (John Tarturro), l’istrionico attore americano, un po’ cialtrone ma tanto simpatico che interpreta l’imprenditore sul set di Margherita ed è interpretato dall’altrettanto spumeggiante John Tarturro. Questo è il personaggio “leggero” del film ma non è il personaggio minore anzi forse è il personaggio chiave perché rappresenta il Cinema, ovvero il mestiere di fare film con il suo tormento interiore nel non riuscire ad avere niente a che fare con la realtà ma rimanere solo un gioco dorato, arte per l’arte. E la risposta di Moretti è la stessa di Fellini, quella rappresentata dal famoso girotondo questa si risolve nello strampalato ballo orientaleggiante di Barry con la costumista insieme a tutti i lavoratori sul set divertiti ed affratellati nel grande gioco che è un film e nello stesso balletto si sente coinvolto lo spettatore che viene chiamato a ballare per partecipare a questo divertimento per il divertimento.

Poi c’è Roma, raccontata nelle inquadrature di prospettive di quartieri anonimi di effimera bellezza e forse per questo più toccante di quella eterna, la realtà che attraversa Margherita nei suoi teneri scarponi.
Potrei non parlare della morte della madre che è la narrazione principale del film. Ma la morte della madre è raccontata per per segni, quei segni in cui chiunque di noi ci è passato si riconosce dolorosamente. Chi si aspettava di veder rappresentata l’oscenità che è di quei momenti rimarrà anche indispettito per una rappresentazione della morte così edulcorata, ma questo è un film, che serve solo a rappresentare non a vivere, come dice Margherita: “In un film è importante che accanto al personaggio reale rappresentato si veda sempre che c’è l’attore”.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in cinema e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

13 risposte a Mia madre

  1. aspetto di vederlo quanto prima. ma son morettiano fino all’osso, per cui anche di parte… piuttosto, son curioso: cosa non ti ha persuaso di habemus papam?

  2. sherazade ha detto:

    Vado al cinema per un fatto di antica aggregazione, per un rituale che si compie tra alcuni amici cari e dunque mai tanto per.
    Non ho potuto apprezzare il film, e neppure avrei voluto vederlo, perché su tutto quello che tu sapientemente sottolinei, prevedevano i passaggi della rapida malattia e la morte di MIA madre .

    Sherazadequandoilcuorennpuoguarire

  3. tempodiverso ha detto:

    confesso che Moretti non mi è mai piaciuto, troppo sopravvalutato sia come attore sia come regista, ma mi piace il modo in cui hai raccontato il film e, in special modo, conosco e condivido l’atteggiamento tra lo stoico e il masochista 🙂 che ti ha fatto andare al cinema, quello che spinge ad andare fino in fondo, giusto per poterne dire bene o male con onestà

    • rodixidor ha detto:

      Grazie. Grazie della tua attenzione, grazie del commento. Non so se sono stoico ma talvolta masochista un po’ lo sono, in questo caso però son stato premiato perchè il film mi è piaciuto. Buona giornata a te 🙂

  4. non ho visto il film ma sarei cuoriosa di vederlo!!

  5. curiosa..ehm ovviamente!!

  6. Stefi ha detto:

    Io, invece, che per Moretti ho una pseudo venerazione ma non ho ancora visto il film, mi lascio catturare da quel “manifesto sussurrato sull’arte di far Cinema di Nanni Moretti”, definizione che è già un invito, di per sé.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...