Come tre elefanti in una 500

C’è stato un tempo che non andavo più al cinema. Avevo deciso che era solo una perdita di tempo passare due ore al buio per assistere alla storia di altri, tempo buttato malamente, così decisi che fosse igienico abolire il cinema e lo feci. Forse la goccia che fece traboccare il vaso fu Il cacciatore, ne uscii convinto che non è possibile partire volontari per il Vietnam  e già depressi, così inevitabilmente ti capiterà una disgrazia. Ricordo che la mia astinenza mi faceva star bene, ero fortemente motivato e cercavo anche di far proseliti nella mia scelta. Era il periodo in cui tutti i miei amici passavano ore a dissertare su nuovi registi e  nuovi stili cinematografici, sapevano tutto del metodo Stalinlavskij, sapevano mettere a confronto il nuovo cinema americano con la scuola berlinese, sapevano trovare citazioni e collegamenti fra film di epoche e generi diversi sfoggiando una sterminata  cultura dai fratelli Max ad Altmann passando per Antonioni. Io invece dicevo che erano tutte cazzate, che è possibile  trovare collegamenti tra qualunque film perché il cinema è un’arte autoreferenziale dove quindi tutto si assomiglia, è un’arte decadente e la Corazzata Potemkin è quello che tutti ben sapete. Ovviamente così facendo mi ero conquistato un ruolo di rilievo in  qualunque discussione sul cinema, non c’è maggior lussurioso di chi non pratica sesso. Ma oltre a queste considerazioni pseudo-artistiche ne avevo altre sottaciute, prima fra tutte c’era l’osservazione che il Cinema aveva perso la sua funzione primaria da quando si andava al cinema per guardare il film e non per baciarsi al buio. Comunque durò un po’ la mia astinenza e ricordo la gioia provata quella volta in cui mi fu spiegato l’equivoco in cui ero occorso perché  ad un amico che mi chiedeva se avessi mai visto il cielo sopra Berlino, candidamente avevo risposto: “Purtroppo non sono mai stato a Berlino”. Ne ero fuori! Poi passò qualche anno e come avviene per tutte le mie ferree convinzioni anche questa riguardo al Cinema si annacquò per poi diventarmi aliena, attraversata quindi la fase di muta ritornai a frequentare le sale cinematografiche senza nessuna memoria di un episodio eclatante nel ritorno. Sta di fatto che negli ultimi tempi vado spesso al cinema: per curiosità, noia, interesse, da solo, in compagnia, per condividere, per stare al buio, per immergermi, per estraniarmi, perchè fuori piove, così.

Oggi tre film in un post.  E vai ! Gli ultimi film che ho visto, molto diversi tra loro, forse la diversità stessa li rende un trio perfetto da trattare insieme, sarà bello raffrontarli perché costituiscono modi completamente diversi di raccontare storie e spaziano tra poli estremi nella gamma cinematografica sia per stile che per i temi affrontati. Il primo film è di realismo estremo, dirompente nel suo modo di toccarci dentro perché poco più che un documentario di viaggio ci rende partecipi di una realtà che tocchiamo. Il secondo una commedia artefatta, grottesca nella sua verosimiglianza,  ci fa sorridere, ambientata al centro del mondo dei privilegiati, ovvero nella nostra capitale. Il terzo, il simbolismo, la narrazione di angosce al limite del patologico per trattare dei turbamenti del vivere in maniera scientemente scandalosa, ci scandaglia nel profondo toccando i temi del sesso. Storie di donne tutti e tre, donne assolutamente diverse tra loro che però in qualche modo passano attraverso la mascolinizzazione per attraversare la loro frontiera. Forse è questo, a volercelo proprio trovare, il “fil rouge” che unisce i tre film. (Perché a me questa espressione mi riporta immediatamente a “Giochi senza Frontiera” in b/n ?).

