“R” di Regina

MirrorEra passato come era arrivato l’acquazzone. Ora il cielo era di un azzurro accecante, dello scroscio improvviso rimaneva  una larga pozzanghera che inondava la strada da un marciapiede all’altro. Ero incantato dal mondo al rovescio riflesso dalla superficie nitida di quel lago sottile, costituiva un mondo cristallino e fragilissimo che poteva distorcersi alla minima increspatura della superficie dell’acqua o addirittura frantumarsi in mille pezzi. Così sullo sfondo del cielo vedevo una donna che si muoveva guardinga sull’orlo del guado per non bagnarsi gli stivali di pelle grigia, ora chiudeva il grande ombrello arcobaleno e lo sgocciolio di questo ne deformava la sua stessa immagine nella geometria elastica del mondo al contrario. Il cielo si fletteva, gli spicchi colorati dell’ombrello si arrotolavano l’uno sugli altri  per poi spezzarsi in gocce caleidoscopiche. Sopraggiunse un’automobile, irruppe nello specchio alzando due ali spumose di acqua ai lati del suo ingresso e tutto quel mondo liquido andò  in frantumi.

Alzai gli occhi sopra la mia testa e vidi  oltre la superficie vitrea del soffitto  il cielo che illuminava la sala in cui stavo. Mi avvicinai al banco della reception ma non c’era nessuno, solo un telefono che continuava a suonare incessantemente. Ero al centro di una sala perfettamente quadrata, ai lati dei divani grigi in finta-pelle, e da ognuno dei suoi quattro angoli partiva  un corridoio. Mi affacciai in ognuno di questi per cercare qualcuno che potesse darmi aiuto ma i corridoi erano tutti identici e deserti, scorgevo le porte aperte di uffici dai quali provenivano fragorosi suoni di stampanti, fax, telefoni, ma nessuna voce umana. Ero alquanto disorientato e non sapevo che via prendere. Poi mi accorsi che sul pavimento bianco sotto i miei piedi si accendeva una luce azzurra e che proseguiva in una linea sottile verso uno dei lati della sala per poi ruotare ad angolo retto in  uno dei corridoi, la interpretai come una luce guida che mi indicava la via da prendere.  Così imboccai il corridoio, la striscia di luce si allungava anticipando i  miei passi di un metro sempre perfettamente al centro del pavimento. Superai un grosso boccione distributore d’acqua che iniziò a ronzare al mio passaggio,  di fronte la porta aperta del primo  ufficio, dentro due scrivanie bianche stracolme di carte ma con dietro sedie vuote, poi superai un’altra porta, un’altra ancora, ed ancora un’altra:  scene identiche all’interno. Sempre seguendo la luce guida svoltai a destra e mi ritrovai in un ambiente completamente diverso, mentre il corridoio che avevo appena percorso era un asettico corridoio d’ufficio con le pareti chiare e illuminate a giorno ora invece mi trovavo in uno decisamente molto più stretto ed arredato in maniera completamente diversa: pavimento di marmo striato scuro (nel quale si accendeva comunque al centro la luce azzurra), illuminazione tenue e diffusa, le pareti ricoperte da parati in stoffa su cui erano stampate delle grosse rose rosse su fondo marrone, le porte che incontrai erano tutte chiuse, grosse porte di ciliegie scuro ognuna con al centro  una grande targa su cui campeggiava una lettera di metallo dorato in rilievo. Superai una “T”, una “C”, una “A” ed infine mi fermai davanti la “R”. Mi fermai perché la luce azzurra si era fermava là, bussai alla porta un paio di colpetti discreti e dopo qualche secondo sentii una voce stridula di donna che disse: “Avanti”. Entrai. L’ufficio era immenso, una moquette a pelo alto rosso color fragola dava l’impressione di poggiare i piedi in un un grande prato anche perché quelli che sembravano lunghi fili di erba rossa ondeggiavano inspiegabilmente come fossero attraversati da un leggero alito di vento. Alle pareti drappeggiate di pesante velluto rosso scuro erano appesi dei quadri enormi che ritraevano strambi  personaggi dallo sguardo stralunato, in fondo un grande acquario popolato di pesciolini tropicali, al centro una grande scrivania di mogano lucido a cui era  seduta una donna impegnata in complicati calcoli che ora aveva alzato gli occhi dai suoi appunti e mi scrutava. Aveva un aspetto singolare la signora, un grande testone reso ancor più grande dall’acconciatura voluminosa dei suoi capelli rossi, erano tutti arricciati in grandi volute che si sviluppavano ben al di sopra della testa lasciandole scoperte le tempie e due orecchie piccolissime che sembravano di madreperla, una fronte stretta, due grandi occhi a palla strabuzzati con le palpebre completamente colorate di un ombretto verde smeraldo, le sopracciglia virgole sottilissime , nasino aguzzo, le guance tonde ravvivate da due macchie di cipria rosa,  una bocca già piccola resa ancora più minuta dall’uso del  rossetto di un rosso acceso steso solo sulla parte centrale delle labbra. Il grosso testone poggiava su un collo lungo ed esile che si innalzava su delle spallucce veramente piccole. Indossava una specie di tunica rosso scarlatto tenuto sulle spalle da due bretelline estremamente sottili. Sì, decisamente sottili perché a completare l’opera la Natura aveva fornito la signora dal testone gigantesco su un tronco da bambina  due grandi poppe decisamente sproporzionate alla sua figura e sicuramente troppo grandi per quelle bretelline  inutili a contenerle perché di fatto  le grosse mammelle candide come due mozzarelle praticamente strabordavano dalla tunica leggera e poggiavano sul piano lucidissimo della scrivania.  