Al chiaro di luna

Non so da quanto tempo eri acquattata lì, immobile nell’angolo buio sotto il porticato accanto alla porta. Fu che lo percepii un’attimo prima che arrivasse, ne vidi il luccichio rapido saettare nell’oscurità e dirigersi verso di me. Fu l’istinto, il primo colpo lo schivai, sentii la lama del coltello frusciarmi accanto mentre  ruotando sul bacino mi addossavo alla parete vicino alla porta. Da quel momento fu tutto accelerato e senza nessun altro rumore se non di cose che incontravano la mia fuga al buio. Mi ero lanciato sul corrimano della scala che sale alla porta di ingresso e sentii il tuo secondo colpo andare a vuoto mentre mi lasciavo scivolare giù per le scale e non so per quale legge fisica riuscivo  a rimanere in piedi sulla ghiaia del viottolo del giardino su cui atterravo ed iniziavo la mia corsa. Ma tu mi eri addosso e fu il vaso di gerani a farmi inciampare, caddi in avanti, le mani poggiate sul prato e con un’agilità mai posseduta mi tirai su e mi voltai incespicando all’indietro per affrontare l’attacco. Ma tu eri già troppo vicina, mi giunse il tuo odore mentre la lama mi entrava nel fianco sopra l’anca sinistra.  Non so se fu il dolore acuto della lama che rapida riestraevi per assestare il colpo successivo oppure lo sgomento nel riconoscere nei tuoi occhi la stessa fissità degli occhi di un gatto al buio, ma non riuscii ad emettere alcun suono, sentii però assordante nella testa: “Perché?”. Agguantai con la sinistra  il tuo polso destro armato che mi ghermiva dall’alto, intanto con la destra mi aggrappavo alla tua vita e così in una specie di danza indietreggiammo fino a che sentii contro la schiena il tronco dell’albero di limoni che mi annunciava il fine corsa. Il tuo ginocchio affondato sotto lo sterno mi fermò il respiro, mi piegai in avanti e allora sentii ancora la lama che trovava un varco tra la clavicola e la scapola ed entrava con un rumore di sacco che si lacera. Sentii la puzza del mio sangue che sgorgava e mi scorreva lungo il braccio ad inzuppare il maglione. Con la mano destra stretta al tuo collo non avevo forza per stringere mentre veloce e meticolosa continuavi ad affondare il coltello ripetutamente una, due, tre, quattro volte fino a che la lama mi si spezzò contro una costola. I tuoi movimenti sembravano regolati dal ritmo dei  “perché”, “perché”,  “perché”,  “perché” nella mia testa. Mi accasciai ai piedi dell’albero e rimanemmo così uno di fronte all’altra, udivo il tuo respiro accelerato mentre immobile in piedi e a gambe larghe mi guardavi finire.  Avrei voluto alzare una mano dall’erba ma non mi rispondeva, la bocca mi si era riempita del sapore salato del sangue e non avevo forza sufficiente ad articolare alcun gemito. Ora tutto sembrava esser diventato tremendamente lento, alzai gli occhi, cercai di mettere a fuoco i tuoi lineamenti nell’oscurità, vidi solo dietro i tuoi riccioli una falce di luna nuova diventare una macchia sfocata sempre più fievole.

lunaN

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Una risposta a Al chiaro di luna

  1. P.P. ha detto:

    non sapremo mai il perchè?

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