http://www.mymovies.it/film/2013/lajauladeoro/

Juan, Sara e Chauk sono tre ragazzini, guatemaltechi i primi due mentre il terzo è un indios del Chapas che non conosce nemmeno una parola di spagnolo, sono i protagonisti del film La gabbia dorata del bravo regista spagnolo Diego Quemada-Díez. Il film narra l’odissea dei tre piccoli personaggi attraverso l’America Centrale per tentare come tanti altri l’ingresso negli Stati Uniti: la Gabbia Dorata che non è l’Eldorado. E’ una specie di diaspora quella dei migranti che si mettono in cammino e con tanti mezzi di fortuna ed espedienti cercano di violare la frontiera tra Messico ed U.S.A. Tra questi ci sono i tre ragazzi con i loro acerbi sentimenti e la loro ingenua determinazione. Il film inizia con Sara chiusa in un bagno che si taglia i capelli, butta via il reggiseno per fasciarsi stretto il petto con delle fasce e potersi vestire da ragazzo per intraprendere il viaggio con una relativa sicurezza in più. Il trio rappresenta fin dal suo formarsi un triangolo, sghembo all’inizio ma che diventerà equilatero nel corso dell’avventura quando il sentimento prevalente fra i tre sarà la fratellanza che attenuerà le loro differenze, le inevitabili gelosie. (Perché mi viene in mente Truffaut?). Così Sara sarà la dolcezza fin dall’inizio, Juan l’irruenza, Chauk la natura. Ed il microcosmo dei tre ragazzini accentua la crudezza e la violenza del mondo che attraversano, la loro innocenza contro un mondo regolato dalla sopraffazione. Il film ci sa anche regalare momenti di poetica delicatezza come i tre alla festa di ballo con i contadini al termine di un raccolto oltre alla cruda denuncia dell’iniquità di un mondo che è il nostro. E’ un film commovente ma che non si piange addosso, interessante per la veridicità che ci sa trasmettere.

Narra sicuramente di altro la nuova commedia newyorkese che non è di Woody Allen ma di  John Torturro dal titolo  Gigolò per caso. Pensavo di andare a vedere un film di Woody Allen ma invece il film è di Turturro, la cui regia non mi è dispiaciuta, se non altro ho scoperto piacevolmente che quella per la musica partenopea non è per lui una Passione passeggera ma amore vero a giudicare dalla colonna sonora che gigolo5ha scelto per questo film. Ho assistito a questo film di sabato sera, in una sala abbastanza piena ed io stesso non da solo, insomma nei canoni consoni alla fruizione di questo tipo di film. Perché vi dico questo? Perché il Cinema è anche il cinema. Questo per me è fondamentale, e non solo per quello che dirò appresso, ma perché sono convinto che essendo la visione di un film un evento che avviene in un tempo piuttosto ristretto ed in un luogo altrettanto confinato inevitabilmente il suo esito sarà sensibilmente influenzato da una serie di fattori contingenti e non controllabili, primo certamente  l’umore dello spettatore ma anche che cosa lo circonda, così un film ti piacerà o meno non solo per come stai tu ma anche per una serie di casualità in sala che magari non percepisci in maniera cosciente. Lo stesso non avviene ad esempio per la letteratura, perché la lettura di un libro è dilazionato nel tempo ed anche nello spazio e quindi il contesto nella lettura è meno influente di quanto non lo sia nella visione di un film al cinema. La magia del Cinema sta nell’essere effimero.  Detto ciò torniamo al mio film di sabato sera, si spengono le luci, alla mia destra in maniera un po’ precipitosa si accomoda una giovane ragazza ed il suo boy-friend. Per quello che sto per dire ora mi giocherò anche l’unico lettore giunto fin qui ma devo assolutamente renderlo partecipe delle due gioiose scoperte che mi si sono rivelate nel buio della sala. La prima è che i ragazzi vanno ancora al cinema a baciarsi e questo già mi mette in pace con il Cinema. La seconda è cGigolo1he, causa forse sarà stata la corsa per raggiungere il posto, causa forse le effusioni o forse a causa di una maglietta non sufficientemente fina (come Baglioni prescriverebbe), o tutte le tre cose messe insieme, ma è dolce constatare attraverso la memoria olfattiva che le giovani donne traspirano dello stesso odore delicato di sempre, come da sempre la primavera colora i prati di giallo. Mi sia concessa la citazione romantica perché i due ragazzi son stati l’unico momento di poesia in sala, vi assicuro non riuscirete a trovare niente di neppure lontanamente paragonabile nelle cosce della Sharon Stones, un’igigolo3cona sì ma non più un attributo sensuale.  La Dott.sa Parker (Sharon Stones), Selima (Sofia Vengana), Avigar (Vanessa Paradis) sono le tre protagoniste femminili del film e sono tre donne emancipate. Emancipate non perché ricoprono il ruolo maschile nel mercato più vecchio del mondo, ma perché consapevoli dei limiti di ciò che acquistano e della forza della loro autodeterminazione. Non sono più né la perfida Mrs. Robinson de Il laureato, né le tristi clienti  di American Gigolò, sono goliardiche compagne di bevute le prime, attenta e acuta l’ultima in grado di trasformare quella che sembrerebbe potersi risolvere per lei in una trappola invece in una brillante via di fuga sia da dogmi religiosi che dal lutto di vedova. Così mentre le donne emancipate devono nella rappresentazione diventare maschi, la squillo non può che essere di genere femminile, Fioravante sensibile fiorista è un mix tra un cicisbeo ed una badante dal cuore tenero. Sto usando consapevolmente vecchie categorie  oramai tramontate nel secolo scorso e lontane oggi dalla vita reale, ma mi sto riferendo ad una commedia leggera ed a personaggi nati e cresciuti nel secolo scorso. Al di là delle mie sciocche considerazioni la commedia è divertente e gli attori del cast tutti molto bravi ad iniziare da Woody Allen molto efficace nella sua comicità costruita mirabilmente sull’autocitazione.