Ero decisamente imbarazzato da quella scena ma la signora alzò il sopracciglio sinistro e con voce altissima e spazientita mi disse: “Che fa lì impalato? Chiuda la porta e venga a sedersi”. Io obbedìi, attraversai il prato rosso ed ondeggiante  e mi andai ad accomodare su una sedia di legno di fronte a lei. Lei mi scrutò con i suoi  occhi tondi e  vitrei di un celeste trasparente e rimase per un minuto in silenzio imperturbabile e con l’unico movimento quello delle sue labbra che si serravano e si protraevano in avanti. Infine con una voce bassa chiese:  “Allora ?” Io risposi: “Penso di essermi perso”. E lei: “Come penso ? Se ci si perde si può avere solo la certezza di esserlo, se si crede di sapere dove ci si trova si può  avere dei dubbi ma se ci si è persi non si può che esserne certi, è l’unico vantaggio di perdersi” Ora mi guardava con un sorrisetto dispettoso, protesa in avanti mi sembrava addirittura essere diventata più grande, ma quello che mi sconcertava era il suo modo di parlare alternando toni bassi e grevi a suoni acuti ed inoltre mentre parlava le sue poppe saltellavano come dotate di moto proprio, la sinistra quando la sua voce si faceva più acuta, la destra quando invece era più bassa. Cercai di spiegarmi: “Veramente mi trovo qui ma non so come ci sono arrivato, cercavo qualcuno che mi indicasse l’uscita, sono arrivato qui”. “Lei è il terzo da stamattina, non si preoccupi ora la restituiamo al suo mondo” – mi disse, sorridendo per la prima volta, la bocca si aprì mostrando una dentatura perfetta e luminosissima arricchita dallo scintillio in fondo di un molare d’oro zecchino. Un po’ rassicurato allora le chiesi: “Restituito al mio mondo? Perché  dove siamo? ” Lei una voce cupa: “Dentro lo specchio. Lei è il terzo a caderci da stamane. Quando piove capita, deve esserci una perdita.” E rimase a guardarmi aspettando la mia reazione. La mia espressione inconsapevole dovette restituirle tutta la mia incredulità anche un po’ divertita. Si infuriò. Infuriarsi è poco a restituire la sua metamorfosi. Era diventata rossa paonazza, le gote gonfie, gli occhi due strette fessure, le narici dilatate, in piedi sulla poltrona mi sovrastava dall’alto come un drago fiammeggiante, era tutta di un rosso acceso e non solo in viso ed ho temuto che mi esplodesse in faccia. Mi gridava: “Osa mettere in dubbio le parole della Regina?” Le sue parole mi investivano come un forte vento di scirocco caldo. Mi affrettai a replicare: “No, non sto mettendo in dubbio le sue parole, può capire i miei dubbi”. ” I suoi dubbi non l’aiuteranno a tornare a casa” – proseguiva –  “La negazione di un dubbio non da certezza” – io replicai – “La negazione di una certezza genera solo altri dubbi infestanti come cardi in  un campo di grano” – mi rispose ora un po’ più pacata e poi guardandomi con i grandi occhi divenuti tristi: “Qui deve provare a riporre i suoi dubbi, qui i dubbi non devono entrare, sarebbe la fine, potrebbero distruggerci come fa il cardo con il grano. Provi a trovare certezze anche in ciò che le appare impossibile. Lo faccia”.  Aveva formulato le ultime parole con un sospiro. Red-QueenAnnuii e lei si quietò riprendendo  il suo aspetto normale, tirò fuori da un cassetto della scrivania un tubetto di dentifricio, avvicinò una ciotola di cristallo trasparente che aveva lì e premette tutto il contenuto del tubetto dentro la ciotola, quindi indicandomi il dentifricio e porgendomi il tubetto schiacciato mi disse: “Rimetta il dentifricio nel tubetto !”. Ero costernato, avrei voluto obiettare che mi stava chiedendo una cosa impossibile ma temevo tornasse la sua furia mentre adesso aveva proprio uno sguardo rincuorante, sentivo una gran voglia di poterle credere. Con due dita di una mano presi il tubetto di dentifricio schiacciato, con due dita dell’altra mano presi delicatamente l’estremità del dentifricio e facendo attenzione a non fare spezzare il serpente gelatinoso nel quale si era depositato nella ciotola l’avvicinai verso il buco del tubetto e poi con grande lentezza lo incanalai verso l’interno mentre con l’altra mano cercavo di far riacquistare al tubetto la forma originale. Miracolosamente il dentifricio fluiva all’interno del tubetto, prima lentamente poi sempre più agevolmente il tubbetto riaccoglieva il suo contenuto originario. Ero esterrefatto dall’operazione che le mie mani compivano con grande destrezza e così dopo che la coda  finale del dentifricio fu entrata nell’orifizio del tubetto raccolsi il tappo del tubetto dalla scrivania e lo riavvitai  sul tubetto mostrandolo alla Regina, vittorioso. Lei era radiosa, applaudì divertita il buon esito della prova e mi cantò “Bravo, bravo, bravo” con una voce melodiosa. Poi mi chiese: “Sei convinto ora di essere dentro lo specchio?” “Si” – risposi, a questo punto ero convinto.-  “Ora però devi andare, si è fatto tardi” – disse -Poi pigiò un bottone sull’interfono sulla scrivania nel quale ordinò: “I paggi qui !”  Subito dopo si aprì la porta e sopraggiunsero otto bambini. Il primo entrò facendo una ruota perfetta sulle mani, gli altri lo seguirono chiassosi, tutti vestiti uguali: un giubetto nero con dei grandi bottoni tondi sul davanti, pantaloni corti neri, scarpe lucide nere ed un minuscolo cappello  a punta nero anche esso sulla testa. I bambini schiamazzavano e ridevano mentre quasi di peso mi trascinavano via, nel fracasso potei fare solo un cenno di saluto all’indirizzo della testa rossa della Regina che mi fece ciao con la mano. Incapsulato in quella allegra banda venivo portato fuori nel corridoio e tra spinte, strette di mano, risate mi trovai su per una scala a chiocciola altissima, dopo quattro giri strettissimi sempre fra il fragore i bambini mi condussero al piano di sopra ad una porta girevole di vetro trasparente nella quale fui fatto entrare da solo. Dall’altra parte della porta fui preso in consegna da una squadra di otto bambine, vestite nella stessa uniforme dei bambini che mi avevano lasciato ma di colore bianco. Le bambine mi condussero al centro della stanza e si disposero tutte intorno a me e tenendosi per mano iniziarono un vivace girotondo con me al centro e loro che ridevano ruotando velocissime. Poi si fermarono di colpo. Una biondina con le trecce mi si avvicino e con voce squillante: “Indovinello! Una papera incontra un’altra papera e le chiede: Dove abiti? L’altra risponde … ?” Si fece il silenzio e tutte le bambine in circolo con me al centro mi fissavano aspettando la risposta che non arrivava. “Ti arrendi?” – fece la bambina- “Mi arrendo” – feci io-. E le bambine ripresero di nuovo il loro girotondo intorno urlando: “Qua, qua, qua.”  E quindi arrivò il pegno. Ora avevano tutte un secchiello colmo d’acqua che all’ultimo “Qua” mi fu svuotato addosso.
Ero seduto nella pozzanghera fradicio, non so se fosse stato il passaggio dell’automobile o avevo perso l’equilibrio sta di fatto che ero completamente bagnato. La gente mi si faceva attorno in cerchio sforzandosi di non ridere. Si avvicinò un grosso cane scodinzolante che divertito pensava si trattasse di un gioco e mi venne a leccare la faccia.

