La puzza

I balconcini delle case popolari si inseguono lungo la linea ferrata. Preghi che il treno non rallenti, anzi che acceleri per lasciare che si accavallino l’uno sull’altro nella scia veloce per rimanere indistinti e permetterti di lasciare lo sguardo nella direzione opposta verso la campagna verde e sconfinata che in lontananza incontra un cielo nuvoloso. Invece la tua preghiera non viene accolta ed il treno affrontando l’ultima ansa nel suo percorso di avvicinamento alla città rallenta inesorabile, come per costringerti a passarli in rassegna uno ad uno quei balconi di fronte al tuo finestrino. Così il tuo sguardo ora si inoltra attraverso i ferri di una ringhiera screpolata di un colore che fu forse blu ed impudicamente inizia a vivisezionare il contenuto di uno di quei luoghi di una vita che non ti appartiene anche se la riconosci. Un armadietto zoppicante di ruggine, una bicicletta da corsa ancorata ad un gancio tra le scope e le mensole con le bottiglie, un vaso di gelsomini, un paio di scarpe di tela, la testa di un cavallo in plastica che nitrisce, la tapparella abbassata a mezza altezza, una stella marina inchiodata alla parete, biancheria che sbatte sul filo. Provoca tristezza il domestico che si fa pubblico, questa prospettiva inaridisce la realtà che guardi, decolorandola te la restituisce scarnificata e squallida, ti farebbe lo stesso effetto anche si trattasse del balcone di casa tua mai guardato così come una delle mille caselle incolonnate e sospese nel cemento armato. Avresti voglia di coprire tutto con un immenso lenzuolo bianco e lindo come si fa con un morto sul marciapiedi per tutelarne la visione, per attenuarne la puzza. Già, la puzza, perché anche se ermeticamente sigillato in un Freccia-Rossa la percepirai la puzza. Sì, perché i poveri puzzano. Mentre i letterati dissertano sulla differenza che intercorre tra odore e profumo il menù per il barbone alla stazione offre una sola opzione: la puzza. La sveglia alle 5 di mattina, il caffè che borbotta nella cucina resa violacea dalla luce dell’alba, il caldo di fiato nella stanza da letto, gli occhi pesti allo specchio, la camicia fredda da indossare, le chiavi sullo scaffale con l’enciclopedia, non la percepisci perché ti è familiare ma c’è puzza della tua vita attaccata alle mattonelle della cucina, nelle ombre sull’intonaco, nel vapore condensato sui vetri della finestra, nella tua casa come nell’intero condominio, nel rione. Perché la povertà puzza, puoi usare litri di dopobarba, doccia col bagno-schiuma più profumato, pavimenti lindi al lisoformio, vestiti lavati e stirati di fresco, la puzza resta. Non te ne accorgi finché non esci dal quartiere, fino a che vivi i luoghi a te familiari, fino a che sei circondato dai tuoi compagni di lavoro, dai tuoi affetti, non sai nemmeno che esiste. Poi un giorno la rivelazione nello studio di uno specialista, sulle prime pensi che siano le sue parole armoniose e senza angoli ad incantarti ed a metterti in soggezione oltre il piano della sua scrivania, ma poi invece capisci che è il suo odore e senti che è diverso dal tuo che non avevi mai percepito prima di allora. Il suo è leggero, tenue, si diffonde velocemente attorno alla persona che lo emana riempiendo l’ambiente circostante senza prepotenza ma con estrema facilità e senza trovare ostacoli, è odore di cielo e ricorda la brezza marina sotto una pineta in estate mentre il tuo sa di terra e fango, è pesante ed attaccaticcio e si diffonde con difficoltà ma resta attaccato addosso intensamente. Dopo il primo contatto rivelatore ti accorgi che c’è un mondo che odora mentre il tuo puzza ed ora lo sai riconoscere quell’odore: lo ritrovi negli uffici di un Ministero, nello studio in pelle di un manager aziendale, nella scia di un politico incrociato all’aeroporto, nell’areola dell’attrice, nella tonaca di un cardinale. Avete mai osservato un politico, un uomo di potere quando è a colloquio con “il suo popolo”, con i disgraziati a cui vuol dare una mano? Un imprenditore illuminato che partecipa ad un’assemblea di operai? Il ministro che riceve i disoccupati? Il primario in corsia tra la corte dei suoi assistenti? Ebbene questi sono pieni delle migliori intenzioni, vorrebbero abbracciare i loro interlocutori per affratellarsi ma non riescono, magari non sanno nemmeno perchè sono costretti a mantenere quei 50 centimetri di distanza. La ragione è che se anche inconsapevolmente ne avvertono la puzza, e la puzza dei poveri è appiccicosa, se ne vieni a contatto rischi di tenerla nel naso per tutta una giornata, è untuosa e calda, come il fritto di cipolle, non va via facilmente e se non ci convivi naturalmente provoca repulsione. A Lampedusa i neri li chiudono nei Centri di Accoglienza, ma non perchè sono neri ma semplicemente perchè puzzano, più che di razzismo parlerei di puzzismo, infatti anche quelli che li accolgono e gli tendono la mano lo fanno con la mascherina su naso e bocca.
Il Paradiso è pervaso dal profumo, l’Inferno è solo fetore.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in pensieri, quotidiano. Contrassegna il permalink.

5 risposte a La puzza

  1. roceresale ha detto:

    Splendido.

  2. germogliare ha detto:

    mi fai venir voglia di tornare a scrivere. baci

  3. porzia poppea ha detto:

    bello eh
    P.P.

  4. stileminimo ha detto:

    Io son di quelli che non la sentono… eh, mi spiace, ma è così. O forse non mi spiace poi tanto, dài. Bel pezzo davvero!

  5. gialloesse ha detto:

    Cavolo che gran bella cosa hai scritto, e quanto è vera !

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...