I licantropi

C’è una donna seduta alla panchina nel parco. I suoi capelli un ammasso arruffato fatto di tante ciocche poco addomesticate, le gambe lunghe in un pantalone di velluto verde scuro, la sua mano sinistra è appoggiato sul ginocchio della gamba destra che accavallata all’altra lascia al piede in un mocassino marrone la libertà di dondolare ritmicamente forse guidato da una  musica che suona mentalmente.  Poggia tutta la schiena fino alle scapole sullo schienale della panchina fatta di asticelle di legno  ed il braccio destro in un gesto ampio è allungato sul bordo superiore, indossa un giaccone blu con la cerniera slacciata e sotto una maglia di lana sottile gialla dal cui giro collo stretto si intravvede il colletto di una camicia fiorita su fondo scuro. E’ rilassata, i suoi occhi due fessure stretti sotto le sopracciglia folte per difendersi dal sole di una mattina di novembre che le fa scintillare dei minuscoli orecchini d’argento. Forse ha i bambini che giocano sui giochi là vicino ma se ci sono non li controlla perché sembra completamente presa dalle  traiettorie che seguono le foglie secche che si staccano dal grosso acero che le sta di fronte per poi atterrare a ricoprire il prato verde. La osservo, ha le dita lunghe con lo smalto verde screpolato sulle unghie, lo sguardo acuto. Poi un attimo, un colpo di vento le fa rimbalzare una voluta di capelli sulla fronte, ed in quell’attimo in cui apre gli occhi le pupille le si illuminano di un lampo castano, le labbra sottili si stendono in un sorriso aguzzo ed in quella repentina folata di vento  noto le sue narici inspirare ed allora la riconosco.
C’è un uomo immerso nel quotidiano a quel tavolo del bar in quella macchia di sole vicino la vetrata. Tiene il giornale aperto con entrambe le mani per metà piegato sul tavolino, davanti a sé ha la tazza del cappuccino che fuma nel controluce, il piattino con il cornetto, i suoi occhiali di osso da miope. Emerge dalla lettura, è di stazza piccola, ha i capelli grigi corti, la mano tozza prende il cornetto che porta alla bocca per un piccolo morso per poi passarsi un dito sul viso inasprito dalla barba chiara di un giorno per pulirlo di una goccia di marmellata. Ora ha poggiato il giornale, si guarda intorno con uno sguardo verde di bosco, si infila un dito nel collo della camicia celeste per allargare un po’ il cappio della cravatta, guarda due ragazze che stanno ridendo mentre avanzano verso il banco del bar, allunga le gambe sotto il tavolo, si stiracchia leggermente nel suo completo grigio, sembra in attesa. Ha una luce notturna negli occhi anche lui.
In strada c’è un uomo che si alza il bavero dell’impermeabile, si tiene lungo il muro  sotto i cornicioni colto da un improvviso acquazzone e procede ad ampie falcate cercando di evitare le pozzanghere, forse non se ne accorge ma sta ridendo mentre i lunghi capelli neri gli si incollano sulla testa sotto la pioggia.
C’è una ragazza nel gruppo di amici chiassosi all’uscita da scuola, sorride a qualcuno silenziosa, si passa una mano nei lunghi capelli biondi scoprendo un piccolo orecchio esangue,  guarda il cielo, si fa seria, saluta, mette in moto il motorino  e veloce scompare nel traffico.

Passano inosservati ai più i nostri gesti misurati mentre attraversiamo il mondo come a misurarlo in lenti passi. Non è facile individuarci ma nemmeno impossibile, potreste scoprirci in una stretta di mano, in uno sguardo che vi attraversa, nel silenzio di un ascolto, nel guizzo di un sorriso mentre fiutiamo l’aria. Tra noi invece ci riconosciamo immediatamente come figli di una stessa madre che ci ha dispersi in giro. Quando accade ci scrutiamo a distanza, non ci avviciniamo l’un l’altro, non avremmo che dirci, più interessante il resto che noi.  Siamo schivi, silenziosi, osservatori analitici, generosi, quasi mai alziamo la voce, siamo amorevoli con gli affetti, ascoltatori attenti dei discorsi degli altri,  poco prodighi dei nostri, cerchiamo fuori mai dentro. Siamo democratici e solidali, paghiamo le tasse, ligi alle regole come alla parola data, sensibili al dolore altrui, alla bellezza intorno. Detto così sembreremmo perfetti.
Ma poi arriva quella mattina in cui ci sveglia lo scricchiolio della brina che si scioglie al sole e sappiamo che quello è il segnale che iniziano quei giorni, i giorni di Kalì. Così a quella conferenza pubblica sarà il nostro dito solo a chiedere la parola e poi sarà la nostra voce ferma nel silenzio ad argomentare il dissenso alla comune decisione. Se progettiamo costruzioni saranno i giorni dei crash-test, se lavoriamo in gruppo dei brainstorming. In quei giorni sentiamo più forte il pulsare delle nostre come delle altrui arterie ed ogni incontro diventa scontro, tutti i nodi li vediamo inesorabilmente al pettine che ci chiedono di essere sciolti costi quel che costi mentre noi non siamo più capaci di mediazioni. Sono i giorni degli addii, degli abbandoni, delle lacerazioni, delle rivoluzioni, dei cambiamenti. In quei giorni vaghiamo con una assenza in corpo non appagata. Cerchiamo il nostro Ettore e sappiamo che non ci basterà il solo affrontarlo, non ci basterà vederlo stramazzare al suolo nel suo sangue ma saremo appagati solo quando ne trascineremo il corpo nella polvere legato al nostro carro.
– Sono di cattivo umore ?  No, sono di umore intenso.  Questa sera cara non mi puoi parlare per metafore, non è serata di sfumature, stasera non posso ascoltarti, posso solo sentirti. Stasera non voglio baciarti, voglio morderti.  E mentre mi annego nei tuoi riccioli neri voglio sentire le tue unghie affondarmi nella schiena. Fuori c’è la luna piena ed ho solo voglia di morirti dentro. –

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15 risposte a I licantropi

  1. roceresale ha detto:

    Mi piacerebbe viverci dentro. Ai tuoi quadri.

  2. gialloesse ha detto:

    Cose che capitano a chi ha mente, cervello ,intelletto, cuore. E chi non li ha ? Chi non li ha è tranquillo e non ha di questi giorni, vuoi fare cambio ?

  3. sherazade ha detto:

    Non poteva essere che la voce struggente di Chet Baker a suggellare questa lettura, la tensione e riprendere fiato.

    sherassolutamentestasiata

    ps. nn parto mi prendo un po’ di tempo. Grillo è 0stanchino’ io sono scojionata, detto alla romana.

  4. sherazade ha detto:

    ‘ed ho solo voglia di morirti dentro’ sai che il corrispondente di orgasmo in francese è ‘petite morte’?. –

  5. Alessandra Bianchi ha detto:

    Scritto in modo semplicemente superbo. L’inizio, per fare un solo esempio, è folgorante.

  6. mobybic ha detto:

    talvolta la licantropia è necessaria e liberatoria, guai a non cedere 🙂

  7. sherazade ha detto:

    Eccomi, dinuovo, solo per darti un abbraccio e…’speriamo che noi ce la caviamo’.

    sheràbientotciaociaociao

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