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22 risposte a “R” di Regina

  1. elenagozzer ha detto:

    A sto punto mi sto chiedendo che avresti trovato alla lettera Q… ad esempio.

  2. mobybic ha detto:

    spedito un nuovo invito, se non dovessi riceverlo riproverò…e riproverò, Galileo docet 🙂

  3. Pingback: Le mie otto parole a caso |

  4. rodixidor ha detto:

    L’ha ribloggato su e ha commentato:

    Le mie 8 parole

  5. sherazade ha detto:

    Ero passata x un breve e nn x questo meno intensa lettura .. dovrò tornare !
    Sherabionagiornata🌷🍀

  6. newwhitebear ha detto:

    Alla lettera Q trovavi Queen come alla lettera R Regina. La regina di cuori si è fatta beffe delle voce narrante che sognante è caduto nella pozzanghera. Un bel pezzo, che pare essere la controfigura di Alice che anche lei attraversa lo specchio e entra in un mondo incantato.
    Alo di là delle assonanze, hai scritto un bel racconto piaceole da leggere e istruttivo nelle sue righe. Chi dubita rimane nel buio. Chi non prova non sa quello che ha perso chi non risponde rischia una secchiata d’acqua.

    • rodixidor ha detto:

      So che le assonanze erano al limite del plagio non so però se la Regina fosse quella di cuori. Grazie della tua attenta lettura che costituisce alla fine l’immeritato premio di chi prova a scrivere un racconto così. Grazie della morale che hai saputo trovarci. Grazie della benevolenza nel commento. Caffè pagato 🙂

  7. alessandra zottoli ha detto:

    Un lettura piacevolissima, amico mio! Una prosa sciolta, una trama che attira piano piano “oltre lo specchio”, descrizioni minuziose ma equilibrate, quasi irridenti direi. E il finale chiude con un vero colpo da maestro.

  8. Lady Nadia ha detto:

    Uh me l’ero persa. Davvero notevole. Che strana, che fantasia!!!

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