JoeSeligmanCome c’era da aspettarsi aver diviso in due il film  pone in ripida salita la parte seconda di Nynphomaniac, ultimo film di Lars von Trier e di cui ho già parlato qui. Sono sempre Joe e Seligman, i due dialoganti notturni, gli alter-ego di von Trier stesso, a guidarci nell’abisso carsico delle angosce legate al sesso raccontando e commentando le storie della vita di Joe arrivata ora alla seconda metà, quella della maturità. Seligman sa formulare una lettura quasi blasfema del percorso di Joe utilizzando i simboli iconoclastici della Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente che vedrebbero la prima incentrata sulla gioia, la seconda sul dolore. Nel film compare la violenza che diventa uno ninphoNeridei temi centrali affrontati. Von Trier sa scandalizzarci toccando  temi tabù sicuramente per me, come il sado-masochismo vissuto da Joe in maniera estrema al fine di ritrovare il piacere sessuale perduto assieme ad altri come pedofilia ed omosessualità. Il ritmo del film è diventato più incalzante su tali argomenti che ci sanno scuotere e  Joe è sempre più sola, arriva a rinunciare ad un figlio oltre che ad un marito e la sua  ricerca compulsiva di nuove esperienze e sempre più ninphomaniacTreenumerose relazioni paradossalmente la conducono ad una solitudine estrema ben espressa nello struggente scena del ritrovamento del “suo albero”, arido e proteso verso il cielo..

Il culmine drammaturgico del film a mio parere viene raggiunto nel monologo di Joe in conclusione del tentativo di una terapia alla stregua di “alcolisti anonimi” a cui è stata praticamente costretta. Joe al termine della seduta di terapia di gruppo prende la parola e pronuncia  il suo discorso, è decisamente aggressiva  contro terapeuta e le altre “pazienti” nel proclamare la sua diversità, il suo riconoscersi orgogliosamente ninfomane e non sesso-dipendente come la sua terapeuta vorrebbe definirle.  Tutto questo avviene in una sala con le altre sedute in circolo attorno a Joe che in piedi vede riflessa in uno specchio che ha di fronte sé stessa bambina che seduta composta ad una sedia immaginata le  è spettatrice. Qui mi è tornato alla mente lo sfogo di Meursault,  Lo Straniero  di Camus nell’aggressione al pretino venuto nella sua cella a  convertirlo prima della sua esecuzione. Scontata la fine del film, era inevitabile che nel parallelismo tra seduta psicoanalitica  e confessione il confessore Seligman si rivelasse il peggiore degli uomini. Seligman nel suo ultimo discorso di assoluzione per Joe per descrivere la sua autodeterminazione fa appello ad argomenti che fanno un confronto tra i due generi, vede nel mutare degli atteggiamenti di Joe una sorta di processo di mascolinizizzazione. C’è un simbolo più maschile della pistola di James Bond, la Walther PPK? Ebbene è quella che impugna Joe nell’ultimo capitolo del film intitolato appunto: “La Pistola” Ma anche Seligman (Von Trier) ragiona con categorie del secolo scorso e per questo motivo trovo un po’ debole la parte conclusiva del film. Probabilmente  ignora anche egli che son assai vicini i tempi in cui per indicare un uomo dotato di una grande determinazione potremmo anche dire: “Un uomo con due grosse ovaie”.

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20 risposte a Come tre elefanti in una 500

  1. germogliare ha detto:

    Io due…ah ah ah. Telepatia?!
    Ripasso…

  2. menteminima ha detto:

    Confesso. Ho cliccato il mi piace dopo aver letto quattro righe. Parli di cinema e tu sei braverrimo a farlo, quindi torno con più calma a leggerti. ciao

  3. Alessandra Bianchi ha detto:

    Mi piace il tuo modo di raccontare.
    P.S. e O.T. ho parlato di “interesse zero” non di lettori “zero” 🙂
    Buona serata e grazie*

  4. menteminima ha detto:

    Eh già, lo sapevo, ci sai fare.
    Ho visto solo il secondo dei film e mi è piaciuto. Ai miei amici maschi più che il film in sé erano piaciute le tette di Sofia VergaRa e quindi mi trovi perfettamente d’accordo sul fatto che il setting influenzi molto il gradimento di un film…
    Ho l’impressione di aver letto un libro che ha a che fare col primo film, mah.
    Il terzo l’ho perso ma cercherò di rimediare.
    La storia del profumo mi piace un bel po’ come mi piace sempre leggerti.

    • rodixidor ha detto:

      Per parlare di Sofia VergaRa basterebbe citare la battuta che fa Woody Allen nel film descrivendola: “Quella donna ha un corpo che infrange le leggi della fisica” 🙂
      Mi fa piacere che ti sia piaciuto questo lungo post, lo sai che per me è importante il tuo giudizio perché sei attenta e perché non fai sconti.
      Grazie 🙂

  5. con questa, da oggi, nella mia personalissima classifica mi hai superato mereghetti e morandini in un colpo solo. sappilo.

  6. Sai che non sono mai andata al cinema da sola?….mi sentirei a disagio
    Da quel che leggo non e’ lo stesso per te…attento e per nulla annoiato segui tutto per filo e per segno….
    Grazie per averci raccontato i tuoi giudizi sui film!!!

  7. aliota ha detto:

    c’è stato un tempo in cui andavo al cinema anche due volte a settimana. mi è tornata da poco un’ossessione cinematografica, pur non avendo nessuno da baciare al buio. in fondo “non c’è maggior lussurioso di chi non pratica sesso” 🙂

    • rodixidor ha detto:

      “Abbiamo tutti qualcuno da baciare al buio di una sala cinematografica basta scegliere il posto giusto”. Vabbé, sta’ sciocchezza starebbe bene in un bigliettino da Bacio Perugina 😉

      • aliota ha detto:

        il mio posto giusto dista sempre centinaia di km, non mi ci arriva la lingua fino a lì. 😉 #buttiamolaincaciara

  8. graziaballe ha detto:

    Caspita! Sarà che allora eri molto attento a quello che dicevano gli amici cinefili ma conosco gente che va al cinema come un professionista della pellicola e ha la pretesa di saperne parlare e invece delude ogni volta che lo sto a sentire.
    E invece, sebbene non abbia visto nessuno di questi 3 film (il primo e il terzo è probabile che li vedrò rincorrendoli magari in un dvd, il secondo ero intenzionata a trascurarlo per la paura di un Allen ormai triturato nella recitazione), trovo che l’analisi è articolata e convincente! 🙂
    Mi è piaciuta anche la contestualizzazione del cinema anche come sala e vissuto, perchè ha la sua verità…
    Ora se mi interroghi ti mostro che ho letto tutto, da c’è fino ad ovaie!
    (fiuuuuu che recupero di post maruò!) 😀

  9. stileminimo ha detto:

    Appassionante. Sono mesi che non ci vado; un po’ perché abito distante, un po’ perché sono impegnata su altri fronti, ma mi manca. Per fortuna ci sei tu… e se anche non è la stessa cosa, ma proprio per niente, all’occorrenza me li prendo in dvd… che bisogna pur arrangiarsi in qualche modo per non lasciar spegnere le belle passioni.

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